Grazia per Patrick Zaki: fine dell’incubo, resta il monito per la sua storia

di Bufale.net Team |

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Grazia per Patrick Zaki: fine dell’incubo, resta il monito per la sua storia Bufale.net

Con la grazia per Patrick Zaki è finito un incubo che ormai si trascinava da quasi tre anni. Un incubo concluso con la grazia, ma un incubo che deve ricordarci che mai più simili cose dovrebbero accadere. Non in un mondo ideale, mai nel mondo che vorremmo per i nostri figli.

Grazia per Patrick Zaki: fine dell'incubo, resta il monito per la sua storia

Grazia per Patrick Zaki: fine dell’incubo, resta il monito per la sua storia

Abbiamo seguito la vicenda a suo tempo, annunciando la sua liberazione di fatto, ma non assoluzione, ed ora possiamo dare una lieta notizia che risarcisce ma non cancella un passato che non avremmo mai voluto leggere e, sicuramente, il giovane non avrebbe mai voluto vivere.

Grazia per Patrick Zaki: fine dell’incubo, resta il monito per la sua storia

Questa storia comincia nel 2020. All’epoca Zaki era uno studente, giovane, ventotto anni. Laureando in Studi di Genere a Bologna.

Ci riporta il Resto del Carlino

Attivista per i diritti umani e collaboratore dell’associazione Eipr (Egyptian initiative for personal rights), Patrick è stato anche ex manager della campagna presidenziale di Khaled Ali, oppositore dell’attuale presidente al-Sisi.

Il che, nonostante quanto ne dica il mondo della “controinformazione” è precisamente e assolutamente normale.

Se bastasse essere un attivista per i diritti umani e collaborare alla campagna elettorale dell’opposizione per essere definito un nemico o un “attivista delle ONG” con tono derogatorio, sostanzialmente ad ogni caduta di Governo in Italia metà della popolazione dovrebbe dare il cambio all’altra nelle Patrie Galere.

Sommiamo a questo un contesto dove l’indipendenza stessa delle professioni legali viene spesso messa a rischio, in uno scenario descritto come basato “su intercettazioni telefoniche arbitrarie e campagne d’odio verso gli stessi”, e abbiamo come un giovane attivista collaboratore per la campagna elettorale di un partito che si è speso per i diritti umani e il cui rappresentante si è ritirato dall’agone elettorale denunciando intimidazioni e liti temerarie nei confronti dei suoi collaboratori nel 2018, ed abbiamo la ricetta per il disastro.

Nel 2020, torniamo all’inizio della vicenda di Zaki (di cui la sua cooperazione con Khaled Alì è stata evidente prologo) Patrick si reca a Mansoura per una breve vacanza.

Non farà ritorno in Italia per diverso tempo.

Nell’immediato viene accusato di “aver pubblicato notizie false con l’intento di disturbare la pace sociale, di aver incoraggiato le proteste contro l’autorità pubblica e il rovesciamento dello stato egiziano.”, la tipica “accusa ombrello” fatta per arrestare un dissidente senza avere altro in mano che no le prove della sua stessa natura di dissidente.

E di lì in poi, prima di migliorare le cose peggiorano. E molto.

L’inizio (e la fine) dell’odissea

Le prime udienze del processo contro Zaki si sono tenute solamente a luglio del 2020, 5 mesi dopo l’arresto nel febbraio del 2020. I report di Amnesty International parlano di pratiche assimilabili alla tortura vera e propria.

Di rinnovo in rinnovo Patrick Zaki resta in regime di carcerazione preventiva, in attesa di giudizio, fino al 2 febbraio del 2021.

Nel frattempo la mobilitazione per Zaki coinvolge l’Unione Europea e persino personalità internazionali, arrivando ad un appello di Scarlett Johanson.

L’8 Dicembre del 2021 finalmente lo studente viene scarcerato, ma il processo in suo carico continua: il 17 Luglio 2023 riesce a laurearsi all’Università di Bologna, ma in remoto, esprimendo il desiderio di poter tornare presto in Italia, frustrato da continui rinvii

Il giorno dopo la doccia fredda: il tribunale di Mansoura decide per una condanna inappellabile a tre anni, cui detrarre il solo tempo della detenzione cautelare.

Viene definito “il peggiore degli scenari possibili”, e viene trattenuto per essere tradotto in carcere per un anno e due mesi.

Il giorno dopo però, come preannunciato a mezzo social dal segretario del Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati egiziana, Al-Sisi pronuncia la grazia presidenziale.

Si taglia un nodo gordiano: di fatto nessuno arretra, ma la grazia consente a Patrick Zaki finalmente di tornare, dopo tre anni, un uomo libero.

Resta l’amarezza per un prezzo troppo caro da pagare per accuse che il giovane ha sempre contestato e una condanna legata al suo attivismo, ma almeno è libero.

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