Ammettiamolo cominciando questo articolo, che parla sempre di retro, ma per una volta si distoglie da intrattenimento, videogames e animazione. Se vi chiedessi di pensare al primo cellulare GSM veramente portatile che ricordate, probabilmente mi indichereste tutti uno StarTAC, possibilmente uno dei primi a marchio TIM.
Non pensereste al Motorola International 3200, versione GSM del DynaTAC, il classico mattone imperiale dell’epoca. Non pensereste al Nokia 1011, primo vero GSM di massa con tanto di antenna rigida tipica dell’epoca e aspetto di grosso mattone di plastica nera. Non pensereste all’Orbitel 901, primo GSM nella storia del genere umano a ricevere un SMS nonostante il suo peso di due chili e rotti e la sua tendenza a sputare fuori la SIM Card se colpito ad un certo angolo, durante la chiamata.

Pensereste allo StarTAC, primo Motorola venduto come indossabile, che arrivò in Italia nei primi modelli ETACS che nei modelli GSM.
Attenzione, non tascabile, non portatile, non cellulare, non telefonino: indossabile.
Perché quando lo StarTAC arrivò in commercio l’idea che avremmo girato con un cellulare in tasca era una roba così aliena e fuori dal mondo che la stessa Motorola lo presentò al mondo come “indossabile”, con l’idea di ficcarsi lo StarTAC in tasca pensata come secondaria (ma comunque possibile) rispetto a indossarlo, magari al collo con un cordino o col PursePAK, un portafoglio/fondina per portarlo assieme a banconote e carte di credito, un po’ come faremmo adesso con una custodia a libretto o Magasafe.
Dal DynaTAC allo StarTAC
Qualcosa lo StarTAC fu: il primo cellulare a conchiglia della storia.
E metà del suo nome deriva da TAC, ovvero l’ottimistica promessa di “Total Area Coverage” (copertura totale) inaugurata col DynaTAC, il “mattone della casa” degli anni ’80.
Parliamo di tempi in cui il cellulare era un oggetto di lusso per ricchi professionisti la cui assoluta reperibilità era marchio di onore, soluzione a tre zeri al problema cui il cercapersone assolveva in buona parte senza chiederti di scucire 4000 dollari del 1983 per l’opportunità di ricevere ed effettuare chiamate da un dispositivo abbastanza grande per essere portato in macchina o in una valigetta, purché il professionista avesse braccia abbastanza forzute per aggiungere un chilo e qualcosa alla stessa.

Il DynaTAC di Motorola, all’epoca la ditta statunitense responsabile della prima chiamata da cellulare, aveva una serie evidente di limiti dovuti alla tecnologia dell’epoca: era grosso e pesante come un mattone e alla bisogna una perfetta arma impropria, aveva una vita utile di un’ora di chiamate massimo, standby non pervenuto e peraltro scarsamente utile con un display a barre LED da vecchia radiosveglia e la possibilità di usare un caricabatterie lento da 10 ore di carica per un’ora di chiamata (l’idea di caricare il cellulare di notte per usarlo tutto il giorno era un concetto alieno e ignoto alla scienza), oppure usare un “caricabatterie rapido” che, come i Motorola “Turbopower” di oggi promettevano un enorme vantaggio di carica, passando da dieci ore ad un’ora. Ancorché, al contrario dei Turbopower di ora, che come controindicazione hanno un potenziale surriscaldamento, il “proto-Turbopower” aveva un sicuro surriscaldamento con potenziale rischio di cortocircuito della batteria.
Ma del resto, se eri abbastanza ricco per spendere 4mila dollari per un cellulare, comprare una batteria l’anno era il meno dei tuoi problemi.
Molti di questi problemi furono affrontati nella generazione successiva, il MicroTAC. Micro così per dire: il concetto è che avresti potuto infilartelo nella tasca della giacca, e con un peso di 350 grammi circa avresti potuto farlo senza provocarti un’ernia, ma con un bozzo sul petto che ti avrebbe fatto sembrare Iron Man col reattore ARC infilato nello sterno.
Il MicroTAC fu il primo costruito intorno ad una struttura pieghevole: come molti device dell’epoca, il microfono poteva ripiegarsi fungendo da guscio protettivo per evitare presioni accidentali dei tasti: cosa che fu il golden standard per diversi dispositivi a venire, e questo contribuì alla riduzione delle dimensioni generali del prodotto, nonostante la corta durata delle batterie dell’epoca portò alla creazione dei “Talk-Pak”, batterie addizionali dalle dimensioni ragguardevoli che rendevano il prodotto decisamente meno maneggevole.

