Perché non dovreste condividere i foto e i social del “ragazzo tatuato a Bergamo con l’epatite”
Ci segnalano i nostri contatti un audio dove una voce femminile parla di un “ragazzo tatuato a Bergamo con l’epatite”, drogato di “crock, anzi crack”, responsabile di violenze e che sarebbe stato attenzionato dalle autorità.

Perché non dovreste condividere i foto e i social del “ragazzo tatuato a Bergamo con l’epatite” (estratto)
L’audio non si limita a questo: allega un profilo social, in questo momento chiuso, chiaramente collegato ad un “giovane tatuato”.
Ci sono tutta una serie di motivi per cui la condivisione è la cosa più errata da fare.
Perché non dovreste condividere i foto e i social del “ragazzo tatuato a Bergamo con l’epatite”
Partiamo dal primo elemento: abbiamo provato a contattare la Questura di Bergamo, che comprensibilmenmte non risponde nel weekend.
La telefonata dovrà attendere quindi lunedì.
Nel frattempo, in assenza di riscontri del presunto arresto sulla stampa, esiste un motivo per il quale il Far West è finito quando sono finiti i cacciatori di taglie coi manifesti “vivo o morto” e siamo tornati alla polizia.

Notizie da Bergamo
È corretto se si sospetta che qualcuno abbia compiuto dei reati denunciarlo. Non è corretta la “giustizia fai da te” con tanto di ostensione di dati sanitari (“malato di epatite”, “strafatto di crock”).
Vieppiù non sarebbe il primo caso in cui nel desiderio giustiziero di stanare il colpevole viene colpita la persona sbagliata.
I casi sono due: il giovane tatuato è quello del video, ma non avete modo di saperlo, dovreste quantomeno aspettare lunedì l’apertura della Questura, e soprattutto non siete autorizzati a fare doxxing per una presunta emergenza che se fosse vera sarebbe finita con l’arresto.
Ma il secondo caso è ancora peggio: il giovane nella foto non è quello della storia oppure non ha compiuto davvero quelle azioni, e come nei video virali di “Rubolino il Topolino Criminale” state fomentando il linciaggio di un estraneo.
Cosa che è successa davvero, quando, ricordiamo, un audio relativo ad un “presunto pedofilo” portò ad una serie di atti persecutori e vandalici ai danni di un innocente barista di Barma al quale fu data fuoco alla macchina e spaccata ogni vetrina del suo locale costringendolo alla chiusura.
Già un giornalista avrebbe giustamente problemi a verificare quei dati: voi con un singolo audio dovreste fermare i cavalli e quantomeno evitare ostensioni di foto e indicazioni.
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