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C’era una volta Sailor Moon: come una sola persona creò un genere

Sailor Moon è il primo di un intero genere, il Majokko Sentai. Riconoscerete tutti le avventure di Usagi (Serena o Bunny nel doppiaggio Italiano): non intelligente, non astuta, non atletica, una adolescente priva di qualsiasi qualità che una bella mattina scopre di essere supereroina e pure principessa con lo stesso piglio con cui, nelle gag di Maccio Capatonda, l’improbabile mistico Padre Maronno scopre di essere diventato Santo e pure Ispettore ed ottiene la guida di un gruppo di amiche.

Il problema è che in Usagi e nelle sue amiche (il quintetto originale Usagi, Ami, Rei, Minako e Makoto, per gli Italiani Bunny, Amy, Rei, Marta e Morea) c’è moltissimo dell’autrice, Naoko Takeuchi.

Non è infrequente che un autore scriva in base a quello che conosce e che i suoi eroi ed eroine siano self-insert, in parte se stessi. Naoko Takeuchi, l’artista, si scisse in egual misura in tutte e cinque le eroine.

Cinque non per caso: Pretty Soldier Sailor Moon, prima opera del genere Majokko Sentai è una prosecuzione ideologica di un genere che abbiamo già visto in passato, le serie Super Sentai ovvero i Power Rangers.

C’era una volta Sailor Moon: come una sola persona creò un genere

Non è un caso che la prima stagione di Sailor Moon presenti cinque ragazze con cinque divise quasi uguali se non per minimi dettagli e il colore, esattamente come coi Power Rangers.

E non è un caso che nelle stagioni successive arrivino altre ragazze e nuovi nemici, esattamente come coi Power Rangers.

E non è un caso che il quintetto sia tampinato da un “sesto elemento” che invece non è chiaramente come gli altri (ad esempio Tuxedo Kamen/Milord ha, banalmente, fattezze evidentemente maschili essendo uomo, fidanzato di Usagi/Bunny), appare a random per fare insane pu**anate e sparire nel nulle, esattamente come coi Power Rangers.

“Quando non sai / come uscire dai quai / chiama allora i Power Rangers!”, diceva la sigla italiana. Ma se non li trovavi, bastavano anche le Sailor Scouts, guarda, stessa cosa.

Dai Super Sentai a Sailor Moon

Ora, vi invitiamo a rileggere questo articolo sui Power Rangers e tornare.

Vi faremo però un riassunto: nel 1954, in un cinema colpito dal dopoguerra e dove Eiji Tsuburaya, padre del genere militare, si ritrovò improvvisamente tagliato fuori dai film di guerra, blacklistato di fatto e costretto a reinventarsi, i Giapponesi scoprirono l’amore per i mostri.

Se potevi creare elaborate scenografie per mostrare mezzi militari che combattono la Seconda Guerra Mondiale, potevi creare enormi città per mandarci Godzilla a spasso.

Godzilla non aveva ancora la minigonna, ma ci arriviamo. Arriviamo al fatto che rotto il ghiaccio coi mostri di gomma, potevano esserci eroi umanoidi, come appare Super Giant del 1957, storia di un bizzarro supereroe in una tutina aderente (sin troppo…) con le antennine mandato da una razza di alieni benevoli per menarsi contro i mostri grossi e cattivi, seguito nel 1966 dai più famigerati Ulltra Q e Ultraman, basati sul canovaccio ormai collaudato e ispirati dal primo supereroe “ufficiale” del Giappone (Ogon Bat, in italiano Fantaman).

Gekko Kamen potrebbe essere una delle ispirazioni per Milord

Arriva così nel 1958 il primo antesignano vero di Sailor Moon, non a caso eroe lunare e che ispirerà vedremo uno dei costumi assurdi di Milord: Gekko Kamen, ovvero Maschera di Luna, un eroe-motociclista, segretamente un detective timido e imbelle, che vagava con la sua moto rombante e la sua maschera bianca alla ricerca di mostri da pestare, finché la censura non lo fermò quando un ragazzino giapponese nel 1959 decise di buttarsi giù da una veranda imitando le avventure del suo idolo di bianco vestito.

Nel 1971 Shotaro Ishinomori decise di riprendere il discorso con Kamen Rider, avventure di un eroe motociclista rapito da un’associazione neonazista, SHOCKER, per diventare il loro cyborg più potente, fuggito prima di subire il lavaggio del cervello e diventato un eroe per la giustizia. Nel 1975 sempre Ishinomori decise che ai bambini era piaciuto un eroe, figurarsi cosa avrebbero fatto con cinque. Quantomeno avresti venduto cinque fantoccini colorati e non uno a bambini e collezionisti.

