Una settimana fa parlavamo di Mortal Kombat: con un film di Street Fighter alle porte si può parlare del franchise che ha iniziato un genere. Non si poteva del resto parlare di Mortal Kombat, nato come risposta “moderna” allo stile già all’epoca un po’ retro di Street Fighter e del suo sequel più fortunato, senza l’originatore del genere.

Si parla della saga di Street Fighter, che tutti ricordano a partire dal secondo capitolo ma che, per una serie di ragione, non sarebbe esistita senza il primo. Nel senso esistita fisicamente: basti pensare che Street Figther II non nasceva come un cabinato autonomo, ma come un kit di aggiornamento radicale per i cabinati del primo capitolo.
Street Fighter, le origini
Street Fighter è opera della mente Takashi “Piston” Nishiyama, programmatore che aveva fatto gavetta presso Irem Software Engineering, Inc., ditta produttrice di Pachinko, il noto gioco d’azzardo Giapponese e che si era mossa nel mondo arcade.
Piston Nishiyama nel 1982 aveva portato Irem nel mondo dei videogames con Moon Patrol, primo gioco a scorrimento con Parallasse legato alle avventure di un poliziotto spaziale in un Rover Lunare, oggetto all’epoca considerato fantascientifico e degno di essere immortalato in un videogioco.
Nishiyama passò poi al mondo dei picchiaduro con Kung-Fu Master, picchiaduro a scorrimento ispirato dal film Il mistero del conte Lobos e dal canovaccio già visto in mille altri giochi in cui il campione di arti marziali parte per salvare la bella fidanzata rapita dai cattivoni a colpi di Kung-Fu. Canovaccio visto nel conte Lobos, ma anche in Karateka di Mechner e in Double Dragon.

Kung-Fu Master (che in Giappone fu rilasciato come Spartan X, uno dei titoli del Mistero del Conte Lobos) ridefinì il genere arti marziali a scorrimento sorpassando gli altri giochi, finché CapCom non lo notò per opzionarlo. Leale al posto di lavoro, Nishiyama prima di lasciare Irem finì Kung-Fu Master e nel 1986 tirò fuori il successore spirituale Trojan, avventura distopica dove un gruppo di uomini del futuro distopico posseduti dai fantasmi dei grandi Eroi del Mito se le suonano di santa ragione e quando alla fine uccidi (di nuovo) Achille una linea di testo ti rassicura del fatto che “Forse ora potrebbe anche tornare la pace” (ma con calma eh?)
A questo punto Piston Nishiyama ebbe un’ispirazione: a tutti i giocatori di Kung-Fu Master e Trojan piaceva la parte alla fine livello dove incontri il “mostro finale”.
Decise così di creare un gioco fatto solo di finali: e quel gioco era Street Fighter.
Arriva Street Fighter (1987)
L’idea alle spalle di Street Fighter era semplicemente saltare tutti i livelli a scorrimento e arrivare direttamente al boss finale. Viene così creato Ryu, l’eroico protagonista dal budogi bianco il cui scopo è sfidare una serie di tizi che (tranne l’ultimo, come vedremo) spariranno dal Franchise per un bel pezzo perché francamente poco interessanti.
Ryu sfida questi tizi con le sue tecniche speciali in una specie di grande tornedo di arti marziali che al contrario del Senza Esclusione di Colpi ispirazione per Mortal Kombat non si tiene in località segrete, ma per le strade del mondo.
Il nostro Ryu incontra così i giapponesi Retsu e Geki (il primo non tornerà prima del sesto capitolo della saga, il secondo morirà fuori dalle scene), i cinesi Lee e Gen, gli Inglesi Bird e Eagle, gli Americani Joe e Mike, e i Thailandesi Adon e Sagat.

