Migliaia di cozze ‘bollite’ sulle spiagge della Nuova Zelanda

di Shadow Ranger |

Migliaia di cozze ‘bollite’ sulle spiagge della Nuova Zelanda Bufale.net

Ci segnalano un articolo dal titolo Migliaia di cozze ‘bollite’ sulle spiagge della Nuova Zelanda.

L’articolo è corretto, ma il fenomeno descritto tra virgolette in quanto, ovviamente, semplificato dal titolo merita approfondimento.

E merita approfondimento in quanto prova evidente di quello che dicevamo in un articolo precedente. Ma andiamo con ordine.

La storia

Effettivamente sono state trovate migliaia di cozze ‘bollite’ sulle spiagge della Nuova Zelanda.

E ci sono video sui Social con reazioni tra il confuso, lo spaventato e l’iracondo, come questo. Con didascalia apposta dall’utente traducibile in

Non ci sono più cozze sulla riva! Sono tutte morte, l’intero, fo**utissimo lotto!!!

E questo, secondo il professor Battershill, ecologo marino, è accaduto altre volte in periodi recenti.

Il Fenomeno Scientifico: Climate Change e Climate Strike

Il professor Battershill ha rilasciato una dichiarazione alla stampa sul filo che conduce questi casi

“The common denominators seem to be really hot conditions with lots of sunlight and unusually calm waters for an extended period,” he told AFP.

“This leads to a combination of heat stress and the animals running out of oxygen because the water’s so still. They eventually succumb… they’re effectively cooked alive.”

Battershill the extreme conditions were unusual.

“Is it related to climate change, I think it is,” he said.

Traducibile con

“Il minimo comun denominatore sembra essere il caldo estremo con molta esposizione solare e mari in innaturale bonaccia per un tempo esteso”, ha dichiarato ad AFP

“Questo comporta una situazione di stress termico e mancanza di ossigeno perché le acque sono ferme. Alla fine muiono… di fatto bollite vive”

[Per] Battershill le condizioni climatiche erano inusuali

“È colpa del cambiamento climatico, ritengo lo sia”, ci ha dichiarato.

Infatti vi abbiamo già parlato in passato della sostanziale differenza tra cambiamento climatico e climate strike, il cambiamento climatico rapido ed improvviso.

Esistono una serie di naturali ragioni per cui ciclicamente il clima si modifica in tempi abbastanza lunghi.

Ad esempio il ciclo di Milankovitch, che spiega in assenza di altri fattori il susseguirsi delle ere glaciali.

Ma esistono una serie di ragioni, riassumibili come il climate strike per cui questi cambiamenti dall’inizio dell’antropocene moderno sono diventati assai più rapidi, nocivi ed imprevedibili.

Riportando dal nostro articolo precedente

Climate strike, non climate change

I cambiamenti climatici come quello che ha portato, ad esempio, alla morte dei frutti di mare NeoZelandesi ed alla crisi della Barriera Corallina Australiana non sono quelli macroscopici, a livello astronomico.

Sono quelli quasi istantanei, il cambiamento antropico dall’Età Industriale ad oggi.

Non si parla di climate change, bensì di climate strike, il frutto del c.d. Antropocene, l’era dell’Uomo che Manipola l’ambiente.

Come tutte le teorie del Complotto, è consolante sapere che l’essere umano non deve fare niente se non combattere i sinistrorsi, i Poteri Forti o Katy Perry, che un brillante scienziato che si vuole negletto (ma abbiamo visto non lo è) come Nikola Tesla ed altri guru di un passato remoto e occulto dalla Cospirazione ha detto che tutto andrà a posto se si avrà fede in lui o altro.

Ma non è affatto vero.