Col MicroTAC eravamo al 1989: nel 1995 Motorola decise di registrare il nome commerciale futuribile di StarTAC, prodotto che apparve nel 1996. Non esiste un collegamento diretto e dichiarato ma la prima parte del nome, “Star”, probailmente invoca le atmosfere futuribili di serie di culto come Star Trek e i “comunicatori portatili” che comparivano nelle serie sci-fi, oggetti tematicamente simili a cellulari e Walkie Talkie ma che grazie alle virtù immaginifiche della fantascienza erano più piccoli, comodi, portatili e oggetto del desiderio.
Ovviamente questo accadeva non tanto per una perversa forma di “programmazione predittiva”, la teoria del complotto per cui fantomatici “poteri forti” inseriscono nei media riferimenti a tecnologie future già in loro possesso, ma perché la fantascienza utopica descrive i sogni e le aspirazioni del genere umano, e “comunicatori” comodi e perfetti facevano parte dei sogni di molti (ancorché, come vedremo, non di tutti).

Dopo quasi un decennio di cellulari pesanti come mattoni nella peggiore ipotesi, di mattonelle nella migliore, con pacchi batteria improbabili e cicli di ricarica oscillanti tra il “abominevolmente lento” e “autocombustione spontanea”, Motorola decise quindi di realizzare una serie di sogni utopici.
Arriva lo StarTAC
Lo StarTAC abbiamo già visto assieme non era il primo clamshell, non era il primo cellulare a proporre una opzione GSM affidabile sul mercato con una fascia di prezzo al lancio di gran lunga inferiore a DynaTAC e MicroTAC (ancorché comunque proibitivo per una grande fascia di pubblico, del resto 1000 dollari nel 1996 erano ancora una cifra piuttosto alta per un cellulare).
Fu anche tra i primi cellulari ad avere un peso degno di essere definito davvero indossabile, scendendo a 88 grammi, ad avere l’opzione per una batteria agli ioni di litio anziché le NiMH comuni ai cellulari dell’epoca, tra i primi a trasformare gli SMS da curiosità sperimentale a vera alternativa alle telefonate, e tra i primi a proporre il VibraCall, croce e delizia degli utenti moderni, ancorché quest’ultima funzione non fosse inizialmente comune a tutti i primi modelli.

Ad evidenziare la natura “indossabile” dello StarTAC ci si mise il materiale promozionale: uno spot francese chiamato BIKINI mostra appunto una affascinante fanciulla in uno stringatissimo due pezzi nero che osserva divertita il tipico “Yuppie” sotto il sole di Ferragosto con bermuda e camicione di colori offensivi per il genere umano estrarre dai sudaticci abiti un sudaticcio MicroTAC mentre, tronfia e con una vena di orgoglio, si estrae dal costumino il nuovo modello per prendere la telefonata (ignorando, come vedremo, che lo StarTAC aveva una resistenza ad acqua e sabbia pari allo zero assoluto, nel senso che un granello bastava a creare problemi).
La storia cominciò dallo StarTAC 3000, modello a LCD segmentati: il VibraCall arrivò (assieme al suo nome commerciale) con la serie 6×00 (per essere precisi, col 6500, dove il 6000 era generalmente privo), assieme ad un display a matrice di punti, mentre la serie 8×00 introdusse un display a doppia riga, innovazioni che arrivarono assieme ad altri modelli che in Italia non arrivarono mai.
La storia dello StarTAC in Italia partì direttamente da due modelli secondo l’ancora presente standard ETACS e dallo StarTAC 70 e 75, privi di VibraCall ma dal display a led rossi, tasti volume laterali e la possibilità di usare le prime SIM a dimensione piena.

Per chi avesse perso il treno di quell’epoca, se MiniSIM, MicroSIM e NanoSIM vengono distribuite in una bustina contenente una carta dalle dimensioni di una carta di credito da cui “spezzare” la schedina non è certo perché bisogna “proteggere il chip”, ma perché il formato “pieno” fu il primo nel quale i kit TIM e Omnitel (le compagnie dell’epoca) e, semplicemente, una scheda della dimensione di una carta di credito veniva infilata nella parte posteriore del cellulare.
Ovviamente questo comportava il fatto che era impossibile avere uno standard IP68/IP69 o equivalente su un cellulare: lo StarTAC, anche se infilato in tasca, nel borsello o appeso al collo avrebbe preso polvere, la polvere avrebbe coperto i contatti creando saltuari problemi di connessione e costringendoti quindi a togliere e reinserire la SIM Card per pulirla, ma del resto era un piccolo prezzo da tollerare per la modernità.