Vedasi Gekko Kamen e le sue tristi origini

Arriva il meno cupo e più colorato Himitsu Sentai Gorenger: il primo Sentai (“squadrone combattente”) della storia, dove Himitsu sta per segreto. Cinque tizi con delle tutine colorate “rosso, giallo più / rosa, verde e blu” (parafrasando la sigla italiana dei Power Rangers, collegati come vedremo) che combattono brutti mostracci cattivi mandati dai cattivoni per il bene della giustizia.

Ognuno ben codificato: il rosso è il leader, carismatico e coraggioso, destinato quindi a guidare gli altri. Il blu è il secondo in comando, supporto tattico e mente brillante, a tratti però inesperto del mondo e quindi gregario del rosso. Il rosa è sempre la fanciulla, femminile e delicata, il verde è il guerriero e il giallo quando non è la “seconda fanciulla” è il “consigliori” del rosso.

Sì, cominciò tutto di qui

Ci saranno col tempo varianti: talora il capo prenderà il colore bianco, come in JAKQ (serie del 1977 successiva) dove il Ranger Bianco ha “tutti i poteri degli altri” e talora il Ranger Verde sarà sostituito dal Ranger Nero, e uno dei due sarà il “sesto Ranger”, qualcuno che “non è come gli altri” ma segue tutti da lontano.

Proprio JAKQ fu un fallimento, ma Stan Lee e la Marvel ci misero del loro per tenere il genere Sentai vivo fino al 2025, rendendoli “super” (caldeggiando l’introduzione di quello che negli adattamenti americani conosciamo come il Megazord, un potente Robot nato dall’unione dei poteri dei guerrieri) anno in cui l’ultima serie Super Sentai si è chiusa in madrepatria tornando ai Tokusatsu (serie con eroe singolo e senza robottoni).

JAKQ, prima apparizione del “Ranger Bianco”, colore che tecnicamente toccherà ad Usagi

Naoko Takeuchi ovviamente, essendo nata nel 1967, fece in tempo a guardare la maggior parte delle serie Sentai e Super Sentai.

E mentre nel 1992 usciva Zyuranger, la serie che in Occidente avremmo usato come materiale per creare i Power Rangers la Takeuchi era pronta per avere una sua separata derivazione del fenomeno.

Entra ora in scena Naoko Takeuchi

Facciamo un passo indietro al 1967.

Naoko Takeuchi era figlia di una famiglia abbiente della Kofu per bene, figlia di Kenji e Ikuko con un fratellino rompico**ioni di nome Shingo. Esattamente i nomi dei genitori e del fratellino cagaca**o di Usagi Tsukino, se ci pensate e non è un caso.

Naoko Takeuchi sin da ragazzina aveva un fortissimo interesse per la moda (e le risorse economiche per sostenerlo), per l’astronomia, il pattinaggio artistico e i manga, in ogni senso possibile. Da lettrice, adorò Lady OscarCandy CandyIl Grande sogno di Maya, e rimase colpita dai personaggi femminili disegnati da Leiji Matsumoto, il creatore di Capitan Harlock, spingendosi a dichiarare che Usagi deriva dall’uso di Matsumoto di disegnare figure femminili esili ed eleganti ma che in retrospettiva “avrebbe potuto disegnare Usagi più cicciottella”.

Naoko Takeuchi (e consorte)

Sicuramente non poteva riempirsi l’armadio di Dior, ma poteva comprarsi tutte le riviste di moda su cui metteva le mani e aveva le facoltà economiche per vestire con una certa ricercatezza e veniva da quel genere di famiglia per cui eleganza, educazione e portamento erano parte del pacchetto.

Da scrittrice sognava di disegnare lei stessa i suoi manga, quando non era occupata a dedicarsi alle sue passioni, il pattinaggio e la moda.

I suoi genitori non erano contrari: le suggerirono però di studiare Chimica Farmaceutica perché se tutto fosse andato male almeno le avrebbero comprato una farmacia e non sarebbe finita priva dello stile di vita cui era abituata.

Ovviamente l’allora semplice “giovane e ricca studentessa Naoko” era stata esposta per decenni ai Super Sentai, come tutti i ragazzini Giapponesi del mondo.

Ma anche a Akira Kagami, brillante mecha designer morto troppo presto, che la Takeuchi apprezzava per la sua “combinazione nel disegno di belle ragazze e mezzi meccanici”: del resto come aspirante astronoma la Takeuchi era abituata a smenttare con telescopi, treppiedi e meccanismi, e opere come Tokimeki Accident le fecero venire in mente l’idea che in fondo anche un team di sole ragazze potevano diventare “Power Rangers” (ovvero Super Sentai) e avere i loro Zord. Certo, Sailor Moon non avrà mai un Megazord, ma del resto è il concetto quello che conta.

Cover di Tokimeki Accident

Alle superiori a Kofu era sottoposta al dress code tipico di molte studentesse, dovendo indossare una marinaretta. Come molte studentesse, sfogava il suo bisogno di personalità nel trucco e nelle acconciature, tra le quali i capelli a odango, i “tortani in testa” associati a Sailor Moon.