Tutti quanti sono guerrieri scomunicati dalle arene tradizionali, per aver ucciso avversari oppure per essere troppo potenti per l’uomo comune: alla fine Ryu sconfigge Sagat diventando campione mondiale, ma spinto oltre i limiti usa la maggior parte del suo potere e gli infligge una sfigurante cicatrice sul corpo che lo stimola a chiedere vendetta.
Piston Nishiyama si inventa un sistema di lotta peculiare: ispirato dalla serie animata La Corazzata Spaziale Yamato decide di munire Ryu di un colpo a distanza, il famoso Hadoken, ma anche dello Shoryuken, il celebre uppercut e Tatsumaki Senpū Kyaku, il calcio tornado.
Le tre mosse potevano essere create muovendo il joystick in modi particolari e premendo il tasto adatto (pugno o calcio), ma nessun cabinato arrivava con le istruzioni.

Lo scopo era fare in modo che il giocatore fosse invogliato a scoprire le mosse da solo e invitare gli amichetti a provarle. Anche Ryu ebbe il suo Player 2, l’eterno Luigi: Ken Masters, compagno studente di arti marziali biondo e americano che di fatto era Ryu ricolorato per poter giocare in due.
I primi cabinati avevano un sistema a tasti pneumatici che, prima dei controlli digitali moderni, riconoscevano la pressione dei tasti distinguendo tra debole, medio e forte a seconda della pressione.
Purtroppo i ragazzini, per la cosa del “non vi diremo come funziona, scopritelo” cominciarono a picchiare fortissimo sui tasti rompendo i delicati meccanismi: CapCom ritirò così la prima infornata di arcade, derubricandoli a “versione lusso” e rilasciò la “versione comune”, ovvero i primi arcade con sei tasti (tre per il pugno e tre per i calci, divisi in debole, medio e forte), coi tasti Sanwa a click semplice, più duraturi e facili da riparare.
Street Fighter ebbe abbastanza successo per essere converito per PC ed altre piattaforme, e Nishiyama pensò ad un seguito.
Final Fight: spin-off o falsa partenza?
Nel 1989 arrivò il progetto Street Fighter ’89, prima idea per dare un vero seguito alla saga. Ma era uscito Double Dragon, e quindi CapCom voleva un altro picchiaduro a scorrimento.
Street Fighter ’89 fu rimaneggiato in Final Fight, storia di una città devastata dal crimine il cui sindaco è un wrestler in pensione, Mike Haggar, al quale rapiscono la figlia Jessica (aridaje) e manda quindi Guy (ninja ultimo erede del Bushinryu, tecnica apparsa in Capitan Commando, gioco da cui CapCom prende il nome) e Cody, l’ex “Eroe di Metro City”, adesso un reietto ed un galeotto apatico dopo essere stato incastrato dai cattivi e lasciato da Jessica a riprendere la figlia sperando inoltre che Cody e Jessica riaggiustino le cose a colpi di legnate e curandosi le ferite ingurgitando polli arrosto trovati in cassonetti (non fate domande).

Tra improbabili tamarri di ogni genere, una delle prime apparizioni canoniche di un personaggio transessuale in un gioco (la guerriera di strada Roxy, peraltro responsabile della rovina della reputazione di Cody) , poliziotti corrotti e un cattivone con una sedia a rotelle corazzata i nostri eroi salvano la giornata e la bella Jessica, ma Cody riparte per andare a combattere il crimine perché ormai ci ha preso la mano.
Final Fight vedremo diventerà uno spin-off della saga, diventando il collante tra Captain Commando, Strider Hiryu e Street Fighter, tutti piazzati nello stesso universo narrativo nel quale il Bushinryu di Guy si è trasmesso in generazioni di guerrieri nel passato e nel futuro.
Piston Nishiyama ci riproverà col poco noto Street Fighter 2010, tentativo del 1990 di portare la saga nello spazio.