Confondere climate change e climate strike significa ad esempio ignorare che

Riscaldamento globale. L’utilizzo imponente dei combustibili fossili catalizzato dalla Rivoluzione Industriale e dal conseguente boom demografico è alla base del cambiamento climatico registrato negli ultimi 200 anni. Sistemi di trasporto, allevamenti, riscaldamenti, industrie e settore agricolo, in un paio di secoli hanno proiettato nell’ambiente più di 550 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, circa la metà delle quali si è accumulata nell’atmosfera, mentre l’altra metà è stata distribuita tra oceani ed ecosistemi terrestri. Questo composto è il principale artefice del cosiddetto effetto serra, poiché intrappola la radiazione infrarossa irradiata dalla Terra, a sua volta derivata dalla radiazione ultravioletta emessa del Sole. In parole semplici, l’anidride carbonica e gli altri gas serra presenti nell’ambiente alterano il normale equilibrio energetico del pianeta, avendo come conseguenza l’innalzamento delle temperature medie poiché impedisce la “fuga” della radiazione elettromagnetica, intrappolandola.

Conseguenze devastanti. Negli oceani l’accumulo di anidride carbonica (CO2) determina il processo di acidificazione, che mette a repentaglio la vita del plancton e di altre specie poiché è in grado di scioglierne i gusci calcarei, come dimostrato da diversi studi. L’aumento delle temperature favorisce invece lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento del livello del mare; catalizza eventi meteorologici sempre più estremi; determina siccità, inondazioni, carestie, ondate di calore letali, diffusione di vettori che portano malattie e moltissime altre conseguenze nefaste, per la nostra e per tutte le altre specie del pianeta. Ecco perché i cambiamenti climatici scaturiti dalla Rivoluzione Industriale rappresentano uno dei più grandi pericoli per il futuro dell’umanità, destinata ad abbandonare i combustibili fossili (in esaurimento) e ad abbracciare completamente le fonti di energia rinnovabile, se vuol continuare a sopravvivere.

Più una serie di altri rimedi, possibili. Ma fattibili.

Perché ricordiamo, non è neppure esatto dichiarare che siamo di fronte alla distruzione della Terra. La Terra se la caverà benissimo, l’ha sempre fatta. Diventerà solo un gran brutto postaccio per viverci, peggiore di quello che ci sembra adesso.

Le apocalissi non sono rapide e veloci

Non vivremo uno scenario da film. Non ci sarà nessuna data precisa in cui la vita sulla Terra finirà.

Vediamo già adesso gli effetti iniziali dell’estremizzazione del clima.

L’arrivo di disperati sulle nostre coste? Il “migrante economico” non è, come amano pensare certuni, uno che “vuole guadagnare più soldi.”.

È qualcuno che nel luogo dove si trova non riesce più a coltivare il necessario per la sussistenza di un settore primario nella sua terra, portando allo scatafascio un’economia emergente.

La perdita di variazione biologica, la distruzione dei coralli e di specie animali?  Non troppo tempo fa chi vi scrive citò l’Odio di Kassovitz, descrivendo il tutto così

« Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. »

Gli uragani, i cambiamenti climatici estremi, la perdita di ingenti parti di ghiacciai?

Il problema, posso ripetervi, non è la caduta, ma l’atterraggio. E noi stiamo ancora cadendo. Ma non solo stiamo solo ripetendo che va tutto bene per farci coraggio, ma ripetendoci che uno scienziato del 1900 ci ha giurato che se sbatteremo le braccia forte forte ci libreremo in volo come uccelli, che la Cospirazione dei Poteri Forti ce lo ha negato e, felici di volare liberi e ribelli nel cielo eviteremo l’impatto senza sforzo alcuno.

E naturalmente, ci sono tanti altri segnali che portano all’Antropocene come causa del climate strike. Troppi per parlarne in un articolo di blog di 2000 battute circa.

Ma abbastanza per dichiarare che Migliaia di cozze ‘bollite’ sulle spiagge della Nuova Zelanda sono il frutto del climate strike.

Quello che tutti fanno finta di non vedere.

NOTA: Per il termine “climate strike”:
Abbiamo deciso di coniare un neologismo rubandolo ai Friday for Future per esprimere la differenza nel modo più rapido possibile, non esistendo nella letteratura scientifica un termine che distingue il Cambiamento Climatico “naturale” e quello “antropico”

Quando la comunità scientifica conierà quel termine, saremo lieti di adottarlo.

Per ora Greta ci perdonerà lo scippo linguistico… è per il bene comune.

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