Finché almeno non si laureò in CTF con una tesi titolata “Heightened Effects of Thrombolytic Actions Due to Ultrasound”, lavorando come sacerdotessa part-time (in Giappone è una figura più simile al diacono, una giovane donna che assiste il tempio nelle attività quotidiane) in un tempio Shintoista vicino

A questo punto della storia avremmo avuto una farmacista in più ed un genere letterario in meno: ma per la Takeuchi la farmacia era giusto il piano B mentre raccoglieva pezzi della sua vita che, i fan della serie riconosceranno, sono confluti nell’opera.

Ne manca solo uno: essere abbastanza brava negli studi per sommare alla sua conoscenze di manga, anim e moda storie come la Storia di un tagliatore di bambù, racconto fiabesco/mitologico del X secolo Giapponese con le avventure della principessa lunare Kaguya che, cresciuta da una famiglia di umili tagliatori di bambù, ricorda in età adulta di essere una principessa di un Regno sulla Luna (anche questo dovrebbe ricordarvi qualcosa) e riparte per il suo regno perduto lasciando in dono al giovane Imperatore del Giappone invaghito di lei un elisir per l’immortalità (altro tema caro al mondo orientale) che, saggiamente e al contrario delle sue controparti nei miti Cinesi, l’Imperatore deciderà di distruggere fondendolo nel vulcano del Monte Fuji realizzando che l’immortalità non è adatta agli esseri umani, ma facendo in modo che le periodiche fumate e colate laviche del vulcano ricordino a Kaguya (che come effetto dell’incantesimo che l’ha riportata a casa ha perso i ricordi del suo tempo da mortale) che sulla Terra c’è qualcuno che sa di lei.

Incidentalmente esiste un film del compianto Isao Takahata sulla storia della Principessa Kaguya. Tanto per arricchire la vostra cultura.

Naoko Takeuchi, la mangaka

Abbiamo visto con la storia di Tetsuo Hara che diventare mangaka non è facile. Prima di arrivare al successo, devi fare gavetta, non sempre quello che disegni avrà successo, e sostanzialmente tutto dipende dalla pubblicazione.

Se ti pubblicano è quasi fatta: dovrai restare sulle prime pagine della rivista, quelle patinate e con l’occasionale pagina a colori, perché se scivoli nelle paginette a fondo rivista smetti di esistere. Significa che nessuno ha gradito il tuo manga, nessuno ti richiederà più, la tua carriera finisce lì.

Naoko Takeuchi era fortunata: tutti coloro che con Hara avevano partecipato al fallimento di Cyber Blue, serie “scivolata verso il basso” finirono fuori dal mercato, con uno di loro diventato un tassinaro. La Takeuchi avrebbe semplicemente comprato una farmacia e avrebbe vissuto comunque nell’agio, ma non solo di pane vivrà l’uomo, e quindi vinse da giovanissima laureata in Chimica Farmaceutica a 19 anni un premio per Love Call, storia di una ragazza innamorata di un DJ.

Tavola di Cherry Project

Arrivò così la prima serializzazione Maria, versione reimmaginata di Papà Gambalunga (che a pensarci in Giappone ha un certo successo), scritto a quattro mani con l’amica Marie Koizumi e nel 1990 The Cherry Project, altra opera meno nota ma altrettanto seminale che racconta le avventure di una giovane aspirante campionessa di pattinaggio artistico che incontra un campione affermato nella disciplina e decide di diventare famosa, innamorandosi di lui lungo la strada del successo.

A questo punto la Takeuchi decide che, finalmente, vuole tornare ad omaggiare Kagami e disegnare una storia dove una guerriera cosmica combatte dei mostracci alieni, a questo punto praticamente Kamen Rider con le belle ragazze, prosecuzione delle storie di Majokko (le “ragazze magiche” alla Incantevole Creamy) ma col tema marziale introdotto da Ishinomori su ispirazione di Gekko Kamen, Ultraman e similia.

L’editore, visti i risultati di Cherry Project le fa una sola richiesta: mettere la guerriera mascherata in minigonna e marinaretta, a metà tra l’uniforme scolastica.

Soprendentemente, ma come sovente capita, la prima Sailor Scout ad essere disegnata non è Usagi/Bunny ma Minako/Marta, la futura Sailor Venus, disegnata all’epoca come sostanzialmente una Sailor Moon con meno frizzi e lazzi sul costume.

Si tratta di quello che chiameremo oggi un episodio pilota: una storia che non è quella definitiva, ma viene pubblicata per testare il gradimento di una storia che potrebbe divenire, fenomeno presente nell’animazione, nel fumetto e anche nelle serie televisive.

