Cassazione: Rackete ha rispettato dovere di soccorso – Cosa comporta? Atto secondo

di Shadow Ranger |

Cassazione: Rackete ha rispettato dovere di soccorso – Cosa comporta? Atto secondo Bufale.net

Premessa fondamentale: per comprendere questo articolo vi tocca leggere l’atto primo.

Ovviamente
Ovviamente

La mancata convalida dell’arresto del capitano Rackete per la sua operazione di soccorso ha tutta una serie di implicazioni.

Che chi vi scrive aveva già previsto.

E non perché vi stia scrivendo un mago o un veggente.

Semplicemente lo staff di Bufale.net comprende il valore di rivolgersi agli esperti, e parlando coi nostri consulenti legali avevamo già individuato i probabili esiti processuali.

Li avevamo individuati in quell’articolo, li avevamo previsti parlandone nei primi approfondimenti e li avevamo previsti rispondendo a bizzarri copypasta in cui il solito anonimo su Internet dichiarava di aver scoperto che Carola Rackete non esiste perché non posta su Facebook.

Quindi ora mi fate tutti il piacere di leggere i link che vi abbiamo fornito e sottolineato. Quelli che troverete qui, qui e qui.

Se non lo farete e, in vena di polemica, ci scriverete nei commenti cose tipo

Io ho letto l’artikolo, nn kapisco nnt, buffale scrive la buffala profesoroni della kasta crivono dificile kosì la gente confusa A NOI!

saremo quindi legalmente autorizzati a irridervi, ischerzarvi e insignirvi del titolo di analfabeta funzionale.

Comunque vi forniremo alcuni elementi di riassunto per consentirvi di comprendere la vicenda, tranquilli

Ora torniamo alla notizia:

Cassazione: Rackete ha rispettato dovere di soccorso

Velina ANSA ovviamente, che riporta la parte motiva dietro il decisum del provvedimento della Suprema Corte

Correttamente in base alle disposizioni sul “salvataggio in mare”, la comandante della Sea Wacht Carola Rackete è entrata nel porto di Lampedusa perché “l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro” . Lo afferma la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi di conferma del ‘no’ all’arresto di Rackete con l’accusa di aver forzato il blocco navale della motovedetta della Gdf per impedirle l’accesso al porto.

Secondo gli ermellini legittimamente è stata esclusa la natura di nave da guerra della motovedetta perché al comando non c’era un ufficiale della Marina militare, come prescrivono le norme, ma un maresciallo delle Fiamme Gialle. Dunque Rackete ha agito in maniera “giustificata” dal rischio di pericolo per le vite dei migranti a bordo della sua nave.

E così è andato esattamente tutto secondo quanto vi avevo detto negli articoli precedenti.

Segue traduzione in tre lingue della reazione di chi vi scrive.

Torniamo quindi al primo degli articoli dell’epoca. Non c’è trucco, non c’è inganno, quello che scrissi il 26 Giugno

Quando sapevamo che il Capitano Carola Rackete (non chiamatela “Carola” e basta, non è vostra sorella minore, non è la vostra fidanzatina, non ci avete mangiato assieme e se siete quel genere di persona che chiamano una donna sconosciuta per nome, probabilmente non potreste godere della sua frequentazione…) si trovava su una nave con 42 persone racchiuse in tre metri quadri di spazio per ciascuna, esposti alla salsedine che brucia (letteralmente: macerare nella salsedine e nel carburante provoca ustioni chimiche) la pelle e la carne, tra cui minori abusati, persone sull’orlo del suicidio ed un quadro clinico e psicologico drammatico.

Quarantadue persone che, ovviamente non poteva rimandare in Libia, luogo che per la comunità internazionale non è un porto sicuro.

Non poteva semplicemente portare a spasso per il Mediterraneo come in una puntata di One Piece, alla mercé di un tempo indeterminato di navigazione perché avrebbe prolungato quello stato di sofferenza e abuso all’infinito.

Immaginate di raccogliere per la strada un ferito.

È vostro dovere, farlo sarebbe omissione di soccorso.

Ipotizzate che per raggiungere l’ospedale più vicino dobbiate per forza di cose violare delle leggi. Il ferito è grave, sta perdendo sangue da una arteria principale, dovete premere l’acceleratore a tavoletta e correre.