Modernità basata sul fatto che la combo StarTAC/GSM era tutto quello che un giovane (e qui vedremo, casca l’asino) aveva da desiderare. Già gli spot dell’epoca puntavano sul fatto che TACS ed ETACS erano associati nell’immaginario collettivo ai cellulari mattone ed costosi abbonamenti in canone, mentre i GSM arrivavano con chicche come lo StarTAC (anche se, abbiamo visto, esitevano StarTAC ETACS) e la prima possibilità di avere cellulari a credito ricaricabile, cosa che in tempi precedenti le offerte “tutto incluso” con canone sul credito residuo ma domiciliazione su carta di credito/debito o conto corrente per il rabbocco mensile ti dava la flessibilità di comprare una RicariCard ogni tanto e usarla solo ove necessario.

Lo StarTAC 70 era disponibile solo grigio e con batteria NiMH mentre il modello “lusso”, il 75 era anche nero e con le desiderate batterie agli ioni di Litio, anche se nulla ti avrebbe impedito di “McGyverare” una Li-Ion su un 70, ottenendo un bizzarro effetto bitonale ma con una batteria meccanicamente e tecnicamente salda.
Una variante dello StarTAC 75 era il Rainbow, con ogni segmento di un colore diverso, cosa che consente oggi ai bagarini di mezzo mondo di smontare un povero 75, dipingerlo con del primer per plastica (se va bene, altrimenti direttamente con colori per platica sbavati) e con origini decisamente bizzarre: non si trattava di una collaborazione Benetton (all’epoca associata all’arcobaleno) o una particolare promozione con intenti sociali, ma semplicemente Motorola aveva a disposizione una scorta di plasticaccia colorata avanzata dal Motorola Flare, cellulare basato sul MicroTAC ma con la possibilità di installare gusci di diversi colori e con diverso aspetto dei tasti esterni e decise di farci gusci per gli StarTAC facendo di necessità virtù.

Sempre in Italia arrivò lo StarTAC 8x, ovvero 80 ed 85, evoluzione della specie con un “moderno” display LCD ancorché monocromatico. Un 85 aveva le stesse dimensioni e una scheda madre delle stesse dimensioni di un 75, dando quindi origine a Rainbow smontati per essere “aggiornati in casa” al nuovo modello, o 85 ridipinti sullo stile del progettino di casa Motorola, seguito dal 130, primo ad usare le MiniSIM e lo StarTAC M6088, ultimo modello della casa, apprezzato in Oriente ma meno da noi perché insidiato da modelli nuovi e più performanti.
Astrattamente avresti potuto comprare tutti gli accessori della casa, come un caricabatterie “a culletta” con spazio per uno StarTAC e una batteria addizionale, un caricabatterie da viaggio da incastrare nello spinotto proprietario (di fatto oggi tutti i caricabatterie USB-C sono “da viaggio”, col concetto di “caricabatterie fisso” dedicato al solo charger wireless ove presente) fondine e clip da cintura (allo scopo di evitare come in BIKINI di dover girare con quasi 90 grammi di cellulare nelle mutande per assenza di tasche…) e il tuttora apprezzato in tempi di Android Auto/Apple Carplay caricabatterie auto.
Ma alla fine per quanto lo StarTAC abbia goduto di un certo successo, poteva andare meglio.
Gioie e dolori dello StarTAC
Lo StarTAC sarà premiato nel 2005, postumo, come sesto miglior device degli ultimi 50 anni.
La sua antennina estraibile era alquanto fragile, come abbiamo visto la SIM Card ballava al suo interno con la polvere, ma erano entrambi soluzioni più efficienti che trascinarsi dietro una antenna opzionale dura e gommosa.

Lo StarTAC, al contrario dei suoi predecessori la cui batteria era un tallone di Achille avevano ben due batterie: la batteria primaria sul frontale e una batteria ausiliaria sul retro, che potevano essere cambiate “in corsa” aumentando la durata della batteria. Cosa che, per gli standard dell’epoca, era come avere un powerbank magsafe sempre addosso e agganciarlo al primo sentore di batteria scarica.