Sostanzialmente Minako/Marta è il protipo di Usagi/Bunny in un episodio pilota poi rimaneggiato come prologo/spin-off/salcazzo

Naoko Takeuchi decide che “di Marta non si butta mai niente”, e se di fatto Sailor Moon è il reboot di Sailor V, è anche un sequel diretto. Minako (aka Marta nel dub Italiano) vive per fatti suoi quando il gatto Artemis le rivela di essere segretamente una supereroina. A questo punto la storia è praticamente il protipo di Sailor Moon, con Sailor V (gioco di parole con C’est la vie, frase giapponese che esprime la personalità che Minako avrebbe esibito nella serie “principale”, quella del “Ranger Giallo” dalla testolina vuota e dal cuore enorme che prende la vita come le capita con le difficoltà che le scivolano addosso lasciandoti il dubbio se sia una persona positiva o una persona priva delle capacità mentali per processare il dolore) che combatte allegri mostracci ispirati ai cattivi delle serie Tokusatsu Sentai dal nome di gemme e pietre (ovviamente l’autrice è una farmacista, e per la prima parte della carriera lavorava in ospedale di giorno e disegnava di notte “per sfogarsi e realizzare i suoi sogni) fino a scoprire di starsi accidentalmente innamorando del generalissimo dei cattivi.

Esiste ora un ricchissimo filone di storie e storielle dove il leader dei cattivacci si innamora dell’eroina e viceversa, ma per l’epoca era una novità e niente di Naoko Takeuchi era scontato.

Naoko Takeuchi avrebbe potuto finire le avventure di Minako Aino lì, cancellarla dal continuum e ricominciare con Usagi Tsukino. Qualunque altro mangaka l’avrebbe fatto.

Decide per un finale aperto che fonda la serie pilota e la serie principale: Minako ferisce mortalmente il leader dei cattivi, Danburite, che le rivela di aver fatto finta per mesi di essere Phantom Ace, l’eroe inviato per “aiutarla” a menare se stesso in un’opera di spionaggio sottocopertura che funziona solo ricordandoci che Minako/Marta ha il quoziente intellettivo di un barattolo di sottaceti e se Danburite non fosse stato malvagio (dimostrando perché il minerale da cui prende il nome è 9.FA.65 nella classificazione di Strunz) sarebbero stati partner efficaci perché questi ha dimostrato nella sua corta esistenza le facoltà intellettuali di un cavatappi.

E con una faccia del genere, francamente, te lo meriti di morire male prima che finisca lo Spin-Off, dai

In una variante ancora più cupa della frase di Boris di “A me sembra che tra noi due solo io stia facendo un enorme sforzo perché tu non sia menata: io quello che se tu non mi avessi ammazzato ti avrebbe finalmente menata”, Danburite muore maledicendo Minako e annunciandole che non troverà mai più il vero amore.

A questo punto il pilot diventa prologo: Minako decide che è inutile piangere sul latte versato, che ormai Danburite è finito a contare le margherite dal lato sbagliato e dopo aver saputo che a Tokyo una ragazza con poteri simili ai suoi sta riunendo una squadra sotterra l’amato e facendo suo il motto C’est la Vie, nella variante di “Evvabbé, succede, capita, sono sfighe” decide di sbattersene le scatole a Mach 5 della maledizione di Danburite e dedicarsi all’idea generale di diventare una idol (cantante pop), supereroina e se le avanza tempo pure infermiera.

Un anno dopo il primo capitolo di Sailor V, nel 1992, era iniziata infatti la serie ufficiale.

Che ha letteralmente lo stesso inizio: Usagi Tsukino/Bunny (il cognome cela un gioco di parole: letteralmente si traduce con “Coniglietta Lunare”), bionda adolescente coi tortani in testa, figlia di due genitori con gli stessi nomi di quelli della Takeuchi, sorella di un ragazzino rompiballe con lo stesso nome del fratellino rompiballe della Takeuchi, riceve la visita di un gatto parlante di nome Luna (di colore nero e femmina perché Artemis era già preso nel pilot e, ripetiamo, non aveva idea di buttare via Sailor V come, ad esempio, anni dopo Oda avrebbe fatto cancellando Romance Dawn per far posto allo One Piece attuale) che le annuncia di essere la reincarnazione di una famosa supereroina, guardiana della Principessa della Luna Serenity, che governava saggiamente il regno Lunare con suo marito il principe consorte Endymion e un gruppo di quattro guerriere, una per ogni pianeta più vicino al Sole come consigliere dirette più un numero crescente di guerriere dei pianeti più distanti e per ulteriori corpi celesti.

La nostra improbabile eroina: secondo tentativo

Questo, secondo la logica per cui ogni team di Super Sentai viene mediamente composto da Cinque “Rangers Primari”, un “Sesto Ranger” e talora un gruppo di Ranger aggiuntivi che intervengono nelle vicende nei capitoli successivi ma evitando di essere presenze fisse per non rendere la storia confusionaria.

