Ci segnalano i nostri contatti una card secondo cui in Giappone i condannati a morte non sanno il giorno della loro esecuzione. E la notizia è purtroppo vera, e parte di un dibattito umano e giuridico in uno dei (fortunatamente sempre meno) luoghi del mondo in cui vige la pena capitale.

Dal punto di vista della pena di morte il Giappone è fermo al Codice Penale del 1873 e con il tempo sono gradualmente diminuiti a diciannove i reati per i quali è possibile richiederla, inclusi sette reati che non comprendono la morte di un altro essere umano (perlopiù reati di insurrezione contro le autorità o “assistenza ai nemici del Giappone”).
E qui sorgono una serie di problemi.
Sì, in Giappone i condannati a morte non sanno il giorno della loro esecuzione
In Giappone i condannati a morte non sanno il giorno della loro esecuzione: secondo le autorità questo è un modo per evitare loro stress ulteriore, ma di fatto con preavvisi che vanno da una a due ore è impossibile lasciare ultime memorie ai congiunti o chiedere revisioni in extremis.
Il tutto sommato ad un metodo di esecuzione decisamente arcaico, ovvero mediante impiccagione con forca, cappuccio e botola da aprire, nella massima segretezza e con una opinione pubblica a favore della pena di morte vista in modo autoconfesso come una sorta di “legge del taglione” in cui il cittadino medio chiede che una vita sia pagata spegnendo una vita (possibilmente in modo umiliante).
Il fatto che la spiegazione collettiva sia insufficiente lo si può notare non solo da movimenti di opinione e iniziative dei legali dei detenuti, ma da dati rilasciati dagli stessi ministeri Giapponesi secondo cui nel 2011 metà dei prigioneri erano pesantemente medicati con psicofarmaci per cercare di evitare stati di stress allucinatorio e gravissime malattie mentali nate dallo stress che le stesse autorità dichiarano le “esecuzioni a sorpresa” dovrebbero evitare.
Vi è una contraddizione evidente.