Quest’anno in Italia la ragazzina più famosa tra la “generazione girella”, quell’agglomerato generazionale che raccoglie la fascia alta degli X e la fascia bassa dei Millennial riassumendola in tutti coloro delle due generazioni lasciati a casa a vedere Bim Bum Bam armati di Orzoro ed Ovomaltina di ordinanza, col Nesquik aperto davanti ad un tazzone di latta e Orzoro prima di andare a scuola compie 40 anni.
Sarebbero 42 se contiamo dal 1983, anno in cui apparve sul piccolo schermo giapponese “Yu, dolce amica mia”, al secolo Yu Morisawa, nota al pubblico italiano come “L’Incantevole Creamy” e al pubblico Giapponese come Creamy Mami, pop idol che trasudava anni ’80 come una VHS piena di esercizi di aerobica di Jane Fonda, Pasquale Finicelli con la parrucca da Mirko dei Beehive che cerca di non morire folgorato infilando l’alimentatore del suo nuovo Commodore 64 nel connettore del floppy e una partita al biliardino.
Quaranta anni e non sentirli (in Italia): dall’Incantevole Creamy a Patlabor
Ma per la maggior parte dei frequentatori abituali di questa pagina, compresi quelli che provano irritazione nel non vedere l’oggetto della loro infanzia trattato con deferenza, Yu adesso sarebbe ora già adulta, e non a caso ha festeggiato il suo anniversario alla stessa Lucca Comics dove lo ha festeggiato Ken il Guerriero, uno di qua (in città) e l’altra di là, al Japan Town, esposizione di tutto quello che è nipponico.
La storia del genere majokko è molto più antica, e comincia con Sally la Maga del 1966, che a sua volta deriva dai telefilm americani Vita da Strega del 1964 e dallo show rivale del 1965 Strega per Amore.
Sostanzialmente i Giapponesi si innamorarono dei due show, il primo dove Samantha la strega si innamora del comune mortale Darrin Stephens, decidendo dapprima di abbbandonare il mondo della magia per diventare una brava casalinga americana per poi cedere alle tentazioni e continuare ad usare i suoi doni magici, ma per aiutare il marito (e in seguito la loro figliola) di nascosto, il secondo dove il maggiore Tony Nelson, aviatore e astronauta, spiaggiato durante una missione trova una bottiglia magica con la stralunata e adorabile genietta Jeanne, che lo convince a portarla a casa sua dove userà i suoi poteri per aiutarlo combinando un mondo di guai.
L’ispirazione del genere prende pezzi da entrambi gli show, ma più da Strega per amore, dove, nel tentativo di rubacchiare popolarità allo show rivale, ad un certo punto il focus della serie passa dai tentativi di Tony di nascondere l’esistenza di Jeanne al mondo all’idea di farla passare per la sua promessa sposa (e in seguito sposa) nascondendo le sue idiosincrasie, la sua vena stralunata e distratta e la sua totale mancanza di senso comune e conoscenza del mondo umano.
Scena da Bewitched, “Strega per Amore”
I Giapponesi interpretarono la formula a modo loro, ed in un modo che fosse gradevole ad un pubblico di bambine prepubescenti senza allarmare i loro genitori: Sally la Maga (Sunny nei primi episodi del manga, da considerarsi un pilot) è una ragazzina dolce e stralunata come Jeanne, ma non animata dal desiderio di accoppiarsi (essendo una ragazzina), ma dal desiderio di conoscere il mondo degli umani, sfuggire ad un padre iperprotettivo e provare ad iscriversi in una scuola umana nel Giappone degli anni ’60 per imparare come vivono bambini e bambine senza la magia e provare a risolvere i loro problemi.
Nella prima run del manga viene introdotto un altro elemento essenziale della topica: le serie di majokko durano il tempo della pubblicazione: alla fine la maghetta dovrà invariabilmente tornare a casa. Nel manga originale Sally cancella con l’aiuto del padre i ricordi di se stessa dai suoi amichetti dopo aver usato i suoi poteri per spegnere un incendio ed essere stata esposta al mondo come una strega e nella serie animata sequel del 1989 viene rispedita questa volta dal padre sulla Terra, però a tempo come una forma di apprendistato per imparare la morigeratezza coi suoi poteri.
La formula piacque moltissimo in Giappone e fu ripetuta in diverse serie, come Bia e la sfida della magia e Ransie la strega, entrambe basate su “ragazze magiche” mandate nel mondo umano per diversi motivi.