La gatta Luna smolla ad Usagi (che, a questo punto della storia, si contende alla pari con Minako il titolo di “Eroina della Deficienza Mentale” descritto dai fumetti di Paperino ed è descritta come latrice di livelli di tragicomica incompetenza che superano quelli di Sailor V agli esordi) il compito di reperire l’incarnazione della Principessa Lunare, riunire la vecchia gang (almeno Zordon nei Power Rangers ebbe la grazia di trovarli *lui* i “Five Teenagers with Attitude”, dimostrando come un capoccione in un tubo pneumatico sia più utile di una gatta parlante…) e mazziarsi con gli emissari della Regina Metallia, antica nemica della Regina Serenity, sostituita dalla Regina Periglia.

Screenshot dal gioco in versione SNES

L’adattamento Italiano, avrete intuito già leggendo, tendeva a svarionare moltissimo, cancellando il fatto che il Dark Kingdom, esattamente come i cattivoni del Pilot, aveva solo gente con nomi di pietre preziose, minerali ed elementi della tavola periodica, e Periglia era quindi Berillia.

Esattamente come nei Power Rangers, la gang prende forma. A Usagi spetta il bianco, colore che abbiamo visto da JAKQ in poi essere il colore del capoccia del gruppo ogni volta che il rosso è già preso. E Usagi spetta la parte di Naoko Takeuchi che era una brava ragazza di buona famiglia col fratellino rompicazzo, essenzialmente.

Il Ranger Blu spetta ad Ami Mizuno (Amy), alla quale viene appioppata la parte di personalità di Naoko Takeuchi (e l’intero quoziente intellettivo della stessa, dato che quello di Usagi e Minako si è visto può essere misurato solo coi numeri negativi) che l’ha portata a diventare Farmacista laureata a 19 anni e l’interesse per la meccanicia e la sci-fi della stessa (nonché una madre ricca dottoressa intenzionata a farla laureare “giusto in caso”, esattamente come con la Takeuchi), essendo la Ranger Blu, quella intelligentissima che costruisce congegni per tutti (ma per esigenze sceniche si è scordata gli Zord, mannaggia…) ed è sostanzialmente la parte tattica del gruppo nonché Sailor Mercury con poteri ispirati all’acqua.

Il Ranger Rosso, con tutte le attribuzioni che esso comporta, tocca a Rei Hino (anche in questo caso, il cognome ha un gioco di parole, e significa “focosa”), assistente sacerdotessa di un tempio (altro lavoro part time della Takeuchi) dal temperamento focoso e dai poteri legati al fuoco (Sailor Mars) che passa le giornate litigando bonariamente con Usagi per questioni legate ai ragazzi ed al quoziente intellettivo degno di un cesto di verdure della Leader Bianca, la Ranger Verde a Makoto Kino (altro cognome ispirato al lampo: nel doppiaggio Americano si deciderà di chiamarla “Lita” pronunciato come “Lightning” leggermente massacrato e in Italiano Morea perché a quel punto si andava a caso…), Sailor Jupiter, fiorista orfana nota per il suo fisico giunonico e la running gag in cui dichiara di essere costantemente innamorata e costantemente scaricata (cosa che rende la “maledizione” di Marta/Minako una sorta di barzelletta) e il ruolo della Ranger Gialla a Minako che di fatto si autoinvita non appena Sailor V è chiusa e cambia costume passando dal prototipo di quello di Sailor Moon ad un costume originale giallo e ispirato al pianeta Venere come Sailor Venus (e ma allora ditelo pure che la Takeuchi è stata decisamente molto, molto matrigna nei confronti della sua prima figlioccia letteraria).

Foto di gruppo del Cast

Sesto Ranger spetta a Milord, in originale Tuxedo Kamen, identità segreta di Mamoru Chiba (Marzio in Italiano), pluiripetente donnaiolo e automunito, spasimante della molto più giovane Usagi, che non potendo per ovvi motivi combattere in marinaretta, nastri, fiocchi e tacchi alti, si presenta in frac agli scontri lanciando rose.

Se la povera Marta ha dovuto uccidere il suo di sesto ranger come traditore, Milord ha il problema opposto: è utile come una confezione di polaretti recapitata al Circolo Polare Artico.

Se lo scopo fisico di Danburite era avvicinarsi a Minako per conquistarne la fiducia e ammazzarla, lo scopo fisico di Milord è arrivare nei momenti di crisi, distrarre gli sgherri del nemico (solitamente donne-mostro comunque assai piacenti) lanciando una singola rosa, incoraggiare la fidanzata e le sue quattro amiche a continuare a lottare per salvare il mondo e poi andarsene a casa perchè a quel punto il suo compito si era esaurito.

