Ubuntu e l’aneddotica: I bambini africani e la cesta di frutta

di Bufale.net Team |

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Ubuntu, ovvero “i bambini africani e la cesta di frutta” è un apologo che sta ritornando a girare spesso in questi giorni.

Un antropologo ha mostrato un gioco a dei bambini di una tribù africana.
Ha posizionato un cesto di frutta vicino un albero e ha detto loro: il primo che raggiunge l’albero avrà il cestino.
Quando ha dato il via è rimasto sorpreso che camminassero insieme tenendosi per mano arrivando insieme e condividendo il cesto.
Quando gli ha chiesto perché l’avessero fatto hanno risposto “Ubuntu”.
Cioè come può uno essere felice se gli altri sono miserabili?
Ubuntu significa IO SONO PERCHÉ NOI SIAMO.
Quella tribù conosce il segreto della felicità che si è persa in tutte le società che si considerano civili.

Talvolta attribuendo all’antropologo il nome di questo o quel famoso ricercatore.

Ma il punto non è questo: per quanto la storia di Ubuntu sia una storia così famosa da dare nome ad un intero sistema operativo, è uno di quegli apologhi acefali.

Qualcosa che non ha origine, una storiella che semplifica e viralizza un concetto.

Ubuntu è una parola africana che…

A seconda di chi chiedete, Ubuntu può significare “Io sono perché lo siamo”, “Umanità attraverso gli altri” o “Aiuto, non sono in grado di installare una distribuzione di Debian Linux senza un pratico installer come quello di Windows a guidarmi passo passo“.

In Bantu Ubuntu significa grossomodo “Umanità verso/attraverso il prossimo”, concetto comune a molte filosofie dell’area geografica che implica il concetto di uomo come “animale sociale per eccellenza”.

Ovvero il concetto cardine per cui un essere umano può essere definito solo se lo consideri come parte di una rete sociale, appartenente ad una collettività, incardinato in una serie di valori trasmessi e trasmissibili e solidamente legato ad una rete di relazioni.

E, di converso, non può darsi realizzazione dell’essere umano senza questi elementi.

“Nessun uomo è un’isola”, diremmo noi occidentali.

Il concetto di Ubuntu ha una serie di diramazioni non dissimili a quelle delle maggiori conquiste di ogni gruppo sociale.

Se l’essere umano è definito dalla sua entità di creatura sociale, il welfare, o assistenza sociale che dir si voglia, ha una importante funzione redistributiva, col dovere di ogni individuo di condividere risorse e competenze per il bene comune e mantenere in piedi la società senza la quale la sua esistenza non ha senso.

Se l’essere umano è parte di una Rete Sociale, la Giustizia assume sia funzione afflittiva che rieducativa: il reo non viene punito per mera applicazione della “legge del taglione”, per affliggerlo allo scopo di cagionargli la sofferenza che ha provocato alle sue vittime, ma con lo scopo di riabilitarlo, rieducarlo e reinserirlo in un contesto sociale laddove il crimine è una patologia che va curata per evitare che infetti il tessuto sociale ed il criminale è il sintomo di tale fallimento collettivo che va risolto nella collettività.

Spiegare l’Ubuntu non è cosa semplice, per questo si ricorre agli apologhi.

L’apologo dell’antropologo

In realtà, una simile storiella non può essere che vaga nella sua attribuzione.

Ovviamente la storiella è un tentativo di narrare in forma aneddotica il concetto di Ubuntu ad una popolazione occidentale la cui soglia di attenzione è al livello di

“Ho visto un meme che spiega che i Poteri Forti vogliono metterci un microchip su per il sedere”

Arricchita dalla bizzarra teoria per cui dare un nome al “famoso personaggio” che la racconta la renda più autorevole.

Da un reddit dedicato all’analisi delle moderne leggende metropolitane ricaviam una riflessione

Sappiamo che gli antropologi fanno spesso esperimenti coi bambini che riguardano giochi e piccoli premi. Sappiamo che in molte società non Occidentali c’è una forte enfasi sulla condivisione e un focus negativo sulla competizione. E che ciò risulta spesso in scenari in cui i bambini cercano di raggiungere la vittoria per tutti mentre un occidentale sceglierebbe un approccio competitivo.

Tutto questo è così noto che un eventuale antropologo che se ne stupisca deve aver dormito molto durante le lezioni. Un simile scenario non è impossibile

Non so se sia vero, ma potrebbe essere accaduto: il ritorno.

Potremmo riassumere l’apologo sull’Ubuntu così.

Esiste un concetto generale di Ubuntu? Sì.

Esiste un concetto codificato di Ubuntu? Sì.

Esiste un famoso antropologo che ha fatto degli esperimenti coi bambini tutti in cerchio per spiegare il concetto di Ubuntu?

Probabilmente no. Perché avrebbe dovuto?

Sarebbe come se un antropologo alieno raccontasse un apologo sui ragazzini italiani che guardano la pizza con l’Ananas con disgusto come prova che in occidente la pizza con l’Ananas è derisa.

È una nozione comune, troppo comune per essere oggetto di esperimento.

Ma ovviamente spiegarla come esperimento con faccette sorridenti di bambini prese da Internet funziona meglio che spiegare un profondo concetto filosofico Bantu ad un uditorio che nella migliore delle ipotesi ha la soglia d’attenzione azzerata e nella peggiore delle ipotesi è incapace anche solo di concepire l’idea che fuori dai confini del suo paesello esista un complesso sistema psicologico.

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