Vi abbiamo parlato in passato della storia del concetto computer portatile, ma uno dei più iconici della storia, il ThinkPad di IBM (ora di Lenovo) è nato da una storia di fallimenti e invenzioni.

IBM per una serie di ragioni è entrata nell’agone dei computer portatili solo brevemente all’inizio della storia del concept, per poi scomparire dopo un fallimento e tornare con una serie di soluzioni innovative che di fatto hanno ricostruito il concetto di PC portatile.
Al principio c’era il trasportabile
Gli anni ’80 furono l’impero dei computer c.d. “luggable”, tradotto in Italiano per far piacere a chi non ama gli esterismi nella lingua, i “trasportabili”, come il Commodore SX64 (un Commodore 64 “trasportabile”) e l’Osborne 1.
Un “trasportabile” si distingue dal “portatile” per l’assenza di batterie e, fino ai portatili di attuale generazione, per dimensioni ben più generose. Laddove un portatile moderno ha le dimensioni di un libro ed entra comodamente in uno zainetto, un trasportabile aveva le dimensioni di una grossa valigia, e sovente non entrava in niente, essendo munito di una sua maniglia per il trasporto e scompartimenti interni per custodire cavi e floppy.

Fu tecnicamente l’Osborne 1 a far partire la corsa al Trasportabile, prendendo le mosse dai WordProcessor (all’epoca il termine non intendeva i programmi di videoscrittura, ma strumenti elettronici per la stesura di testi) e integrando in un solo corpo due lettori floppy e un computer basato sullo Zilog 80 in grado di far girare CP/M, il sistema operativo all’epoca più apprezzato dagli uffici.
L’Osborne 1 come abbiamo visto cadde vittima del marketing: la casa madre annunciò presto, troppo presto, il lancio imminente di una nuova gamma di prodotti, tra cui i modelli Executive e Vixen, per poi decidere di abbassare di colpo i prezzi dell’Osborne 1 per evitare di essere anticipati dalla concorrenza di Compaq e Kaypro.

Il tutto mentre Compaq, in un periodo in cui Osborne si era messa fuori dalla competizione, assediava i negozi con un suo prodotto.
Dove era la concorrenza? Compaq e Kaypro avevano già i loro luggable, il Commodore SX-64, alternativa trasportabile al più noto Commodore 64, era già disponibile al lancio nel 1983 e fu lodato come il primo trasportabile a colori.
E IBM?
IBM aveva un suo portatile, ma nel senso proprio: l’IBM PC Portable del 1984, in realtà un Trasportabile, sostituito due anni dopo dal Convertible, in realtà il primo vero portatile della casa, con una sua batteria autonoma (necessaria per avviare peraltro il sistema: molti “Convertible” non funzionanti in realtà sono Convertible col pacco batterie morto che si insiste ad alimentare con alimentatore esterno) e un monitor LCD in formato CGA di proporzioni non standard.
Purtroppo il Convertible non ebbe successo: pesava troppo, costava troppo, il display LCD era decisamente poco visibile.
Tutto questo contribuì a tenere IBM a lungo lontana dal mercato dei portatili: quando vi tornò era già il 1992.
Intervallo: i PS/2 Portable
Nel 1989 però IBM tornò ai trasportabili, col PS/2 70, sostanzialmente un PC fisso PS/2 “invaligiato” con un monitor. Perché tornare indietro? Abbiamo visto i portatili per buona parte degli anni ’80 erano solo un sogno, e i trasportabili erano invece costosi ma vantaggiosi.
Pensate a chi di voi usa in ufficio un portatile con la batteria morta o quasi che ancora non si convince a cambiare o trova antieconomico farlo: un portatile con la batteria avariata è ancora una soluzione ottimale rispetto a portarsi avanti e dietro da casa un disco fisso esterno su due PC o l’ormai improponibile idea di imballare monitor, tastiera, accessori e unità centrale e portarseli a casa nei weekend.