Quantomeno nelle serie sentai il Sesto Ranger era sempre munito di una scusa valida per apparire poco (Burai, il “Green Ranger Giapponese” di Zyuranger stava un attimo morendo, Tommy, il “Green Ranger Americano” aveva ricevuto un Morpher volutamente difettoso dalla malvagia Rita Repulsa con una carica limitata e non ricaricabile ulteriomente, il Titanium Ranger nelle serie successive era maledetto e se si fosse sforzato troppo sarebbe morto), ma Milord no. Era proprio stron*o nell’anima e denotato nel suo ruolo di consorte da un pesaculismo che da solo avrebbe potuto essere indice del fatto che Milord era munito di un suo personale campo gravitazionale.

Milord: il meme

Non sto scherzando: il big reveal della prima stagione è che non c’era mai stato bisogno di cercare la Regina Serenity e il suo Principe consorte perché essi (nonostante un subplot per sospettare Minako), essi erano Sailor Moon e Tuxedo Kamen, lo erano sempre stati e, storicamente, il ruolo della Sailor Venus di turno era essere la guardia del corpo personale della Regina e occasionale controfigura per le scene difficili (così si rattoppa pure la cosa del pilot).

La prima stagione ha infatti la chiusura tipica da serie Sentai: con enorme sacrificio i buoni trionfano (riprendendo il subplot di Danburite ma mischiato con la colossale inutilità di Milord lo stesso riesce a farsi rapire e farsi fare il lavaggio del cervello diventando contro ogni possibilità tecnica ancora più inutile) il Bene Trionfa, il Male viene sconfitto, alle cinque eroine ed al sesto ranger/mascotte/imbecille mascherato viene consentito di tornare sulla Terra senza ricordi delle sofferenze patite, ma con uno stinger pari solo a “I Vendicatori torneranno” Usagi si ritrova a casa una bambina di circa otto anni con una pistola in mano (sono giapponesi) che la obbliga a tenersela in casa adducendo di essere Chibiusa (letteralmente: Usagi Jr., vedi come sono messi a fantasia nel futuro), figlia di Usagi e dell’Inutile Mamoru venuta dal futuro apposta per tirare alla Madre un Doc Brown e annunciare che la loro famiglia corre un grave pericolo, salvo poi ottenere una versione ridotta del costume della madre, ma con la livrea del “Ranger Rosa” (colore mancante e fino a quel momento non necessario perché avere un colore apposito per le ragazze in un team di sole ragazze sarebbe stato utile quasi quanto la presenza di Milord).

Tornate ora alla locandina di Gekko Kamen: la pistola Chibiusa l’avrà presa sicuramente dal papà, e le va di lusso non essersi buttata dal balcone col triciclo prima dei sei anni

A parte una parentesi animata in cui Mamoru, ultimo a recuperare i ricordi delle sue passate avventure, svilupperà un “subconscio prensile” dalle fattezze del Gekko Kamen bandito negli anni ’50 in quanto causa di numerosi suicidi da spedire a piacimento ad “aiutare” Sailor Moon, appariranno una nuova serie di alleati ed una lunghissima serie di nemici, nuovamente ispirati a gemme e pianeti.

Faremo la conoscenza quindi di Sailor Urano e Sailor Nettuno (Haruka e Michiru, in Italiano Heles e Milena perché ormai il doppiaggio era il regno della follia), tra le prime “Power Couple” lesbiche in un prodotto di animazione di elevata diffusione, Sailor Pluto (Setsuna, in italiano Sidia che tecnicamente neppure sarebbe un nome), guerriera di Plutone, Guardiana dello Spazio Tempo e Baby Sitter di Chibiusa alla quale non è arrivaso il memo sulla perdita per Plutone del titolo di Pianeta, Sailor Saturn (Hotaru, ex avversaria e poi migliore amichetta di Chibiusa) e le Sailor Starlights, tre guerrieri uomini che diventano tre guerriere in minigonna per la “gioia” di chi dovette arrampicarsi sugli specchi per ipotizzare l’apparizione di “sorelle gemelle dallo spazio” in sede di adattamento pur di evitare che in una serie dove erano già apparse due lesbiche apparissero anche dei potenziali transessuali (anatema nella “TV per bambini degli anni ’90 italiana”, ma evidentemente meglio tollerato in un Giappone che dovrebbe essere stato più conservatore ma con la Takeuchi fu progressista).

Tanto per far partire un embolo o due agli adattatori

In tutto questo la storia d’amore tra Usagi e Mamoru proseguì con intoppi da Soap Opera: l’inutile Milord che si dà alla macchia perché un villain del futuro gli ha detto che Usagi rischierà una vita infame e infelice se proseguono (salvo poi fare il lavaggio del cervello a Chibiusa per usarla come villain dopo averla invecchiata artificialmente per raggiungere l’età dei genitori), Mamoru che sparisce in un incidente aereo lasciando Usagi tra le braccia di uno degli Starlight… ma alla fine dopo anni di pubblicazione, ecco il lieto fine. Il Regno Lunare arriverà in orario come uno Shinkansen Giapponese, e l’eroina più dolce, goffa, tenera, stralunata e imbecille del pianeta e il suo inutile marito diventeranno a caso dei regnanti pronti a donare pace, giustizia e armonia.

