PRECISAZIONI Cucù, gli 80 euro non ci sono piu’: non era un bonus ma un pacco

di Enrica |

PRECISAZIONI Cucù, gli 80 euro non ci sono piu’: non era un bonus ma un pacco Bufale.net

precisazioniCi segnalano questo articolo Cucù, gli 80 euro non ci sono piu’: non era un bonus ma un pacco, di Siamolagente3.altervista.org.

Si parla ancora del rimborso Irpef sotto forma di bonus di 80€ in busta paga per lavoratore dipendente previsto dalla finanziaria 2014.

Il titolo dell’articolo di Siamolagente3 è chiaramente allarmistico in quanto farebbe pensare a una marcia indietro del Governo circa il rimborso Irpef in oggetto, ma le cose vanno precisate.
Leggendo poi l’articolo ci rendiamo conto che la notizia è, in effetti un po’ diversa, ossia non si parla della sparizione del rimborso, bensì dei dati 2015 sulle effettive erogazioni.

Beffati dal bonus. E costretti a restituirlo. È accaduto a 1,4 milioni di italiani che nel 2015 hanno ricevuto lo sconto Irpef da 80 euro in busta paga e, poi, sono stati costretti a rinunciarvi perché guadagnano troppo poco.. Un conto da oltre 750 milioni.

Andiamo con ordine.
Ci sono, cercando in rete, diversi articoli che spiegano efficacemente quali sono i requisiti per beneficiare del bonus.
Ne scegliamo uno del Il Sole 24 ore, fonte autorevole in materia.
Selezionando la scheda Norme&Tributi dalla Home del sito e facendo una ricerca con parole chiave bonus 80 euro, escono molti articoli che trattano il tema, dal 2014 a oggi.

In questo articolo del 25 Aprile 2014, leggiamo:

Il riconoscimento del credito avviene nel rispetto di tre condizioni: tipologia reddituale, esistenza di un debito di imposta e livello di reddito. I redditi che fanno sorgere il diritto al bonus sono quelli di lavoro dipendente e assimilato (escluse le pensioni). Altra condizione è l’esistenza di un debito di imposta a favore dell’Erario. Sul punto va sottolineato che l’Irpef a debito del percipiente deve residuare dopo aver applicato la sola detrazione fiscale prevista per il reddito di lavoro dipendente. Ne consegue che tutti coloro che possiedono redditi sino a 8.000 euro, non riceveranno alcun aiuto, essendo considerati incapienti. Ciò in quanto l’imposta prodotta dal reddito è tutta assorbita dalla detrazione per lavoro dipendente spettante.

Esempio: reddito da lavoro svolto tutto l’anno, 7.500 euro; imposta lorda 1.725 euro; detrazione per lavoro dipendente spettante 1.880 euro; imposta dovuta: zero. Sul punto va, tuttavia, osservato che il Presidente del Consiglio Renzi, ha annunciato un futuro intervento che dovrebbe includere nella platea dei beneficiari oltre agli incapienti, anche i pensionati e le partite Iva.

Per semplificare ulteriormente, sono titolari del diritto di “sconto” sull’Irpef coloro che:

  • – Sono lavoratori dipendenti
  • – Hanno un determinato livello di reddito (tra gli 8000€ ca. e i 24.000€ ca.)
  • – Pagano l’Irpef.

Chi dichiara redditi inferiori agli 8000€ ha una detrazione fiscale fissa di 1880€ che assorbe integralmente l’imposta sul reddito, quindi di fatto non paga l’Irpef e non ha quindi diritto al rimborso della stessa.

Proseguiamo nella lettura di Siamolagente3:

La restituzione è toccata a parecchie persone, circa uno su otto di chi lo aveva ricevuto.  Circa 798mila lavoratori lo hanno dovuto restituire integralmente in sede di dichiarazione. L’aspetto più antipatico della vicenda è che i contribuenti interessati, pur avendo percepito il bonus Renzi di 80 euro a rate durante l’anno precedente, devono restituire l’importo in un’unica soluzione.
Centinaia di euro in una botta sola. Di questi, 341mila avevano un reddito sotto i 7.500 euro all’anno, scrive il Fatto. Un sacrificio, ma soprattutto una beffa. Il beneficio, infatti, spetta a quanti hanno un reddito compreso tra gli 8mila – la soglia di incapienza, sotto cui non si pagano le tasse – e i 26mila euro.

Abbiamo verificato i dati e sono corretti, la fonte una tabella resa pubblica dal MEF (Ministero dell’Economia e Finanza); quindi ricapitolando: 1,4 milioni di italiani ha dovuto restituire integralmente o parzialmente il bonus Irpef.
Coloro che hanno dovuto restituirlo integralmente sono 798mila e di questi, 341mila sono coloro che hanno dovuto restituire integralmente il bonus poiché non raggiungono gli 8000€ ca. di reddito, mentre i restanti lo hanno dovuto restituire perchè superavano i 26000€ di reddito.

Tra questi 341mila c’è il caso di Eugenia Pages, intervistata dal Fatto Quotidiano in questo articolo che Siamolagente3 riprende integralmente nell’articolo che stiamo analizzando.