Anche senza una batteria funzionante o con una batteria sotto le soglie del 70% di salute complessiva che ormai ti dura un’ora scarsa, e finché la batteria non è gonfia o visibilmente danneggiata, puoi comodamente lavorare non appena trovi una presa elettrica per collegare un caricabatterie, in ufficio o in treno e trasportare tutto il necesario per lavorare ti richiede solo la fatica di chiudere il portatile in uno zaino.
Un trasportabile era grosso come una valigia particolarmente pesante, ma era pur sempre una valigia e basta.
Potevi gettarlo nel bagagliaio dell’auto, nella cappelliera di treno e aereo e riprendere a lavorare arrivato a casa o in albergo. Arriviamo così al 1991, quando IBM tornò ai portatili.
Dal IBM PS/2 Model L40 SX al ThinkPad
Nel 1991 IBM tornò all’idea di un vero portatile, ma “con una batteria che durasse più di mezz’ora”.
Nacque così l’L40, ritorno di IBM ai Portatili creato in fretta e con tecniche di produzione innovative come l’invio dei soli file CAD tra le ditte Lexmark e Leap Technology per finalizzare le varie parti necessarie alla produzione.
Salvo alcuni problemi tecnici che necessitarono un intervento in garanzia per un problema di corti circuiti nell’uso delle batterie l’L40 fu generalmente ben recepito dal mercato, meglio che i modelli precedenti e aprì la strada al ThinkPad.
L’L40 era sostanzialmente un figlio del suo tempo: tre chili e mezzo di peso, tastiera senza tastierino numerico ma di corsa standard, plasticaccia bianca da PC.

Ma i tempi erano maturi per concepire un portatile che fosse un oggetto di design, che potesse esssere infilato in una 24 ore o sul fondo di uno zaino senza provocarsi un’ernia, che non richiedesse portarsi appresso un mouse o un trackpad e che potesse, sostanzialmente, essere usato praticamente da solo senza ricorrere a dock o altri ausili se non per maggiore comodità.
Arriviamo così al ThinkPad, prodotto nato non a caso per competere coi PowerBook di Apple e i portatili di Dell e Compaq, già presenti sul mercato e con queti tratti in mente.
IBM contattò Arimasa Naitoh, oggi noto come il “Padre del ThinkPad” per un nuovo concetto, chiamato all’epoca “Progetto Nectarine”
Naitoh pensò all’oggetto più comune e portatile della cultura giapponese, la “Bento Box” o scatola del pranzo. Il Bento va distinto dalle nostre scatole del pranzo occidentali per una serie di motivi: mentre noi siamo abituati alla confezione unica e monopietanza, i Giapponesi sono per tradizione abituati a scatole variamente ornate, esteticamente gradevoli e contenenti un intero pranzo, con più pietanze e una presentazione.
Il Nectarine, aka ThinkPad avrebbe dovuto essere questo: non un PC “Portabile”, non un fisso che gioca a fare il laptop, non un laptop incompleto. Ma un autentico kit di lavoro buono per tutte le pietanze e tutti i servizi, con un elevato indice di utilizzabilità e riparabilità (con accesso facile a RAM e memorie di massa).

Il Designer Tedesco naturalizzato Milanese Richard Sapper ci mise del suo: già disegnatore di successo per Alessi e Brionvega vedeva invece il Nectarine come una scatola per sigari: solido, raffinato, all’apparenza semplice e con enfasi sulla robustezza, la praticità e l’ubiquità di uso ma con un contenuto che tutti avrebbbero infine desiderato.
Sostanzialmente tutti amano mangiare, tutti (all’epoca) amavano un buon sigaro, quindi tutti avevano bisogno di un computer e chi poteva permetterselo (come i sigari di lusso) avrebbe gradito un involucro semplice che celasse qualcosa che non tutti gli altri potevano avere.
Restava un nome: IBM avrebbe voluto il solito nome numerico come da predecessore, ma Denny Wainwright, dipendente IBM, si ricordò che tutti gl impiegati ricevevano un blocchetto appunti con foderino in pelle con lo slogan della compagnia, “Think” (“Pensa”), prelevato in pieno dalla storia di IBM e da come Thomas Watson Sr., celebre CEO della generazione precedente, amava lo slogan tanto da affiggerlo in ogni targa su ogni installazione, come da esemplare custodito allo Smithsonian.