Cinque erano le Sailor principali, quattro furono le stagioni dell’anime inizialmente tratto dal manga, e il manga stesso durò sei anni, da Dicembre 1992 a Febbraio 1997, escludendo l’anno di Sailor V da solo.

 

Questioni di talento

Il successo esplose quando già nel 1992 TV Asahi mandò la prima serie animata in Onda.

Avere una serie animata a stretto giro di posta significava avere avuto successo: indubbiamente vi fu.

Serie che in Occidente fu elevatamente censurata: nomi cambiati (con la perdita di diversi giochi di parole), tutti i riferimenti a omosessualità e (potenziale e mistica, ma presente) transessualità abrasa, ed in un caso memorabile, le cinque guerriere principali che decidono di litigare per chi dovrà interpretare Biancaneve in una recita scolastica e Makoto/Morea pronta a dichiarare che il ruolo della protagonista “spetta alla ragazza che ha il talento più grande”. Mentre tutte le guardano il seno.

Rendendo chiaro di quale talento si stesse parlando.

Quanto di Takeuchi c’è in Sailor Moon?

Tutto. Letteralmente: tutto

Abbiamo già visto come le cinque Sailor Scout principali sono horcrux letterari della Takeuchi: la famiglia di Naoko Takeuchi è finita a Usagi, il suo cervello brillante ad Ami, il suo caratterino “zucchero e pepe” e il suo lavoretto part-time da sacerdotessa shinto a Rei, la determinazione a Makoto e lo spirito ribelle e sognatore a Minako.

Guida alla replica di alcuni outfit di Makoto

Ma contrariamente agli stilemi dell’epoca, le cinque amiche cambiavano vestitini ogni episodio del manga, ogni puntata dell’anime ad esso ispirato, con guardaroba incompatibile con le capacità economiche di alcune di loro e una caccia delle fan a ricostruire gli “outfit” del gruppo (escludendo Ami ricca di famiglia, Rei figlia di un politico ancorché andata a vivere per protesta nel tempio dove lavora part-time, Minako con una cospicua paghetta dei genitori, Usagi era di middle class al massimo e Makoto orfana autosostentata con un negozio di fiori, eppure tutte vestivano di completini di alta moda).

La parte meno credibile dell’opera non sono le trasformazioni: sono i guardaroba senza fondo dei personaggi principali

Abbiamo scherzato ricordando quanto inutile sia Milord: Naoko Takeuchi amava gli uomini inutili (per la gioia del suo attuale e unico marito, l’amore di sempre Yohishiro Togashi, celebrato autore di Hunter X Hunter).

Milord, Phantom Ace: rodetevi il fegato. (Chirico Cuvie, prima crush animata ufficiale della Takeuchi, modello ideale di entrambi)

Si spingerà a dichiarare che il suo tipo di uomo ideale era un uomo “stoico come Capitan Harlock”, che la sua prima cotta adolescenziale fu Chirico Cuvie, il SuperSoldato pilota di Robot di VOTOMS, personaggio definito così freddo da essere addirittura meno espressivo della sua partner, la donna artificiale Fiana, ma che crescendo aveva imparato ad amare

“Uomini freddi e un po’ patetici, proprio come Milord […] che scappano via quando li punzecchio un po’, e che non capiscono che alla fine anche per loro ci sarà un lieto fine perché vanno via prima”

Tornando alla moda, se le cinque protagoniste hanno una predilezione per il pret-a-porter anni ’90 e ’80, in un tripudio di salopette, gonnelle, scaldamuscoli, colori pastello e camicette vezzose, non c’è dubbio alcuno per la Regina Serenity e le sue nemiche.

Sì, era il Palladium Dress

Che si buttano direttamente sulle collezioni Dior e Capucci, con l’abito bianco di Usagi nel ruolo di regina che è il Palladium Dress del 1992 (sembra che alla fine diventare Imperatrice Galattica aumenta il tuo reddito disponibile), mentre le sue nemiche abitualmente fanno la spesa da Christian Lacroix, Yves Saint Laurent e Thierry Mugler, con la Dark Lady, la versione adulta e cattiva di Chibiusa come come primo atto di adolescenziale ribellione si sbarazza dell’armadio pieno di Christian Dior per scavallare all’ultima collezione di Yves Saint Laurent, per essere precisi una variante del vestito usato in Opium, il profumo di YLS in uno spot girato da David Lynch

Forse Milord fa ancora in tempo a togliere alla figlia i DVD di Twin Peaks

Perché ovviamente se sei una bambina che a otto anni gira già con una pistola in tasca, ha senso che da grande ti vesta YSL e e Twin Peaks sia la tua fonte di ispirazione primaria, con la tua migliore amica (la citata Sailor Saturn) che invece veste quasi solo Thierry Mugler segnalando al mondo graficamente di aver anche lei avuto un trascorso “tra i cattivi”, e che se il diavolo di solito veste Prada, in alcuni casi veste Thierry Mugler e Christian Lacroix, mentre tutte quante, buone e cattive, si accessoriano da Gucci e Versace perché alla Takeuchi scarpette e borse italiane di pregio non sono mai dispiaciute.