Un tropo comune è infatti avere versioni spaziali di tutti i franchise: nell’edizione originale un poliziotto di nome Kevin Straker diventa un cyborg per sconfiggere degli alieni coi superpoteri a colpi di legnate.
La trama verrà rimaneggiata in occidente per inventare un plot in cui Ken Masters, nell’allora futuro del 2010, è diventato uno scienziato che ha inventato una sostanza che dà i superpoteri, rubata da un socio di laboratorio corrotto, e da allora è costretto ad andare in giro per la galassia a menare gente prima che la sostanza, il ciboplasma, causi una pandemia.
Se nessuno si ricorda di tanto trash, ci sarà un motivo: i due tentativi di sequel verranno accantonati, con solo Final Fight sopravvisuto come saga a sé stante e poi spin-off.
Arriva Street Fighter II
Dopo due false partenze, finalmente Piston Nishiyama riuscì ad avere il suo sequel, venduto inizialmente come un kit di espansione su formato CPS1.
Sostanzialmente non esiste un cabinato di Street Fighter II al mondo: Capcom vendeva a chi aveva i cabinati a sei tasti di Street Fighter un kit con una nuova scheda madre col gioco, un adesivo con Ryu di spalle, il pannello luminoso e il pannello da riapplicare sotto i tasti e la sala giochi provvedeva a svuotare e aggiornare Street Fighter o altro gioco col layout a sei tasti.
Questo, unitamente alla pirateria rampante nell’epoca, spiega perché molti ricordano il cabinato di Street Fighter II come un anonimo cabinato senza marchi, o coi marchi di un altro gioco.
Lo scopo era, ovviamente, riportare i fan del primo capitolo nelle sale giochi: immaginate essere un ragazzino del 1991 che, tornato in sala giochi dopo aver giocato per quattro anni con lo stesso gioco, se lo ritrova rinnovato con nuovi personaggi, un nuovo gameplay, e il cabinato lucidato da capo a piedi con nuove grafiche. Non un nuovo cabinato, lo stesso tirato a lucido in un senso di continuità generazionale.

La trama del gioco definito dal Libro Guinness dei Primati come “First Fighting Game to Use Combos“, “Most Cloned Fighting Game” e “Biggest-Selling Coin-Operated Fighting Game” (Primo gioco di lotta ad usare le combo, gioco più piratato del mondo e gioco arcade di lotta che ha venduto più gettoni) era quella tipica di un sequel di quegli anni.
Nove anni (e non quattro) sono passati dal primo Street Fighter, ed un misterioso magnate decide di riattivare il torneo di arti marziali per rissatori di strada.
Si fa avanti una nuovissima generazione di guerrieri salvo tre: Ryu e Ken tornano alla carica, perché a Ryu è stato detto che sarebbe tornato Sagat e Ryu voleva a tutti i costi un rematch onorevole e cortese (in quanto buono ed in quanto Ryu ha avuto ormai nove anni per calmare i suoi istinti).
Nessuno sa che in realtà il magnate misterioso è il crudele Mister Bison, leader di un sindacato del crimine chiamato Shadaloo (Shadow Law, per evidenziare che lavora nell’ombra) che in realtà vuole usare il torneo come uno scudo per le sue attività criminali mondiali. E se vi sembra strano, vi ricordo che la trama di Pokemon, sempre negli anni ’90, praticamente vedeva un boss mafioso infiltrarsi in un torneo di combattimenti tra buffi animaletti per dominare il mondo, era prassi per l’epoca che il più malvagio dei malvagi potesse essere sconfitto facendo cose assurdamente stupide.

Ma non solo: Bison possiede un esoterico potere, lo Psycho Power che si perfeziona succhiandolo ai guerrieri più potenti per possederne il corpo. Bison quindi vuole arrivare in finale per sfidare il guerriero più potente e prenderne il corpo e il potere avendo un vantaggio nella dominazione del mondo.
Allo scopo piazza i suoi uomini nel torneo: il pugile americano radiato Balrog, cacciato per la sua crudeltà e il disprezzo delle regole, il matador spagnolo Vega, desideroso di vendetta perché il patrigno ha ucciso sua madre dimostrando che nel mondo contano solo forza e bellezza e lui ne possiede entrambe (indossa una maschera sul viso per evitare i pugni in faccia, sostanzialmente) e Sagat stesso, desideroso di vendetta contro Ryu a tal punto da “iscriversi ai terroristi” per avere l’occasione di avere la sua rivincita.
Un po’ tutti gli altri personaggi vengono tirati dentro per colpa di Bison: la Cina decide di mandare il secondo volto del franchise, Chun-Li, donna poliziotto (anche se nel primo gioco la sua professione era ignota) dalle gambe lunghe e atletiche, una grande abilità nelle arti marziali, spedita dall’Interpol per investigare su Bison e col bonus di poter, ove arrivata in finale, prendere a calci in faccia l’assassino di suo padre, il soldato Guile, anche lui arrivato per vendicare una delle vittime di Bison (e nella sua ending, fermato dalla sua famiglia prima che possa diventare giudice, giuria e boia e dare il colpo di grazia ad un Bison sconfitto), il lottatore di Sumo Edmond Honda che non ha a dire il vero niente contro Bison, ma vorrebbe semplicemente che lo Street Fighter Tournament torni a mostrare le arti marziali e non gli interessi delle cabale, il ragazzo selvaggio Blanka, dalla pelle verde a causa della clorofilla, novello Tarzan elettrico perduto nella jungla e richiamato perché ritenuto interessante come guscio per Bison, il russo wrestler Zangief, orgoglioso dei suoi muscoli e desideroso di mostrare a Vega che la forza batte sempre la bellezza e gli ideali dell’URSS superano le ambizioni del crimine e l’elastico Dhalsim, mistico indiano dal potere di allungarsi che vuole scacciare Shadaloo dal suo villaggio.