Il supporto SMS era una novità, ma embrionale: non esistendo a livello software un tasto “ripondi” dovevi ricordare il numero di telefono del mittente e riscriverlo: potevi comunque agganciare al posto della batteria supplettiva un vero e proprio palmare, il “Clip On Organizer” che, precorrendo i tempi, veniva commercializzato come uno “Smart Phone” (con lo spazio nel mezzo). Memoria per memoria, ricordiamo che gli StarTAC avevano un orologio, ma non le timestamp: esisteva quindi una lista di chiamate perse, ma non con data ed ora.
Inoltre, l’addon “Smart” era effettivamente “abbastanza smart ma non troppo”. Tecnicamente avresti potuto iniziare la chiamata diretamente dalla rubrica del Clip-On, per poi rigirare velocemente il cellulare e parlare.
Divenne presto il cellulare giovane, con una sua apparizione come cellulare di Nicholas Cage in 8mm – Delitto a luci rosse del 1999 ma, questo va ricordato, in un’epoca in cui i cellulari erano troppo costosi, fragili e impegnativi per i giovani.
I MicroTAC erano più robusti, il pubblico di riferimento dei cellulari era abituato ai mattoni grossi e pesanti e quando non lo fu più ecco che Nokia era già a lavorare Motorola alle costole con prodotti come il Nokia 3210, con scocche personalizzabili, display multiriga e un maggior supporto per la navigazione WAP (presente anche negli ultimi StarTAC) e altri ammennicoli giovani, con la tipica forma a saponetta senza antenna esterna e fama di indistruttibilità.

Certo, gli StarTAC divennero un fenomeno di costume, alcune case automobilistiche li inserivano rimarchiati come accessori/Gadget auto, e persino Samsung entrò nell’agone sostanzialmente perché i Coreani erano innamorati dei prodotti Motorola e Samsung cercò di dare al mercato interno qualcosa di equivalente.
Ma lo divennero sostanzialmente perché dimostrarono alla concorrenza che vendere cellulari ai giovani era possibile e così accadde, creando di fatto non solo Samsung, ma l’intero indotto della concorrenza.

Concorrenza che entro il 1999 come visto con Nokia, ma anche con Ericsson ed altri baluardi degli anni ’90, aveva già in campo prodotti con display multiriga e persino elementi grafici, loghi, suonerie e quelle funzioni di personalizzazione gradite al pubblico giovanile che lo StarTAC aveva dimostrato essere in ascolto e che presto anche il pubblico di professionisti avrebbe gradito.
Cosa accadde dopo
Lo StarTAC fu rivalutato postumo da oggetto di consumo a icona di stile, con la ditta Francese Lekki pronta a vendere StarTAC ricondizionati e ridipinti a 170 Euro.
Con Motorola scissa in Motorola Solutions e Motorola Mobility, con la seconda che si occupa dei cellulari, esiste ancora una Motorola sul mercato, e il RAZR V3 divenne il discendente ideologico dello StarTAC nel 2003, con l’attuale RAZR che quindi si pone in una linea ideologica tra i due.
Motorola continuò per la sua strada, continuando a innovare il concetto di “Cellulare a conchiglia”: ad esempio il Motorola V60 del 2001 riprendeva le linee dello StarTAC, ma introducendo un display secondario per le chiamate (antesignano del “display notifiche” sui moderni pieghevoli), perdendo terreno negli anni successivi a causa di una concorrenza che essa stessa aveva fomentato dimostrando che il “cellulare per tutti” era possibile ma senza mai sparire del tutto.

Tutt’ora è possibile comprare cellulari Android prodotti da Motorola Mobility Holdings, sussidiaria USA della cinese Lenovo, che con essa ha creato un jackpot della nostalgia ottenendo la proprietà del primo storico marchio di “cellulari per tutti” e del primo storico marchio di “portatili per tutti”, i Thinkpad un tempo di IBM.
Ma questa sarà storia per un’altra volta: quello che è certo è che il vostro smartphone somiglia ad un oggetto di “lusso accessibile” dalla vocazione ludica e da funzioni tarate per la vita quotidiana e non ad un noioso mattone per “commendatori al lavoro”, il merito è di Motorola e lo StarTAC ha aperto la via.