Cosa accadde dopo il successo?

Sailor Moon fu un successo epico e mondiale. Con quarantasei milioni di copie vendute fu lo shojo manga, il fumetto per ragazze più venduto sul pianeta, origine del Majokko Sentai e derivazione diretta dell’archetipo dei Power Rangers nonché unico filone rimasto in piedi dopo la chiusura del filone Super Sentai in Madre Patria lo scorso anno.

La Takeuchi non riuscirà però mai più a riottenere il successo di Sailor Moon: PQ Angels del 1997 fu un completo fallimento, Love Witch (storia di una maghetta innamorata, parte del genere Majokko tradizionale) non ebbe mai un finale e Toki-Meca del 2005, storia di una ragazza adolescente e del suo robot, fu l’ultimo fumetto su cui mise mani.

Toki Meca, ultima opera prima della Takeuchi

Ciò nonostante tecnicamente non aveva più bisogno di farlo: poteva dedicarsi direttamente all’intero universo mediatico di Sailor Moon, che comprende una serie di videogames, un reboot dell’anime di Sailor Moon (Sailor Moon Crystal) con un character design e storie più fedeli a quelle del manga originali e spostato come ambientazione nel 2010 e una pletora di videogames ispirati alla saga.

Nel 1999 sposò Togashi, autore di Hunter x Hunter, nonostante fosse lontano anni luce dalla sua immagine di “uomo ideale”: Togashi è infatti un marito affettuoso, amante dei film dell’orrore, cagionevole di salute e legato ad uno stile minimalista con gli stilemi classici dell’eroe selvaggio e ribelle col “cuore bene in mostra”.

Sailor Moon Crystal: Reboot simile al manga

Come prevedibile, anche il loro matrimonio fu un gioioso ma immondo casino degno di Usagi e Mamoru: Naoko Takeuchi diede due versioni della “gran proposta”. In una Togashi fece una proposta tradizionale alla Takeuchi, con l’uomo che si fa avanti promettendo amore e sostegno, nella seconda la Takeuchi lo chiamò al telefono completamente sbronza perché l’aveva lasciata sola il giorno del suo matrimonio e chiese urlando cosa intendesse fare al riguardo della loro relazione, e Togashi rispose che se la sarebbe sposata.

Togashi a questo secondo una sua intervista propose una “coppia aperta, niente figli, niente comunione dei beni, ognuno di noi due terrà il suo cognome” e la Takeuchi, con la cortesia e la gentilezza della principesca Sailor Moon gli propose con gran sincerità di andarsene affancu*o e sbattersi con vigore la sua idea di coppia aperta laggiù in profondità dove i raggi di luna non arrivano.

Nota: Togashi non ha la patente. La Takeuchi ha una Ferrari

Questo consentì a Togashi di smetterla di giocare, rimettere le idee in ordine e sposarsi: ora hanno due figli, collaborano frequentemente nel loro sodalizio artistico, emotivo e professionale e il mito di Sailor Moon continua ancora adesso.

Resta ovviamente il dubbio che, essendo Naoko Takeuchi come abbiamo visto portatrice dello strampalato senso dell’umorismo di Usagi e Minako ci sia dello scherzo in tutto questo, ma alla fine è andato tutto bene.

A latere, nel 1995 dopo che Saban ebbe messo le mani sui Power Ranger, popolarizzando il Sentai all’Occidentale, Renaissance-Atlantic Entertainment & Toon Makers, Inc. cercano di recuperare terreno presentando un pilot dedicato al franchise di Sailor Moon.

Abbiamo rischiato questo

Non si andò mai oltre il trailer di presentazione, perché l’idea di Toon Makers Inc. di combinare Sailor Moon, “vaghi temi fantascientifici” e Bayside School (sic!) in un guazzabuglio di scene live action di attrici adolescenti che fanno cose scolastiche e scene disegnate malissimo, ma veramente male a livello dei giochi di Zelda per CD-i annientarono per sempre ogni prospettiva di investimento portando invece i mercati occidentali a continuare ad adattare (e censurare) l’anime originale.

Della serie americana mai nata tutti i commentatori salvano solo due cose: Ami disabile (sia pur sulla poltrona volante dello Xavier degli X-Men) decenni prima che si parlasse di inclusività e Milord che almeno nel trailer fa una cosa buona nella vita, fungendo da “batteria vivente” per ricaricare i poteri di Sailor Moon, cosa resa possibile dal fatto che nel trailer di Toon Makers in realtà il sestetto sono tutti alieni umanoidi che non si sa per quale motivo decidono di andare nella stessa scuola americana a fare cose.

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