Ma decidete che magari il commissario del paese è tipo lo sceriffo cattivo di Rambo e non volete essere lavati con l’idrante, che la tappezzeria è pulita e non volete sporcarla, che state rodando la macchina…

avete quindi coscientemente accettato di caricare un ferito in macchina, ma tra il fatto che state insistendo per guidare a 40 km orari fermandovi ad ogni isolato, il fatto che prima di caricarlo avete perso tempo a tirare fuori teloni di plastica dal bagagliaio, e la pausa al McDonald’s che avete fatto per uno spuntino, il moribondo è arrivato in ospedale morto.

Secondo voi, quando sarete processati per omissione di soccorso, potrete raccontare al giudice che

Eh, non è giusto! Io il ferito l’ho caricato! È che non volevo la multa! È che non volevo sporcare! È che il commissario mi sgridava! Mannaggia al cadavere che lo lasciavo lì a schiattare e non avevo guai

?

Ovviamente no. Ovviamente, come ricorda la Cassazione, l’obbligo di salvataggio importa che il salvataggio sia portato a termine.

Non esistono salvataggi a metà.

Citando il saggio Yoda

Fare o non fare: non c’è provare.

Se il Capitano Rackete avesse semplicemente deciso che,

Vabbè, ci ho provato! Gente, tutti in Libia/tutti in mare a bollire sotto il sole e macerare sotto le ustioni

Avrebbe violato l’obbligo di soccorso. Che nel “carta/forbice/sasso” con l’interpretazione che altri hanno dato del Decreto Sicurezza, ha un valore ed un peso superiore.

Lo stato di necessità scriminante suprema

Ne parlammo per benino nei testi citati.

Immaginate di avere un ferito a bordo. State guidando un’autolettiga, un’ambulanza privata o pubblica (poco importa) o altro mezzo.

Il ferito sta tirando gli estremi: se non arrivate in tempo, il ferito muore. Quindi accendete i lampeggianti se li avete, se non li avete strombazzate come assatanati e correte alla massima velocità raggiungendo l’ambulanza.

Un soggetto a caso decide di fermarsi davanti all’ambulanza, minacciando di denunciarvi perché state violando (come state violando, effettivamente), diverse norme di sicurezza, chiama la polizia e vi sbarra l’accesso con la sua macchina dicendo che è nel suo diritto farlo.

Nel frattempo il trasportato muore, la polizia arriva, raccoglie i dati e si porta via l’omarino, accusato del gravissimo reato di omicidio.

Cos’è successo?

Lo stato di necessità, presente in diversi ordinamenti tra cui il nostro all’art 54 del codice penale dichiara che

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo

La ratio è simile, ma non coincidente con la scriminante della legittima difesa, che proprio durante la stesura del precedente articolo abbiamo scoperto non essere poi stata così tanto allargata.

Citando i professionisti di Studio Cataldi

Non c’è quindi un’aggressione da cui difendersi ma uno stato oggettivo di necessità.
Dalla lettura testuale della norma si desume che i requisiti perché si possa invocare lo stato di necessità sono:
– l’esistenza di un pericolo attuale e inevitabile;
– l’esistenza di un pericolo che riguardi un danno grave alla persona.

Anche i requisiti del danno e del pericolo non sono limitati al solo pericolo di vita come nel nostro esempio. Infatti gli esempi devono essere inesatti e semplificati, per far capire un concetto.

Ma la realtà dei fatti è assai complessa e degna di maggiori esami, e quindi

Al fine dell’operatività della scriminante, la situazione di pericolo che rende l’azione necessitata deve essere attuale e l’attualità del pericolo deve essere valutata ex ante con riferimento alla situazione in cui versa l’agente prima di porre in essere la sua condotta offensiva. Il pericolo attiene ad un grave danno alla persona propria o altrui: non necessariamente ad essere minacciato deve essere il bene vita o l’integrità fisica; la situazione di pericolo può investire anche altri diritti della personalità come la libertà personale, l’onore e il decoro.
La norma, poi, prescrive che lo stato di pericolo non deve essere stato volontariamente causato dall’agente e che non sia altrimenti evitabile, nonché che l’azione lesiva sia necessaria. Ulteriore presupposto richiesto, ai fini della configurabilità della scriminante, è la proporzionalità tra il danno arrecato con l’azione necessitata ed il pericolo di danno determinato dalla situazione necessitante. La comparazione deve effettuarsi con riferimento al valore dei beni in conflitto e con riguardo al grado di lesione minacciato e arrecato.