“E’ così che lo Stato italiano aiuta le persone che guadagnano poco? Regalando loro soldi quando riescono a lavorare e poi pretendendoli indietro perché alla fine dell’anno non hanno guadagnato abbastanza? Dando oltretutto per scontato che ne abbiano la disponibilità?”.

Eugenia Pages, 31 anni, è cuoca. Nel 2015 si è vista riconoscere il bonus da 80 euro, salvo poi scoprire, quasi un anno dopo, che non ne aveva diritto. Perché il suo reddito è stato troppo basso. E così deve restituire la somma all’Agenzia delle Entrate. Ma se il bonus è stato erogato un poco alla volta in busta paga, 80 euro al mese appunto, ora la ragazza si trova costretta a restituire tutto in un’unica soluzione. Centinaia di euro in una botta sola. E non è certo l’unica. Nel 2015 si sono contati 1,4 milioni di italiani obbligati a rinunciare al bonus, praticamente uno ogni otto beneficiari dello sgravio. Di questi 341mila avevano un reddito sotto i 7.500 euro all’anno. Un sacrificio, ma soprattutto una beffa.

La precisazione che ci sentiamo di fare in questa notizia è che non si tratta di una beffa contro coloro che guadagnano poco, come i toni dell’articolo del Fatto Quotidiano sembrano indicare, ma semplicemente un fraintendimento sin dal principio sui requisiti e il funzionamento dell’erogazione del bonus; considerando il fatto che hanno dovuto restituire il bonus anche coloro che alla fine dell’anno avevano superato la soglia massima e non solo coloro che non avevano raggiunto la minima.
Tant’è che Il Sole 24 Ore riporta la stessa notizia con toni decisamente meno allarmistici, visto che in teoria i requisiti e il funzionamento dell’erogazione del bonus erano già noti.

Dalle dichiarazioni 2015 emerge che a beneficiare del bonus sono stati circa 11,3 milioni di soggetti per un ammontare di circa 6,1 miliardi di euro, mentre le somme erogate dai sostituti d’imposta sono state pari a circa 6 miliardi di euro. Oltre 1,6 milioni di soggetti (pari a più del 14% del totale dei soggetti ammessi al bonus) hanno fatto valere il bonus in dichiarazione in forma parziale o totale. Mentre sono stati oltre 1,4 milioni di soggetti con bonus da restituire il bonus (per un importo di 321 milioni di euro). Di questi il 55% (pari a 798.000 soggetti) ha dichiarato una restituzione integrale dell’agevolazione.

Come ultimo spunto vi proponiamo quest’ultimo articolo, sempre de Il Sole 24 Ore, del 18 Aprile 2014:

Ottanta euro in più al mese, a partire da maggio, per i circa 10 milioni di lavoratori dipendenti con un reddito lordo annuo che si attesta tra gli 8mila e i 24mila euro l’anno. È quanto prevede il decreto legge approvato dal governo. Il bonus diminuisce in via proporzionale per chi guadagna poco più di 24mila euro.

E ancora:

Per gli incapienti, i pensionati e le partite Iva Renzi ha promesso un intervento nelle prossime settimane e mesi.

Concludendo, quindi, non si può dire che in questo caso i contribuenti siano stati beffati.

Attualmente il problema si genera perché il sostituto d’imposta (il datore di lavoro) è tenuto a versare il bonus di 80€ (a meno di esplicita dichiarazione di rinuncia da parte del lavoratore) indipendentemente dalla durata del contratto e dall’ammontare complessivo della retribuzione.
In sostanza: un lavoratore a tempo determinato che percepisce 1000€ al mese e lavora per 6 mesi durante l’anno, se non rinuncia espressamente al bonus, lo dovrà restituire integralmente a fine anno.

La ratio per cui il bonus viene accreditato anticipatamente è semplice, facciamo un esempio:

Un lavoratore ha un contratto a tempo determinato da gennaio a marzo e percepisce 1000€ al mese lordi. Il datore di lavoro in teoria non dovrebbe accreditargli il bonus in busta paga perché sa già che la sua retribuzione totale è di 3000€ lordi.
Ma se lo stesso lavoratore a settembre trovasse un altro lavoro con contratto fino a dicembre da 2000€ lordi al mese ecco che tra settembre e dicembre avrebbe maturato un ulteriore reddito di 8000€ e anche in questo caso non avrebbe avuto diritto al bonus.
La somma dei due redditi, però fa 11000€ lordi, quota che gli darebbe diritto a essere beneficiario del bonus.

Non potendosi prevedere, nei casi di lavoro dipendente precario e con contratti a tempo determinato, quale sarà l’ammontare complessivo dei redditi a fine anno, si è scelto di inserire automaticamente il bonus in tutte le buste paga che, proiettate ipoteticamente sull’anno, generano un reddito che rientra nei requisiti.
Ecco perché alcuni italiani si sono trovati costretti a restituirlo.

Non vogliamo ovviamente difendere questo sistema, che è certamente perfettibile, la precisazione riguarda solo il fatto che nessuno è stato beffato.
Gli incapienti e i pensionati erano considerati fuori da questa operazione fin dall’inizio.

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