Non c’è bisogno questa volta di una segnalazione particolare: per non sapere cosa è accaduto bisogna vivere sotto un sasso.
Ma prendiamo a prestito le parole della Premier.
Girano in questi giorni diverse mie foto false, generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore.
Devo riconoscere che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio. Ma resta il fatto che, pur di attaccare e di inventare falsità, ormai si usa davvero qualsiasi cosa.
Ed effettivamente, di deepfake su queste pagine ne passano diversi, e la cosa che ci preoccupa parafrasando un noto adagio sono il numero impressionante di persone che a. li condividono e b. li credono veri.
Il deepfake contro Giorgia Meloni non fa deporre bene per lo stato della Rete
Abbiamo visto deepfake con la premier ricastata nella vendita di improbabili cryptovalute con tanto di apparizione di ancora meno probabili sgherri di Bankitalia pronti ad arrestarla in carceri private, e sappiamo che nel 2021 due uomini di Sassari, padre e figlio, si dilettarono nella produzione di deepfake a sfondo erotico dell’allora “semplicemente” leader di un partito di opposizione.

Dove il deepfake incontra la politica ciò che è marcio diventa putrido, e infatti sono già apparsi i “complottisti del complotto” pronti ad inventarsi una false flag del complotto accusando la Premier di essersi autoritratta nuda per eludere la responsabilità degli autori.
E sappiamo che il Digital Service Act, normativa di rango europeo leader nella regolamentazione delle piattaforme Big Tech, ha portato ad una sanzione contro Grok, il sistema di AI di Elon Musk, accusato di rendere i deepfake porno alla portata di tutti e verosimili.
Circostanza questa che a sua volta in un caso di geopolitica internazionale del deepfake ha portato ad un “memorandum di 200 pagine” in cui la stessa Casa Bianca si è scomodata per ribadire un presunto diritto delle Big Tech al deepfake ed alla fake news.
Il Garante per la protezione dei dati personali ribadisce che l’utilizzo di servizi che consentono di generare e condividere contenuti a partire da immagini o voci reali, arrivando anche a “spogliare” persone senza il loro consenso, possono determinare, oltre a possibili fattispecie di reato, gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone coinvolte, con tutte le conseguenze, anche sanzionatorie, previste dalla normativa europea in materia di protezione dei dati personali.
Già a gennaio di quest’anno l’Autorità ha adottato un provvedimento di avvertimento nei confronti degli utilizzatori di servizi basati sull’intelligenza artificiale, come Grok, ChatGPT e Clothoff – quest’ultima piattaforma già destinataria di un provvedimento di blocco nell’ottobre 2025 – e altri servizi analoghi disponibili online.
L’Autorità, come segnalato in più occasioni, ribadisce la necessità di poter intervenire per interdire il collegamento dall’Italia a tali piattaforme di servizi.
Il problema esiste.