La manovra del Capitano Rackete verte proprio a forzare queste valutazioni, ovvero i criteri di pericolo, proporzionalità e necessarietà.

E tale previsione che facemmo in tempi non sospetti, è stata confermata dalla Suprema Corte

Allora posso andare a speronare i militari?

Innanzitutto, il Capitano Rackete non ha speronato alcun militare. Perché al comando non c’era un ufficiale della Marina militare, come prescrivono le norme, ma un maresciallo delle Fiamme Gialle. Ci dice la Cassazione.

In secondo luogo, come detto, probabilmente se aveste un numero ingente di persone in stato di prostrazione psicofisica evidente e bisognose di cure immediate con voi avreste il dovere giuridico di condurle alla salvezza, e tale dovere sarebbe idonea scriminante per ogni semaforo rosso/posto di blocco/divieto di velocità eluso.

Giustamente, perché il diritto è una costruzione umana creata per esseri umani che riconosce il supremo valore della vita umana.

Vanno anche valutate le intenzioni del Capitano Rackete alla luce delle leggi della fisica

Più importante delle leggi del diritto ci sono le leggi della fisica. Le elementari leggi della fisica che prevedono che sia impossibile “inchiodare” con una nave della massa della Sea Watch 3 come si farebbe con un Pandino usato al parcheggio del Burghy.

Otto mesi fa preferimmo fidarci delle parole di un esperto anziché di quelle di Goccediluna07, adolescente un pochitto pazzerello, e Napalm51 a colpi di clicca clicca e banna banna.

E ora ci tocca riportare le sue parole (diffidandovi dall’usare il link al suo profilo per importunarlo o infastidirlo perché sennò saranno presi idonei provvedimenti)

Trattasi di persona che vi ricorda le più elementari regole della fisica: l’abbrivio.

Leggerete il suo post, che per quanto tecnico è redatto in un linguaggio assai semplice. In questo caso la verità, e non la “Verità” di Carola è che alle leggi della fisica non si comanda.

L’abbrivio e la conservazione del moto e della massa esistono: se pensate che si possa fermare una nave della stazza della Sea-Watch 3 una volta iniziata la manovra di attracco con la stessa velocità con cui fermate il vostro pandino usato, non solo dovrebbero togliervi la patente, ma non dovrebbero farvi usare più neppure le scarpe da ginnastica.

Il complesso equilibrio tra salvataggio e “difesa del territorio”

Oltretutto, ai tempi della Kater i Rades in Italia, proprio quell’increscioso e turpe sinistro aumentò tra gli addetti ai lavori ed i giuristi lo studio delle manovre di arginamento dell’immigrazione clandestina.

Non vi è alcun dubbio che un fenomeno importante come l’immigrazione clandestina vada controllato, regolato e diretto dal diritto, se non altro per evitare tragedie e morti in mare, ma proprio in seguito a quella tragedia gli addetti ai lavoro internazionali stabilirono in modo univoco, e giuridicamente ineccepibile, quanto il prodotto di una regolamentazione eccessivamente rigida e protezionistica non possa che, inevitabilmente, ricadere nella tragedia come una pallina posata su di un piano inclinato non può che rotolare verso il basso.

Parliamo di testi come Extraterritorial Immigration Control: Legal Challenges che a pagina 294, collazionando gli studi di giuristi di pregio come Enzo Cannizzaro, arriva alla conclusione che

Esiste un’obbligazione di ogni Stato a limitare le azioni a difesa dei propri confini entro i limiti necessari ad evitare un danno sproporzionato rispetto al rischio di intrusione

Sostanzialmente, ciò che esimi giuristi vogliono evitare è lo scenario in cui si possa finire a spiaccicare un’ambulanza piena di feriti ai confini doganali di uno Stato, rischiando così di spezzare le vite degli stessi, per una “difesa dei confini patrii” che lo stesso diritto considererebbe un intollerabile abuso.

La somma di tutti questi elementi porta, con evidenza, a dare alle motivazioni della Cassazione il valore di autentico faro della civiltà.

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