Invariabilmente tutti gli sfidanti devono arrivare alla fine a combattere Bison, i buoni per fermare le ambizioni di Shadaloo e i cattivi per perfezionarle, come si compete ad un gioco fatto di sole boss fight, più l’iconica gara a punti a chi sfascia una macchina più velocemente.
Tornano le mosse speciali, ognuno ha le sue (le mosse di Chun-Li e Honda sono le più facili per i dilettanti, basta premere a ripetizione calcio forte/alto per Chun-Li o pugno alto/forte per Honda per liberare un muro di calci e pugni), e vengono introdotte le combo, mosse concatenate che se eseguite con la giusta velocità rendono all’avversario difficile reagire e quindi consentono di infliggere enormi quantità di danni.
Vengono introdotti una serie di topos letterari del genere picchiaduro: da Chun-Li discendono una pletora di guerriere dalle gambe lunghissime e in mostra che usano i calci anziché i pugni per ovviare alle differenze in altezza e massa muscolare del guerriero maschio e codificate nel gioco come leggiadre e veloci e quindi adatte alle combo (in realtà ad Akira Yasuda, character design chiamato per dare a tutti i guerrieri un volto cartoonistico, piacevano le belle donne con gambe molto belle e toniche, questo è quanto), da Mister Bison i leader militareggianti con divise assurde e l’aria ieratica, e dal gameplay il concetto moderno di picchiaduro combo e mosse speciali.
Parlando sempre di Chun Li va ammesso che non è né la prima guerriera in un picchiaduro (la prima è Yuki di Typhoon Gal del 1985, una yudoka adolescente che combatteva per sport), né la prima guerriera non giocabile in un picchiaduro, ruolo che tocca alle due sfidanti Star e Fan di Yie-Ar-Kung Fu, ma è stata la più popolare.
Stranezze di Street Fighter II, leggende metropolitane e il futuro della saga
L’adattamento internazionale creò una serie di problemi. Alla fine di ogni scontro, per manifestare la natura di “scontro di boss fight” il vincente dice al perdente una frase motivazionale.
Ryu diceva qualcosa tipo “You must defeat Sheng Long before having a chance to defeat me”, ovviamente una traduzione erronea dell’invito a padroneggiare il “Pugno del drago”, una delle tecniche di Ryu.
Generazioni di ragazzini si convinsero di poter stanare il leggendario “Gran Maestro” delle arti marziali da cui l’intera scuola di Ryu e Ken era nata, personaggio diventato leggendario nelle bufale e apparso come boss opzionale nell’ultimo capitolo moderno della saga, Street Fighter VI.

