Uno degli eventi del mondo di Star Wars era la c.d. “Guerra dei Cloni”, tradotta in malo modo nel primo doppaiggio storico nella “Guerra dei Quoti”, evento in cui la Prima Repubblica Galattica schierò un esercito di soldati clonati contro i separatisti, gettando però il seme della sua stessa dissoluzione.
Ma qui parliamo invece nella rubrica retro del fatto che i clonazzi assurdi esistevano anche all’epoca. Lo sappiamo: del resto tecnicamente l’intera saga di Super Mario nasce come clone improvvisato di Braccio di Ferro e SEGA per anni prima di Sonic ha avuto come mascotte Alex Kidd, un personaggio nato sostanzialmente perché i diritti di Dragonball erano troppo inaccessibili.

Ma in questo caso parliamo non di omaggi, anche se vale la pena ricordare Spaceballs, la miglior parodia della saga mai riuscita che presto tornerà sugli schermi, ma di veri autentici sfacciati tentativi di cavalcare la fama di uno degli astri nascenti della sci-fi anni ’70.
Ironicamente uno di loro nato in Giappone, da cui proviene uno show che a sua volta è stato così fonte di ispirazione da rendere Star Wars, o almeno Una nuova speranza un reboot/omaggio scifi allo stesso
Quindi partiremo da quello..
La fortezza nascosta (1958)
In La Fortezza Nascosta di Akira Kurosawa due buffi personaggi si ritrovano invischiati in una ribellione contro un impero malvagio e distopico. I due buffi personaggi incontrano attraverso delle peripezie un generale caduto in disgrazia che difende una principessa affascinante e volitiva e si lasciano convincere a seguire un corteggio di personaggi per sconfiggere un dispotico impero, riportare sul trono la principessa e donare la pace all’Impero.
Ora, se avete pensato a R2-D2 (o C1-P8 nel doppiaggio “storico”) e C3-PO (o D3-BO nel doppiaggio “storico”) che per puro caso finiscono comprati da Luke Skywalker, scappano per incontrare Obi Wan Kenobi e salvare la principessa Leia con l’aiuto del mercenario Han Solo per distruggere la Morte Nera e portare la Pace nella Galassia, non è che siete andati molto lontani.
Tecnicamente La Fortezza Nascosta è stata una delle fonti di ispirazioni primarie di Lucas, e non solo perché ovviamente l’armatura di Vader è ispirata da un’armatura giapponese, e lo era ancora prima che Lucas decidesse che Vader ha bisogno di un respiratore per vivere (nei primissimi bozzetti Vader era semplicemente così abile da poter andare a combattere in extraveicolare e quindi aveva bisogno di una tuta spaziale custom), ma perché l’idea di Kurosawa di raccontare una complessa epica usando come narratori e punto di vista non l’eroe del destino o guerrieri leggendari, ma due poveracci tirati in mezzo a vicende più grandi di loro sembrò a Lucas molto, molto interessante.

Sostanzialmente, per quanto Una nuova Speranza fosse la storia in cui Luke Skywalker scopre di avere un destino ed un ruolo come il vero eroe della Galassia pronto a lottare con Vader (Fener nel doppiaggio “storico”) per tre film di fila, ricostruire l’Ordine dei Jedi e redimere la memoria del padre, Lucas decise che tutto sarebbe stato narrato dagli occhi dei fedeli droidi R2 e C3, testimoni di un’epica in divenire più grande di loro e quindi, come voluto da Kurosawa, custodi del gran senso di meraviglia dello spettatore.

L’operazione riuscì, e la saga ebbe un eccellente successo.
Ma come adesso ci sono i mockbusters, film da cestone del cinema (i peggiori colpevoli sono Dingo Pictures e Asylum) che ti riorganizzano film-pecionata del calibro di Atlantic Rim e Little Panda Fighter per cercare di attirare lo spettatore alla ricerca di Pacific Rim e Kung Fu Panda, ecco che anche all’epoca fatto il kolossal arrivava il clonazzo
Message from Space / Guerre tra Galassie
Di fatto non era neppure passato un anno e Toei decise di cavalcare il filone dei Mockbuster.
Da notare, non stiamo parlando di una ditta infima con doppiatori con evidenti problemi di dizione, attori di serie Z e perfetti sconosciuti messi davanti alla scelta di scopiazzare il film di turno cambiando quel tanto che bastava per vivere una emozionante saga in tribunale
Parliamo di professonisti assunti da uno dei principali produttori del Giappone.

