DISINFORMAZIONE Roma: blocca un'islamica col burqa, infermiera sospesa dal reparto – Bufale.net

di David Tyto Puente |

DISINFORMAZIONE Roma: blocca un'islamica col burqa, infermiera sospesa dal reparto – Bufale.net Bufale.net

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Ci segnalano un articolo pubblicato da Imolaoggi, il 22 febbraio 2015, dal titolo “Roma: blocca un’islamica col burqa, infermiera sospesa dal reparto“. L’articolo, in verità, non è di Imolaoggi, il quale copia e incolla un articolo de Il Tempo del 20 febbraio 2015 dal titolo “Blocca una qatariota col burqa Infermiera sospesa dal reparto“.
Così come Imolaoggi, ma senza citare la fonte, han copiato e incollato i siti Ilsudconsalvini.orgCatenaumana.it.
Leggiamo alcuni pezzi dell’articolo de Il Tempo:

“Dipendente dell’Ime impedisce l’ingresso ad una ragazza col viso coperto”
«Il Qatar chiede il mio licenziamento perché non ho taciuto davanti alla violazione delle regole vigenti qui in Italia e messe in discussione per interessi particolari. Accedere in aree sterili, dove i degenti sono bambini, con abiti non adatti, come può essere il burqa ma anche un normale tajer, è una violazione delle regole. Dal 10 febbraio sono stata sospesa dal servizio e ora non so più che fare. Mi sento discriminata in patria perché sono una donna occidentale». Daniela Francesconi piange e racconta la sua storia, complicata e a tratti paradossale.
[…] L’Ambasciata, tramite l’avvocato Bruno Bertucci, ha mandato una lettera di lamentele alla Fondazione Ime in cui indica una serie di pazienti che «hanno denunciato di essere stati trattati con arroganza, scarso senso civico e maleducazione dal capo sala del predetto reparto dott.ssa Daniela Francesconi» e contestualmente chiede di «intervenire con cortese sollecitudine al fine di evitare il ripetersi di quanto accaduto, sostituendo la capo sala del reparto con altra persona più educata e più sensibile alle necessità dei malati ricoverati presso il vostro istituto».
[…] Dal canto suo il direttore generale dell’Ime, Valentino Martelli, interpellato da Il Tempo fa sapere che «la vicenda risale a molti mesi fa. A carico della signora ci sono molte contestazioni, tra cui le ultime molto pesanti. È in corso una procedura disciplinare molto seria, che ha comportato anche l’allontanamento della stessa. Può essere che in tutti questi anni una sola donna è entrata con il burqa, ma ci tengo a sottolineare che il caso della Francesconi non ha niente a che vedere con questo. In questa storia non c’entra la religione». Il legale dell’Ambasciata ha spiegato che «alcuni pazienti hanno segnalato degli episodi riguardo a quanto accaduto all’interno della Fondazione che lavora molto con il mondo arabo. Io, però, oltre a quello che ho scritto nella lettera non so. Posso aggiungere che in seguito sono arrivate altre lamentele contro la dottoressa, ma l’Ambasciata del Qatar ha deciso di non andare oltre».

In un articolo precedente, del 29 ottobre 2014, pubblicato da Blitzquotidiano dal titolo “Libero: ‘In reparto con il burqa. La caposala si oppone e ne chiedono la testa’“, il quale a sua volta riprende un articolo di Libero, recuperiamo ulteriori elementi:

La vicenda contestata risale al 23 ottobre. Quel giorno una ragazza qatariota, appena operata insieme a sua sorella nella struttura romana specializzata nei trapianti di midollo osseo, entra in un’area non consentita ai degenti, ossia nella zona delle cucine. La dottoressa Francesconi fa presente alla ragazza che non è possibile sostare lì e invita in italiano l’ausiliaria che è con lei a lasciare quel luogo interdetto ai non addetti ai lavori. La paziente qatariota si allontana e raggiunge i genitori in sala d’attesa. A quel punto la madre della ragazza aggredisce la Francesconi, intimandole in inglese di star zitta e di andare via. Dopodiché le dà un ceffone.