Altro casino di adattamento fu fatto coi nomi: Mister Bison non avrebbe dovuto chiamarsi Mister Bison.
In origine il pugile squalificato e disgraziato Balrog avrebbe dovuto chiamarsi Mike Tyson, pugile famosissimo che all’epoca non era ancora noto per aver strappato un pezzo di orecchio a morsi ad Evander Hollyfield, cosa che sarebbe accaduta nel 1997, e CapCom non poteva/voleva permettersi i diritti per usarlo nel videogame come un cattivone (mentre nella saga puglistica di Punch-Out Mike Tyson è apparso come mascotte e sfidante).
Mike Tyson divenne così Mister Bison, e Mister Bison era Balrog. Balrog a sua volta era il matador Vega (perché Balrog evoca “bull” ad un uditorio giapponese, quindi si adatta ai matador), e, avrete capito, il leader di Shadaloo era “Vega” perché Vega è un nome misterioso e astrale.
Capcom USA decise di giocare il gioco delle tre sedie casomai Mike Tyson si fosse riconosciuto in Mister Bison.
Così Vega divenne Mister Bison, Mister Bison divenne Balrog e Balrog, avrete intuito, divenne a questo punto Vega.
Ovviamente, purtroppo fa parte della natura dei nerd, altre leggende metropolitane prevedevano improbabili codici per spogliare Chun-Li, unica guerriera del gruppo e quindi parte della Sindrome di Puffetta (unico personaggio femminile in un cast integralmente maschile, combo segrete per far estrarre una pistola a Guile e usarla al posto del Sonic Boom, il suo attacco a distanza o convincere Vega a lanciare i suoi guanti artigliati e varianti del genere.

Per anni Street Fighter II non ebbe un seguito: Capcom letteralmente navigava nell’oro, e rilasciò versioni modificate del kit originale come “kit di modifica della modifica”.
Nella Champion Edition del 1992 fu inserita la possibilità che due sfidanti (il gioco funzionava sia in modalità singola che in doppio) scegliessero lo stesso personaggio, che veniva ricolorato a seconda del momento in modo da evitare che i due giocatori si confondessero e nello stesso anno Capcom, resa edotta del fatto che diversi pirati avevano cominciato a vendere versioni abusive di Street Fighter II inserendo modifiche nel gameplay, decise di creare una Hyper Edition introducendo tutte le modifiche introdotte dai pirati che erano piaciute al pubblico (attacchi a mezz’aria, una “Turbo Versione” dove le mosse erano ancora più veloci).
Nel 1993 arrivò la cosa più simile ad un sequel, un mezzo reboot, ovvero Super Street Fighter, versione riamaneggiata del gioco di due anni prima con un nuovo sistema di punti per valutare la bravura del giocatore nell’uso di combo e mosse speciali e l’aggiunta di quattro personaggi.
Vennero introdotti Cammy White, ragazza inglese ex spia e guardia del corpo di Shadaloo, candidata al “furto del corpo” da Bison, il DJ Giamaicano Dee Jay alla ricerca di ispirazione per la musica (la fantasia…), il campione di Hong Kong Fei Long ispirato da Bruce Lee e il nativo americano T. Hawk, alla ricerca di vendetta contro Shadaloo, allo scopo di avere un cast più ricco, due personaggi femminili (non abbastanza ma un inizio) e svecchiare le cose, cui si aggiunse, sulle ali della bufala di Sheng Long, nella versione Turbo anche di questo gioco Akuma, il “signore del male”, fratello del vero maestro di Ryu e Ken che però aveva prioritizzato la rabbia e i sentimenti negativi nel combattimento e quindi era orgoglioso del fatto che Street Fighter originale fi fosse chiuso con Ryu sopraffatto dalla rabbia e dalla paura pronto a trionfare su Sagat massacrandolo in modo poco elegante e poco rispettoso del codice di condotta del fratello.
Nel 1995 fu inagurato un prequel della saga, Street Fighter Alpha (Zero, in Giappone), per narrare gli eventi intercorsi tra i due Street Fighter originali (diventando un Interquel, sequel del primo e prequel del secondo), declinato in una saga in tre capitoli.
Furono introdotti nuovi personaggi e il primo Alpha fu venduto sia sulle vecchie schede CPS1 per essere installato sui cabinati ormai ri-riciclati per due capitoli intgeri della saga che sulle nuove schede.
Anche se Alpha era un prequel, fu creato con la grafica migliorata di giochi come Darkstalkers (picchiaduro fantasy nato quando sostanzialmente Capcom cercò di comprare i diritti sui film di mostri della Universal, fallendo, e dovette ricorrere alle loro “versioni della Mutua” popolando l’universo condiviso di vampirette sexy a caccia di emozioni forti, donne gatto ballerine, licantropi di buon cuore e mummie dal pessimo carattere…) e tutte le innovazioni nel gameplay, compresa una barra da caricarsi durante il gioco, incassando colpo su colpo, per le mosse segrete e le combo e un sistema di personalizzazione dello stile di gioco.