Parliamo di Shotaro Ishinomori, padre del genere Tokutasu, gli “eroi combattenti” da cui di fatto sono nati i Super Sentai e, per vie traverse, il successo planetario di Sailor Moon
Parliamo dell’autore e creatore di Kamen Rider e di infiniti eroi che hanno rallegrato generazioni di Giapponesi, dell’autore della storia di Cyborg 009 e e mille altri eroi mascherati pronti a insegnare ai piccoli giapponesi il valore del coraggio e della virtù.
A cui niente, fu detto “Facci un film che sia abbastanza Star Wars, se ti avanza tempo anche la solita serie TV da una stagione per i ragazzini”.
E lui lo fece.
Arriva Message from Space, film del 1978 scritto a sei mani (sinistre) da Hirô Matsuda con Shôtarô Ishinomori e Masahiro Noda. La trama era di fatto quello che The Asylum farebbe se Star Wars fosse uscito oggi: in un mondo futuro in cui gli esseri umani hanno colonizzato lo spazio il Re Roxseya XII (praticamente Darth Vader non sfigurato ma pitturato di vernice cromata) e i suoi fedeli Guerrieri Gavaniani (l’Impero della Mutua) dichiarano guerra al pacifico Impero galattico di Illucia e un gruppo di bizzarri personaggi interpretati da attori famosi come Sonny Chiba e rivelazioni del teatro come Peggy Lee Brennan (americana scelta per dare un tocco esotico e internazionale) decidevano di riunirsi per sconfiggere i Gavaniani.
Se la cosa non vi sembra sospetta, abbiamo un’astronave-catorcio popolata da tre coraggiosi guerrieri spaziali, una affascinante pricipessa, un generale in esilio ridotto all’alcolismo e ostacolato dalla vecchiaia ed una nobildonna viziata che foraggia gli eroi fornendo loro mezzi e denaro.
Escludendo l’altera Brennan, se non vi ricordate di Luke Skywalker, Obi Wan e Han Solo che scortano Leia per sconfiggere Vader, probabilmente non avete visto Star Wars.
E Toei neppure ci spese poco: fu per molti anni il film più costoso prodotto in Giappone ma nonostante questo fu stroncato in America e rivalutato postumo perché percepito come un plagio di Star Wars con effetti speciali inferiori.
Solo un anno dopo Toei decise di mungere la vacca con un titolo le cui somiglianze col materiale originale avevano ormai superato la sfacciataggine per arrivare direttamente al plagio mescolato coi Tokusatsu. Non a caso Uchu kara no messeji: Ginga taisen, traducibile con “Message from Space: La battaglia delle Galassie” e tradotto in tutti i paesi dove è stato adattato con Guerre tra Galassie per cercare di evocare Star Trek era ancora più “caciarone e fatto in casa”, ancora più plagio, ancora più assurdamente quello che otterresti dopo aver cercato di scrivere un seguito di Star Wars ebbro di Cerveza Crystal e guardando ripetutamente episodi di Kamen Rider in preda alla sbornia più feroce.
Nel sequel tre anni dopo la guerra con Roxseya XII torna nel “Quindicesimo sistema solare” il suo erede, Roxseya XIII.

Erede che il finale rileverà essere una bella donna con la parrucca improbabile e il trucco davvero pessimo, sorella gemella della principessa dei buoni perché ovviamente bisognava copiare anche il fatto che Darth Vader ha avuto due figli gemelli (anche se inesplicabilmente in un episodio precedente la rivelazione dell’esistenza delle due sorelle Roxseya dichiara di voler cercare moglie…)
Ma alla principessa Sofia (per mancanza di attrici oriunde, Yoko Akitani con una parrucca bionda di plasticaccia immonda) si uniscono presto il buffo Robot Tonto, Ballou l’uomo scimmia (un tizio in un costume da Chewbacca che anziché a rutti e versi si esprime sostanzialmente a insulti, bestemmie, motti di spirito, volgarità varie e richieste di sigari e alcol) e i due eroi galattici Ryu e Hayato, per gli amici “I messaggeri della Pace e della Giustizia Meteora e Fantasma”)