Il blocchetto appunti fisico divenne virtuale, e diede il nome al Nectarine: da Nectarine a Think-Pad e poi a ThinkPad.
La dirigenza non fu attratta da un nome commerciale così difforme dalla media, la stampa lo adorò. E da allora ThinkPad fu.
Arriva il ThinkPad
IBM aveva già sperimentato le gioie del lavoro a distanza per creare i predecessori del ThinkPad: per dare corpo alla visione di Naitoh e Sapper fu creato un vero e proprio filo diretto ad altissima (per l’epoca) tecnologia col designer americano Tom Hardy, presso la sede centrale.
Questo fu reso possibile da un sistema Sony che consentiva di trasmettere immagini ad alta risoluzione senza ricorrere ad Internet: i primi esemplari furono concessi in nolo e prestito a diversi utenti particolari, come gli archeologi di stanza a Leontopolis, in modo da raccogliere le lodi per un prodotto innovativo.
Cosa distingueva il ThinkPad? Per prima cosa si distaccò dal PS/2 portatile del passato per una sobria e squadrata livrea nera: non era più un computer che giocava a diventare portatile, ma una scatola a sorpresa contenente un prodotto raffinato e maturo, tale da vincere diversi premi per il Design.
La lunghissima storia del ThinkPad nasce quindi nel 1992 e continua ancora adesso: in essa comparvero una serie di soluzioni tecniche che lo resero un oggetto di culto. Come ad esempio il TrackPoint, apparso direttamente col ThinkPad 700, primo esemplare commerciale, un 486 con 25Mhz di velocità e batteria da 4 ore così innovativo da spingere l’allora presidente Bush a chiedere ad IBM un esemplare da regalare alla moglie avendolo trovato esaurito nei negozi.

Trackpoint in tempi in cui i touchpad erano ancora rari e non era infrequente avere un portatile con agganciata una trackball a lato era un piccolo joystick incastrato nel centro della tastiera (solitamente tra G, H e B) da usarsi per muovere il puntatore necessario all’uso di OS/2 Warp, sistema operativo IBM che la ditta ovviamente aveva interesse a spingere e Windows 3.x.
Il Trackpoint è visibile nelle foto delle tastiere di tutti i ThinkPad: un concetto simile è apparso in diversi altri prodotti, ed è l’ispirazione dietro il secondo stick analogico del Nintendo New3DS

Modelli successivi, e i modelli attuali, ebbero sia touchpad che Trackpoint, che divenne iconico. Una delle soluzioni apparse solo in alcuni modelli fu la tastiera a farfalla del 701 del 1993, anno in cui John Karidis si chiese invece come avere una tastiera comoda, piatta abbastanza da non aggiungere peso ad un portatile ma che potesse dare ad un utente la corsa piena anche su un subnotebook con un monitor da 10 pollici (che oggi non ci basterebbe neppure per un tablet).
La soluzione di Karidis fu una tastiera che si dispegasse automaticamente, allargandosi e ripiegandosi su se stessa quando il monitor veniva sollevato o richiuso: IBM decise di non chiamare direttamente il 701 “butterfly” ma di incorporare in tutto il materiale propagandistico l’idea della “tastiera a farfalla”, idea che valse al prodotto un posto al MoMa.

Altre soluzioni diverse dai computer dell’epoca (al pari degli altri vi erano slot di espansione PCMCIA, disco rigido e floppy) fu la ThinkLight, apparsa nel 1998 come alternativa agli ora uquitari ma all’epoca costosi tasti retroilluminati che comprendeva un piccolo led che protudeva appena dalla cornice del monitor per proiettare un fascio di luce sulla tastiera consentendo di lavorare in pessime condizoni di luminosità.
La storia riporta che David Hill designer, pensò e commissionò la ThinkLight perché durante un volo ebbe bisogno di accendere la luce per il passeggero per illuminare la tastiera e non volle disturbare il vicino di sedile, e chiese ai designer IBM se nel ThinkPad ci fosse spazio per una piccola lampada, rimasta fino ai prodotti Lenovo e fino alla diffusione completa delle tastiere retroilluminate.
Da IBM a Lenovo verso il futuro
Nel 2005 la cinese Lenovo acquisì il pacchetto di PC professionali IBM, mettendo sotto il suo ombrello alcuni capisaldi della cultura informatica mondiale.

Abbiamo già visto come Lenovo abbia il marchio Motorola sotto il suo ombrello: nel mondo attuale è possibile che un utente evoluto abbia nello zaino un portatile ThinkPad e in tasca un cellulare Lenovo con lo stesso spirito con cui negli anni ’90 avrebbe avuto uno StarTac e un ThinkPad come mezzi di lavoro, in una sorta di eterno ritorno della tecnologia.
Lenovo continua a produrre entrambi i marchi senza discostarsi dalla loro identità: i ThinkPad sono ancora delle “bento box” nere ed eleganti, hanno ancora il TrackPoint ed hanno ancora tutti i tratti di pratica eleganza che rende i modelli ThinkPad utilizzabili e riparabili con facilità.