Alpha era una saga di cui tutti sapevano il finale: Bison non sarebbe riuscito ad ottenere il corpo delle sue guardie del corpo, l’amico di Guile (Charlie Nash) avrebbe fallito l’arresto di Mr. Bison morendo e Rose, terzo personaggio femminile nella saga e cartomante Italiana (perché se abbiamo Amelia nei fumetti ci tocca anche la cartomante), detentrice della metà buona dei poteri di Mr. Bison avrebbe anche lei fallito il tentativo di togliergli il potere demoniaco perdendo il suo potere angelico.
Ma anche una saga che avrebbe riportato lo spin-off/sequel fallito in continuity: Cody e Guy, i personaggi di Final Fight saranno rivelati vivere nel mondo di Street Fighter e aver partecipato a tutti i tornei tra Street Fighter I e II, semplicemente perché il codice di onore del secondo gli imponeva di lottare per il bene e il primo, ancora disonorato (nella saga interquel si presenta diviso da galeotto) aveva tempo da perdere, le mani che gli prudevano d desideri di vendetta che in Street Fighter V lo porteranno, riabilitato e nuovo sindaco, a decidere di inserire tra i suoi compiti istituzionali il “menare le mani”.
Di capitolo in capitolo il cast si arricchisce: compare Sakura, liceale in marinaretta fangirl di Ryu e Chun-Li (avatar dei giocatori dei primi due capitoli quindi) col sogno di diventare campionessa di arti marziali e/o aprirsi una sala giochi, il berretto rosso corrotto Rolento, ex nemico di Cody e Guy tornato per cercare di “redimersi” diventando una alternativa buona e non malefica a Bison per imporre il suo ordine, la ricca erediera bionda Karin alla ricerca di una rivale (trovata in Sakura) per portare più donne nello Street Fighter e la wrestler Rainbow Mika alimentata dallo stesso sogno.
“Ecco, l’hanno cambiato e quindi hanno rovinato tutto”
Nel 1997, per cercare di superare l’attrattiva del rivale Mortal Kombat e dei giochi in motion Capture, finalmente Capcom decise di dare un seguito alla saga, ovvero Street Fighter III – La Nuova Generazione.
Furono quindi usate le più performanti schede CPS3 e si decise di dare un colpo di spugna a tutto il cast, lasciando solo Ryu, Ken, Akuma e Chun-Li.
Domanda: quanti di voi fan ricordano il terzo capitolo?
Se la risposta è “pochi” è perché scopo di Capcom era ripartire da zero rendendo Alex il nuovo volto della saga e creando un gioco che fosse competitivo contro Mortal Kombat e King of Fighters di SNK per Neo Geo.
Nonostante un cast comprendente il cyborg Q (che potrebbe o non potrebbe essere basato sui resti del padre morto di Chun Li), mutanti, zombies e altre creature francamente più adatte a Darkstalkers che a Street Fighter il pubblico, dimostrando che la natura nostalgica del nerd era tale già prima della fine dell’era del retro (recentemente spostata dal 2001 al 2006) e cancellare con un colpo di spugna dieci anni di storia del franchise non fu una mossa accettata.

Del resto, ancora adesso ci sono articoli in giro per la rete che descrivono quanto il cast di Street Fighter II (la versione originale, neppure la Super coi quattro personaggi aggiunti) fosse l’assoluta perfezione e che prima e dopo non vi fosse altro che il diluvio, parafrasando un apocrifo della marchesa di Pompadour.
Nel 2007 fu tirato fuori Street Fighter IV, interquel tra II e III che però riportava in scena tutto il cast “tradizionale” più qualche new entry particolarmente ben recepita, come la guerriera Juri e la ricomparsa di Poison, storica rivale di Cody e responsabile delle sue tribolazioni tornata perché a forza di perseguitarlo si era anche invaghita di lui.