E per “Meteora e Fantasma” intendiamo che in ognuna delle 27 puntate (in modo da far durare la serie sei mesi, slot tipico per le serie TV con supereroi) con una mossa del guardalà alla Clark Kent durante lo scontro col Gavaniano di turno (intento a rubare tutta l’acqua di un pianeta western, allevare bambini per farli diventare ninja in un pianeta in stile cappa e spada giapponese e così via…) il dinamico duo spariva dietro una roccia convenientemente piazzata in scena (o in alternativa un albero, una duna, una nave spaziale o qualsiasi cosa dal cassonetto dei rifiuti alla cabina del telefono..) per riapparire sotto le sembianze di Meteora il Guardiano della Giustizia e Fantasma il Guardiano della Pace, essere accolti dai Gavaniani non con paura ma con incredulità (cose tipo “Così sei Meteora il Guardiano della Giustizia? Da morto non lo sarai più”) e cominciare a prendere a spadate gli eroi
A rendere le cose più assurde è il fatto che Meteora e Fantasma sono letteralmente i Kamen Rider dei poveri stron*i, ovvero Ryu e Hayato che riappaiono con una tuta da motociclista brutta con lo stesso tipo di protezioni che metteresti ad un ragazzino incline ai sinistri stradali (parastichi e gomitiere oversize, imbragatura imbottita sul petto) e, sopratutto, due caschi da motociclista scassati e senza visiera con un paio di occhialoni di plasticaccia con le fasce che passano sopra i caschi.

A questo punto, almeno fino alla saga finale in cui i due improbabili eroi/errori umani, il Chewbacca sbronzo, un robottino che pare Emilio Robot, talora un bambinetto stron*o e la soave principessa in vestaglia e capelli di vero nylon si ricordano di cercare tre gemme preziose (le cui indicazioni per trovarle sono custodite nella tomba di famiglia di Ryu, la tomba “del Clan dei Fantasmi”, rendendo la sua identità segreta una specie di sordida barzelletta…) venti dei 27 episodi hanno la stessa mesta struttura.
Un modellino del Millennium Falcon o una cosa che ci somiglia molto atterra su un Pianeta ispirato a varie ambientazioni, la principessa Sofia ci rimane male perché il popolo soffre, l’uomo scimmia bestemmia, rutta, impreca, da’ di matto o tutte le cose assieme, il robottino e il bambino hanno un moto di commozione, Ryu e Hayato vanno in giro e chiedono ai Gavaniani, anche giustamente, di smettere di perpetrare il male.

I Gavaniani, anche giustamente, gli ridono in faccia: i nostri eroi tornano mascherati e menano il generale malissimo e il generale esplode. Sempre, comunque: lo prendi a calci in cu*o? Esplode. Cade da una rupe? Esplode. Batte il mignolo su uno spigolo? Ci siamo capiti.
Solo nel finale cambia la struttura: i nostri eroi con tre navicelle rimandano Roxseya nella sua dimensione ma la sorella confessa di doverla accompagnare “perché sennò non se ne va”.

I nostri eroi e i nobili della galassia sono tristi, ma l’Uomo Scimmia tra un rutto e una imprecazione si dichiara convinto che tanto Sofia se proprio ci tiene torna e tutti ridono. Fine.
I più coraggiosi potranno guardare il telefilm completo su Man-Ga (viene attualmente dato a ripetizione, tutte le puntate) o su Amazon Prime Video – Canale Aggiuntivo Anime Generation.
E questo sostanzialmente è il meno.
Turkish Star Wars, aka Dünyayı Kurtaran Adam, aka “L’Uomo che Salvò il Mondo”
Nel 1982, in un ricco filone di approprazione del cinema occidentale e dei mockbuster che ci ha donato perle come I tre uomini straordinari (film in cui Capitan America e il Luchador El Santo si ritrovano a combattere l’impero criminale di uno Spider-Man armato di pistola…) ci regala un bizzarro omaggio/clone/fantasmagoria su Star Wars, tale da renderlo lo Star Wars Turco
La narrazione iniziale non è meno confusa: apparentemente la Terra è stata distrutta da un nemico mortale, che è anche un mago (che nella fantascienza ci sta sostanzialmente come la marmellata sulla pasta…), e così dalla Terra distrutta (pare la distuzione della Terra non sia un ostacolo alla vita) partono “i più grandi eroi della Terra, più due turchi” (cit) per andare a fermare lo stregone prima che esso si procuri un cervello umano (!!), oggetto grazie al quale potrà attraversare il campo di forza che protegge i resti della Terra.

