I video con africani e indiani che fanno cose sono davvero utili a qualcuno?
I video con africani e indiani che fanno cose sono davvero utili a qualcuno? La domanda viene spontanea quando ci segnalano video di canali come AZ Making, o video come quelli di Topspeed Germany
Persone dalle regioni povere dell’India o dell’Africa che fanno cose che si spiegano con una sola parola: sopravvivenza. Indiani che preparano pasta che probabilmente non passerebbe le condizioni igieniche di nessun posto dove i ristoranti sono controllati, o che lavorano l’alluminio senza guanti e maschere rischiando mani e occhi con ogni passaggio, o meccanici africani che lavorano con mezzi improvvisati per mantenere operativi mezzi meccanici che forse dureranno solo una settimana in più, ma per chi non ha niente fa la differenza.
Il punto è: questi video servono davvero?
I video con africani e indiani che fanno cose sono davvero utili a qualcuno?
Parliamo di video che sono l’estrema evoluzione del Jugaad, parola indiana che indica l’accrocco, oggetti spesso pericolosi, spesso creati col poco che si ha per sostituire oggetti che chi non ha non può permettersi, o l’improbabile salva di video delle “false riparazioni”, dove gli stessi personaggi impoveriti fanno finta di trovare nelle discariche oggetti costosi e “ripararli”, spesso con editing creativo, scene montate al contrario e “salti scenici” dove il rottame viene sostituito da un oggetto comprato per inscenare il video.

I video con africani e indiani che fanno cose sono davvero utili a qualcuno?
Questi video sono più “onesti” in un certo senso, alla componente ovviamente inscenata si aggiunge l’esaltazione dell’ingenuità di chi ha poco e cerca di averne molto.
Ma cosa si ottiene? React video, il genere di video che abbiamo visto dove il content creator di turno non crea ma commenta rumorosamente un video creato da altri, dove l’ingenua povertà dei soggetti raffigurati viene allegramente resa oggetto di riso o salve di commenti che inneggiano al “si stava meglio quando si stava peggio”.
La povertà diventa clickbait, nello stile degli “Zoo ottentotti”, gli “zoo umani” ottocenteschi in cui annoiati signori e signore di età vittoriana pagavano per vedere “i selvaggi”, ovvero indigeni strappati dalle loro terre e fatti vivere in strutture simili a zoo, formalmente con lo scopo di “conoscere nuove culture” ma di fatto per dare a nobildonne e nobiluomini annoiate l’occasione di ridere del “diverso e selvaggio”.
La domanda da porci è la seguente: ammesso che i soldi delle visualizzazioni (meno di quanto pensiate), finiscano in mano a quelle persone e non ai gestori dei canali che li ritraggono, vale la pena trasformarli in stereotipi?
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