L’incendio del Cinema Statuto alla luce del disastro di Crans-Montana
Dinanzi alla tragedia di Crans-Montana abbiamo avuto un’ondata di complottismo: quando in Italia accadde qualcosa del genere al Cinema Statuto di Torino, in tempi più civili, imparammo invece il valore della sicurezza.
La storia, che torna in questi giorni, risale al 13 febbraio del 1983, in tempi lontani dallo stato della tecnologia e dell’arte moderna. Ha un numero assai minore di complottisti, ma come vedremo, un piccolo numero di portatori di argomenti contrari alla “modernizzazione della sicurezza” erano comunque presenti.
L’incendio del Cinema Statuto alla luce del disastro di Crans-Montana
Siamo a febbraio, termine finale dell’alta stagione. Nevica ancora, ed al cinema c’è La Capra di Francis Weber con Gerard Depardieu, quel genere di film che resta a cartellone per settimane e settimane.
Quindi tutti coloro che non riescono ad andare sulle piste da sci perché non avendo alberghi in zona non riescono ad usare auto di proprietà e i mezzi pubblici (più diffusi adesso che allora) ripiegano sul cinema.

Il Cinema Statuto era stato da poco rinnovato, e il proprietario dichiarava di aver aderito a tutte le prescrizioni dell’epoca. Problema: le prescrizioni dell’epoca per gli standard di oggi non valevano un atomo, erano inutili, palliativi senza alcun costrutto.
Da un lato per tutta la vita il gestore del locale lamenterà di aver ricevuto da poco la visita di “sette ispettori” che non avevano trovato “neppure una lampadina fulminata”.
Dall’altro quello che controllavano era davvero poca roba. Il concetto di “porte apribili” era letteralmente “porte apribili” in generale, quindi se tu avevi un locale pubblico e chiudevi tutte le porte a chiave trasformandolo in una trappola normale, ma tutte le “maschere”, i valletti e i camerieri avevano accesso alle chiavi tecnicamente eri a posto.
Se le stoffe e il mobilio erano ignifughi ma liberavano fumi tossici, eri comunque a posto. E nessuno sembrava poter prevedere cosa avrenne potuto accadere in casi critici. Cosa che accadde.
La tragedia
Il 13 febbraio al Cinema Statuto la situazione era improponibile per gli standard attuali, ma del tutto coerente con la situazione Italiana degli anni ’80: il pubblico fu fatto entrare in sala e furono chiuse a chiave tutte le uscite laterali, peraltro prive di maniglioni antipanico (oggetto all’epoca poco diffuso) per evitare l’endemica piaga dei “portoghesi”, ovvero di entra senza biglietto dalle uscite laterali o usa le stesse per fuggire alla chetichella all’arrivo delle “maschere”, ovvero dei bigliettai.
Intorno alle 18:15 scoppia quindi un incendio, per un probabile corto circuito che brucia le tende sul retro, bloccando le uscite rimaste aperte. Alcuni riescono a fuggire, altri si accalcano sulle porte chiuse schiacciandosi a vicenda, altri semplicemente vengono soffocati dal fumo denso e tossico delle poltrone e dei tendaggi in fiamme, secondo il principio del “se è ignifugo va bene” ma omettendo che un fumo denso e tossico in un ambiente chiuso è parimenti fonte di pericolo.

Estratto di un articolo dell’epoca che definisce “l’ondata moralizzatrice” – Cliccare per l’Integrale sul portale del La Stampa
Chi riuscì a fuggire rimase intrappolato in vicoli ciechi all’altezza dei bagni, in un’era dove le indicazioni di emergenza non erano state ancora previste.
Le fiamme divamparono distruggendo l’impianto elettrico, erodendo la plastica protettiva dei cavi e interrompendo parte della connessione elettrica: la direzione decise di non interrompere immediatamente la visione del film, cercando di contenere il panico.
La decisione ebbe uno sgradevole effetto collaterale: ai morti soffocati dal fumo si aggiunsero quelli che rimandarono i tentativi di fuga ignari della gravità di quello che stava accadendo.
Il proprietario cercò di calmare chi era riuscito ad arrivare indenne alla biglietteria, ma le urla strazianti degli altri continuarono fino alla consumazione del disastro.
Alla fine morirono 64 persone, 32 maschi e 32 femmine, di cui due bambini (uno per sesso), di età compresa dai 7 ai 55 anni.
Le ulteriori conseguenze
L’intero impianto del concetto di sicurezza nacque da quel momento. In seguito ai funerali di Stato delle vittime fu finalmente aperto un dibattito sulle misure di sicurezza, anacronistiche nella migliore delle ipotesi, platealmente ignorate nella maggior parte dei casi.
Il proprietario del cinema, il geometra che aveva supervisionato i lavori e il tappezziere furono condannati, il primo praticamente perdendo ogni bene in seguito agli ingenti risarcimenti da pagare. Assolto fu l’elettricista.
Un’ondata di controlli portò alla chiusura di diversi esercizi pubblici a Torino e dintorni, e l’inasprimento delle norme di sicurezza che raggiunsero rapidamente gli standard attuali.
Un articolo del 1983 su La Stampa equiparò tali controlli ad una “ondata moralizzatrice”, paventando la “distruzione della bellezza” e dichiarando che le nuove norme anti-incendio avrebbero rischiato di privare i luoghi storici italiani degli “Ori e stucchi”, facendo l’esempio del teatro La Fenice tra i luoghi che se fossero stati messi a norma avrebbero perso la bellezza.

Il rogo della Fenice
Ironicamente e provando la fallacia dell’argomento contrario alla messa a norma senza se e senza ma, proprio il Teatro la Fenice fu praticamente distrutto da un rogo nel 1996 necessitando la completa ricostruzione,
Nello stesso anno le macerie del Cinema Statuto, che non aveva mai più riaperto, furono distrutte del tutto e al suo posto fu eretto un condominio, testimoniando il passaggio ad un’epoca diversa.
Non si trattava di una “ondata moralizzatrice” ma di una necessità: i locali aperti al pubblico devono essere sicuri. Quando non lo sono, ecco cosa succede.
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