I nostri due improbabili eroi Murat e Alì vengono abbattuti in trenta secondi dopo la partenza, in un tripudio di scene copincollate dalla trilogia di Guerre Stellari perché tanto se devi fare un plagio lo fai bene.
Si svegliano però su un pianeta deserto e postatomico, dove decidono senza alcuna ragione apparente di collaudare un fischio segreto che, come in una pornoparodia del Pifferaio di Hamelin, dovrebbe attirare delle donne vogliose.
Il fischio attira invece dei tizi vestiti da scheletri di gomma che giustamente vogliono ammazzarli di botte finendo catturati dal Mago che li spedisce a combattere coi gladiatori.
Il resto è quel genere di film che ha francamente senso solo se sei completamente sbronzo, sotto effetto di allucinogeni o peggio: gli eroi scappano e il mago decide di voler smontare il cervello di Alì, ovviamente il più stupido, ingannabile e folle del duo.

Murat invece trova la solita bella principessa (muta così l’attrice non deve sforzarsi a cercare di salvare il livello di recitazione di un film a livello recita delle medie) e un mago, però buono che lo addestra con grossi massi e teniche di karate in modo che possa usare due oggetti magici rubati con Alì precedententemente per salvare il mondo, ovvero una spada e un cervello d’oro (cosa che rende meno probabile il desiderio del mago di trapanare il cranio di Alì).
Ovviamente Alì cade vittima della sua stupidità e degli inganni del mago, chiedendo all’amico di vendicarlo, lasciando Murat solo col suo dolore e il Mago (buono) che gli spiega una complessa cosmogonia che unisce il Cristianesismo Bizantino, l’Islam e i Jedi per spiegare come il cervello dorato potrà salvare il mondo e come il Mago cattivo ha vinto perché gli uomini non hanno più fede.
Murat, ora muscoloso, fonde spada e cervello in un paio di guanti veramente assurdi e tutti placcati di oro, un paio di stivali e va a uccidere il mago cattivo col karate, spezzandolo in due con un karate chop.
Perché non abbia usato la spada nessuno lo sa, ma alla fine un terremoto purifica il pianeta dal male e Murat torna a casa, sulla Terra (o quello che ne resta) senza che né lui né lo spettatore abbiano idee chiare su quello che è accaduto in scena.
Il film è di fatto un centone: se almeno Battaglie tra Galassie aveva solo materiale originale, L’Uomo che salvò il mondo ha le colonne sonore di Indiana Jones mescolati a scene di Battlestar Galactica e Guerre Stellari, e i capelli biondopaglia della figlia del mago buono che somigliano in modo sospetto a quelli di Sophia e Roxseya.