Dal racconto pubblicato da Libero, e riportato da Blitzquotidiano, non si fa accenno al burqa in questo episodio, ma vengono raccontati ulteriori casi:

Quello della ragazza qatariota sopra raccontato è solo un esempio. Lo scorso anno, ricorda la dottoressa, una famiglia di kuwaitiani pretendeva di portare nell’area trapianti del reparto una quantità notevole di apparecchi elettronici, dalle tv ai cellulari, non conforme alle normative di sicurezza. Al divieto imposto dalla Francesconi, aveva fatto seguito allora un richiamo verbale da parte dell’ambasciata del Kuwait, che la invitava a essere più tollerante in alcune situazioni.
La scorsa settimana, invece, la madre nigeriana di un paziente esigeva di entrare nell’area trapianti dell’ospedale – una zona a carica batterica controllata – con indosso il burqa e dei guanti di lana. «Le ho subito manifestato l’impossibilità, di natura medico-sanitaria, di presentarsi con quegli abiti all’interno della stanza di suo figlio e l’ho invitata a presentarsi esclusivamente con le divise gialle previste dal nostro regolamento. Ma la donna ha fatto resistenza e ha preteso di portare all’interno dell’area anche il tappeto di lana, dove potersi inginocchiare per pregare».

Da quanto viene raccontato e pubblicato da Libero il caso del burqa è legato piuttosto al caso di una madre nigeriana di  una paziente, e non a quella del Qatar secondo quanto riporta Il Tempo.
Dagli elementi raccolti, si evince che:

  • il caso del burqa è relativo ad un altro episodio, che non ha a che vedere con l’ambasciata del Qatar;
  • a carico della dottoressa Francesconi ci sarebbero molte contestazioni, alcune ritenute pesanti dal direttore generale dell’Ime;

Fatto sta che la questione è finita in tribunale, si dovrà quindi attendere un esito al fine di poter capire per certo quanto sarebbe accaduto alla dottoressa Francesconi:

La vicenda è finita in Tribunale e Daniela, responsabile del reparto infermieristico presso l’Ime, ora aspetta l’esito anche del procedimento disciplinare a cui è stata sottoposta da parte della Fondazione.

La Fondazione Ime (Istituto Mediterraneo di Ematologia), da quello che si legge negli articoli sopra citati, risulterebbe essere una “fondazione con statuto privato“, ma sarebbe nata su iniziative ministeriali e governative regionali:

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Nato su iniziativa del Ministero della Salute, del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero dell’Economia e della Regione Lazio, la fondazione IME opera per realizzare una rete sanitaria internazionale a favore di Paesi dove le malattie ematologiche rappresentano un diffuso problema sanitario e sociale, portando avanti un progetto internazionale di cura, formazione, ricerca e trasferimento di know-how nel campo delle malattie ematologiche e della talassemia in particolare.
Per i contenuti e il modello proposto, il Progetto Internazionale IME si presenta quindi non soltanto come un’iniziativa di cooperazione allo sviluppo in ambito solidaristico e sanitario, ma come importante strumento di politica estera del “Sistema Italia”, proponendo un primato tutto italiano, come motore per la crescita e la qualificazione di strutture sanitarie straniere , in paesi gravemente afflitti da malattie ematologiche emergenti, anemia falciforme e talassemia.

Secondo quanto riportato da Libero, la Fondazione riceverebbe finanziamenti statali e non solo:

Non mancano neppure le situazioni di elargizioni munifiche da parte delle famiglie dei bambini operati al personale ospedaliero, in modo che venga chiuso un occhio sulle loro infrazioni. «Sono frequentissimi i casi di doni», assicura la Francesconi, «che rafforzano la convinzione che a loro tutto sia consentito solo perché pagano bene (oltre 100mila euro per un’operazione di trapianto di midollo osseo)».

Dobbiamo attendere gli esiti dal tribunale, ma da quello che si potrebbe notare è che intorno alla faccenda delle “pretese” ci sarebbe una questione di denaro piuttosto che di religione (della serie “io pago e io pretendo”).

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