Trama seguita anche nel successivo Street Fighter V, dove guerrieri vecchi e nuovi (col III citato come un “evento futuro”) si riuniranno contro Bison gettando peraltro i semi del futuro visto in Strider Hiryu (dove Hiryu e il suo Bushinryu salverà il mondo da certi alieni finiti in Kazakhistan) per arrivare nel 2023 a Street Fighter VI, celebrazione in cui un personaggio creato dal giocatore sfiderà tutti i personaggi più amati della saga in un futuro oltre il III.
L’universo espanso
Capcom non ha mai fatto mistero di voler sfruttare la sua saga.
Abbiamo già visto la saldatura tra Final Fight, Captain Commando (ambientato retroattivamente in una versione dell’allora futuristico 2026 della Metro City di Final Fight) e Street Fighter.

Ma ricordiamo come gli eroi di Street Fighter hanno canonicamente aiutato gli X-Men a sconfiggere il villain Apocalypse in X-Men vs Street Fighter, aiutato il Professor X a liberarsi della possessione del malvagio Onslaught in Marvel vs Capcom incontrando eroi come Spider-Man e unendo le forze coi Darkstalkers, sfidato il franchise rivale di SNK e Tekken (con Mai Shiranui, nuova “action girl” dei giochi picchiaduro dalle belle gambe fare comunella con Chun Li) e persino avuto un incontro con gli eroi Tatsunoko portando Ryu e i Darkstalkers ad incontrare gli Yattamen, Miss Dronio, i Gatchamen della Battaglia dei pianeti e tutti i personaggi creati dalla ditta Giapponese nell’era d’oro di Yoshitaka Amano ed oltre e coi Power Rangers in Battle for the Grid.
I film, i fumetti
Street Fighter ha creato, come molti prodotti dell’epoca, una pletora di fumetti (disegnati dallo studio UDON, specializzato in IP tratte da videogames, come ad esempio la già citata Shantae), ma soprattutto un film.
Uno recente, che sta per arrivare sui grandi schermi e quel disastro ferroviario che fu il film del 1994.
Abbiamo già visto come tutti i film tratti da videogiochi degli anni ’90 con poche eccezioni fossero zozzerie abominevoli.
Street Fighter – Sfida Finale non era messo meglio. Il Van Damme che aveva rifiutato di partecipare a Mortal Kombat per non essere typecastato finì in un involontario capolavoro di comicità con un cast comprendente Kyle Minogue messa a caso per cercare di strizzare lo star system ed un Raul Julia moribondo nel ruolo di un Mr. Bison chiassone e caciarone.
In realtà Raul Julia era l’unica cosa che reggeva un film dimenticabile: Julia stava morendo, sapeva che i suoi nipotini adoravano la saga e volle lasciare loro l’immagine non di un uomo moribondo e fragile, ma del “cattivone” dei loro videogames preferiti che gli regala un sorriso dietro l’altro.

Al film si devono scene iconiche come i Bisondollari (il tentativo di Bison di pagare Sagat con bizzarre banconote/buoni/minibot con la sua faccia che “varranno 5 sterline inglesi, questo è il tasso di cambio che la Banca d’Inghilterra fisserà una volta che avrò rapito la loro Regina”) e l’unica scena veramente spaventosa in un film di effetti speciali avariati e cartapesta, quella in cui Mister Bison, in vestaglia e cappellino mentre mentre si prepara un Drink, spiega a Chun Li che gli racconta di essere diventata poliziotta per cercare di vendicarsi che
“Per te il giorno in cui Bison graziò il tuo villaggio fu il giorno più importante della tua vita: ma per me era solo un martedì”
Scena diventata il simbolo dell’apatia dei rancori senza senso e che valse al moribondo Raul Julia una nomination come migliore attore non protagonista in un film altrimenti dimenticabile.

Film che per un bizzarro incrocio ebbe un dimenticabile videogame tratto da un film, tratto da un videogame, tentativo di battere Mortal Kombat al gioco delle IP cinematografiche diventate motion capture fallito male.
Il film in arrivo il prossimo anno promette di rievocare atmosfere chiassose e ludiche, ma non sappiamo con che risultati.