Il tutto, va detto per giustificare l’idiozia dell’accaduto, in un clima culturale affine a quello in cui in Russia sono nati il Rebra e il Dendy: sostanzialmente era quasi del tutto impossibile importare i film famosi degli USA e quindi ci si doveva arrangiare con mockbuster che in qualche modo li evocassero.
Uno dei due protagonisti dell’Uomo che salvò il mondo entrerà nel cast della coproduzione Italo-Turca “I sopravvissuti della città morta” e nel 2006 il film conobbe un revival, questa volta ibridato con il franchise “Rivale” Star Trek, ovvero Il figlio dell’Uomo che salvò il mondo dove il figlio di Murat torna per fondare una versione fatta in casa e pure male della Federazione Galattica di Star Trek, con scarsissimo successo di cassetta.
Apparentemente questo blando omaggio era solo l’ombra del film previsto: una assurda fantasmagoria in cui i soliti “due Turchi in mezzo agli eroi” avrebbero dovuto sfidare non meglio precisati alieni zombie ninja pirati intenti a rapire il Presidente degli USA per portarlo in un buco nero.
Si è scelto per qualcosa di meno assurdo, rovinando l’atmosfera e ottenendo con ben 1.5 su IMDB uno dei peggiori film della storia a livello di critica.
Per i più coraggiosi L’uomo che salvò il mondo è ora di pubblico dominio e facile reperibilità.
Ma possiamo ora andare in un altro campo
Scontri stellari oltre la terza dimensione
Non dimentichiamoci che anche l’Italia, tra Alien 2: Sulla Terra e Zombi 2 era una Mecca del mockbuster.
Ovviamente anche noi abbiamo avuto il nostro simil-Star Wars: con David Hasseloff e Caroline Munro.
Eppure Luigi Cozzi dichiarerà più volte che ovviamente Starcrash non era fantascienza ma “science fantasy” e comunque stava lavorando al concetto prima che fosse noto al pubblico di Star Wars, nonostante entrambe le opere avessero un drappello di ribelli contro un malvagio Imperatore, il suo braccio destro dagli immensi poteri e un avventuriero fuorilegge dedito al contrabbando pronto a fare da collante per gli eroi.
Mockbuster o semplice convergenza evolutiva in un periodo in cui la fantascienza andava forte, le somiglianze tra i prodotti clone e Starcrash rendono lo stesso degno di essere menzionato quantomeno come Space Balls lo sarà (non mockbuster o plagio ma parodia).
Anche in questo caso come in Guerre tra Galassie non abbiamo una produzione poverissima, anzi: l’Imperatore Malvagio era interpretato da un Christopher Plummer decisamente su di giri per essere in una produzione Italiana, le colonne sonore erano di John Barry, e il contrabbandiere sfrontato ma di buon cuore era in questo caso una donna, Stella Star, interpretata da una Caroline Munro definibile come una via di mezzo tra la Barbarella di Jane Fonda, il personaggio femminile di un numero di Metal Hurlant a caso inguainata in un qualcosa che potresti comodamente trovare su Amazon alla sezione “Costume di Carnevale da Grand Moff sexy di Guerre Stellari”, fiancheggiata da una Nadia Cassini amazzone in Bikini Marjoe Gortner (attore e telepredicatore religioso americano) nel ruolo di Akton, improbabile alleato, alieno dai grandi poteri e stralunato come un “Arlecchino spaziale” da Alberto Camerini e innamorata dell’eroe, il ribelle principe Simon, ovvero David Hasseloff in tutta la sua gloria di capelli cotonati, giaccone di cuoio alla Supercar e mossettine da seduttore.

In un colossale title drop i nostri improbabili eroi riescono nella missione di salvare il mondo con una manovra proibita chiamata “Starcrash, scontro stellare oltre la quarta dimensione”, dove “la quarta dimensione è il tempo”. Ovvero l’astuto Simon decide di speronare la nave del malvagio imperatore con la nave della sensuale, allitterante e coraggiosa Stella Star, sommando alle tre dimensioni dello spazio il tempo (perché, ovviamente, ha smarmittato e dato un colpo di acceleratore, e questo introduce il tempo) con una mossa degna delle future manovre di Knight Rider.
Tutto è bene quel che finisce bene, lo speronamento riesce, lo stralunato Akton era già morto prima ma Stella ricostruisce il suo fedele assistente robot, si innamora ricambiata del principe diventando quindi principessa, la famiglia reale buona torna sul trono e tutti festeggiano ribadendo che, assolutamente, Starcrash e Guerre Stellari non c’entrano niente l’uno con l’altro.
Traccia bonus: Space Balls
Space Balls è l’unica vera parodia di Star Wars di cui avrete bisogno.
Parodia sfacciata e buffa con al centro il bullpen abituale di attori con cui Mel Brooks è abituato a lavorare, la storia gioca con tutti gli stereotipi di Star Wars e i divieti imposti da Lucas per ottenere il titolo di parodia autorizzata.
George Lucas aveva sostanzialmente chiesto due cose: non ci sarebbero potute essere action figures perché Kenner aveva già cominciato a vendere quelle ufficiali di Star Wars e sia pur nei limiti della parodia non ci sarebbero dovute essere somiglianze troppo sfacciate o atte a creare confusione.
Mel Brooks reagì piazzando Bill Pulmann in una replica della giacca di Indiana Jones a mandandolo nello spazio con uno scalcinato camper volante assieme al suo amico Rutto (abbreviato di Ruttolomeo, in Inglese Barf e Barfolomew) nel ruolo del fancazzista contrabbandiere Stella Solitaria, figlio del primo compagno di stanza del cugino del nipote del fratello del leader dei cattivi, Lord Casco Nero (ovvero il diminutivo Rick Moranis in un costume da Darth Vader con l’elmetto fuori misura e i modi da ragazzino viziato), segretamente un principe come da miglior stereotipo e incastrato nella lotta tra il Presidente Scrocco e il Re del Pianeta Druidia.
Dimenticate le ambizioni di potere, il Presidente Scrocco (Mel Brooks in giacca e cravatta) ha inquinato il suo pianeta e quindi ha mandato i suoi servi Casco Nero e il Colonnello Nunziatella (gioco di parole con la nota accademia militare, in originale Colonel Sandurz, gioco di parole con la mascotte del Kentucky Fried Chicken), suoi incompetenti servitori a rubare l’aria fresca del pianeta Druidia per risanare il loro ambiente, minacciando di rapire la logorroica, viziata, insopportabile Principessa Vespa (che “in quanto principessa di Druidia è attratta dai soldi e dal denaro”, secondo Lord Casco Nero) per invertire le operazioni di chirurgia estetica che le hanno dato il nasino alla francese di Daphne Zuniga ridandole il suo aspetto originale che tutti dichiarano essere sgradevole.
Stella Solitaria incontra così il Saggio Yogurt (come Scrocco interpretato da Mel Brooks) che gli insegna il “Potere dello Sforzo” (come manifestare spade laser di forma vagamente fallica da anelli delle patatine…) e annuncia di voler vendere un giorno una serie assurda di gadget del film comprendenti pupazzetti, teli da mare, videocassette istantanee rilasciate in tempo reale con l’uscita al cinema (usate da Lord Casco Nero per osservare le scene che lo circondano).
Alla fine i buoni vincono, Stella Solitaria sposa Vespa (e si libera del suo ingombrante capo, Pizza the Hut perché trovandosi molto delizioso Pizza si è mangiato da solo, citando il gioco di parole tra il criminale Jabba the Hutt e la catena di pizzerie Pizza Hut…), Scrocco, Casco Nero e Nunziatella vengono abbandonati dal popolo delle Balle Spaziali (bizzarri ometti con caschi enormi la cui tribù più importante sembra essere quella degli Stronzi, famiglia militare di cecchini strabici che occupano curiosamente i gradi più alti dell’esercito sulla base spaziale di Spaceball One…) e lasciati sul Pianeta delle Scimmie, dove le scimmie compiangono la loro sorte perché dove arrivano gli Spaceballs arriva la fine di tutto

Al principio Spaceballs non ebbe una buona ricezione: Pullman fu scelto perché piaceva a Brooks ed Anne Bankcroft ma la produzione non poteva permettersi di meglio, e Daphne Zuniga si dichiarò scettica a partecipare ad un film comico di Mel Brooks ma si ricredette perché trovava Mel Brooks folle ma quantomeno sapeva come trattare i suoi attori.
Nei primi tempi fu criticato come una semplice parodia senza infamia e senza lode per poi diventare un fenomeno di culto vivo ancora oggi.
In Italia ebbe così tanto successo che il film comico Martians Go Home fu rivenduto col titolo di “Balle Spaziali 2 – La Vendetta” nel tentativo di capitalizzare sulla fama della parodia, e in madrepatria nel 2009 fu rilasciata una miniserie animata in cui il matrimonio di Stella Solitaria e Vespa viene sostituito dal duo che continua a vivere bizzarre avventure inseguiti da Lord Casco Nero.
L’anno prossimo il sogno di Mel Brooks si avvererà ed è stato annunciato un sequel diretto di Spaceballs, chiamato The New One con un trailer che fa riferimento alla scena del primo film in cui Yogurt annuncia di volere un sequel chiamato Alla ricerca di altro denaro nel quale Yogurt annuncia di aver finalmente trovato per caso il denaro necessario per il “nuovo film” e quindi di essere pronto.