Sally la Maga, prima majokko della storia
Bia è sostanzialmente un maschiaccio, una ragazza spigliata e volitiva (frutto della mutata società del 1974), inviata sulla Terra per vivere a casa di una strega che aveva rinunciato alla magia per amore allo scopo di “incivilirsi” e poter sfidare l’amica/nemica/rivale Noa (più femminile ed elegante) per il trono del Regno della Magia, riuscendo a dimostrare che sia pur manchevole nei modi, Bia aveva il cuore più grande delle due (arriva a rifiutare la vittoria a tavolino per resa di Noa al solo scopo di rincuorare l’amica e non ferire i suoi sentimenti) e introducendo i primi elementi di fanservice (sostanzialmente la natura di maschiaccio di Bia è un plot device per consentirle azioni sconvenienti come saltellare e arrampicarsi con minigonne girovita ed ostentazione delle mutandine e altre scene un po’ risque criticate dalla rivale ma che consentivano ai ragazzini di placare i primi bollori coi fumetti delle sorelle…), mentre Ransie la strega (vedasi fanservice, nella serie animata posava direttamente vestita di un solo mantello…), figlia di una donna licantropo dal temperamento materno e volitivo e un padre vampiro rilassato e sottomesso, decide di ribellarsi alla volontà dei genitori innamorandosi di un ragazzo apparentemente umano (rivelatosi poi con un colpo di scena che renderà possibili le nozze l’erede perduto del Regno della Magia, ma del tutto disinteressato a riconnettersi col Mondo Magico e piuttosto interessato a connettersi con Ransie…).
A dispetto del titolo Ransie non è tecnicamente una strega, ma un ibrido vampira-licantropa con l’abilità di assumere l’aspetto di oggetti e persone che morde (e brevemente e per un errore materno, parte dei poteri della madre, che sempre per motivi di fanservice si incarnano non in una vera forma licantropica, ma in un paio di buffe e tenere orecchiette animali e una coda scodinzolante).
Bia e Ransie sostanzialmente inventarono il fanservice
Creato il topos, vengono introdotte delle varianti, che come spesso accade, si ibridano con prodotti precedenti: Stilly e lo Specchio Magico del 1962 ad esempio, che presenta una ragazza magica al 100% terrestre che ottiene da una buona fata uno specchietto da trucco che le consente di assumere aspetto e fattezze di altre persone, riuscendo per dirla nel modo più semplice e banale a inguaiarsi in modi sempre meno probabili, tema ripreso e ibridato dal “Maestro dei Manga” Osamu Tezuka in I bon bon magici di Lilly del 1970, dove una ragazzina orfana ottiene il potere di cambiare a piacimento la sua età, invecchiandosi e ringiovanendosi, per prendersi cura dei suoi fratellini e nel prosieguo della serie anche di trasformarsi in diversi animali.
Nonostante Osamu Tezuka avesse inteso la serie come una sorta di corso di educazione sessuale e affettiva che spiegasse le differenze tra adulti e bambini, arriviamo quindi all’ultima topica del genere: la serie di maghette come metafora “dell’adulto visto con gli occhi del bambino”.
Arriva a questo punto lo Studio Pierrot, creato da transfughi della Tatsunoko che aveva dato i natali artistici ad Amano (mattatore di Lucca 2024) tra cui Akemi Takada, classe 1955, che aveva imparato a creare character design convincenti lavorando per Tatsunoko al fianco di Amano a serie di fantascienza come Muteking e Gatchaman – La Battaglia dei Pianeti.
Esperienza che, come vedremo, un giorno per lei farà il giro e tornerà. Ma non ancora nel luglio del 1983, quando lo Studio Pierrot lancerà L’Incantevole Creamy, parte di una pentalogia nota come il “Ciclo delle Majokko” assieme a Evelyn e la magia di un sogno d’amore, Magica magica Emi, Sandy dai mille colori e Fancy Lala.
Sostanzialmente il Ciclo delle Majokko e i suoi epigoni è un distillato di tutto quello che abbiamo visto fin’ora, riassunto dalla sigla cantata da Cristina D’Avena nel 1985
“Yu dolce amica mia è bello che tu sia
vivace svelta e carina come me
poi con la fantasia e un tocco di magia
Yu ora non c’è più e invece Creamy ci sei tu
Pari-pam-pum, eccomi qua
pari-pam-pum, ma chi lo sa
se babbo, mamma e Toshio
lo san che Yu son proprio io
pari-pam-pum spesso lo sai
pari-pam-pum combino guai
ma Posi e Nega in coppia son qua
e il guaio presto sparirà
Poi Creamy quando vuoi tornare Yu tu puoi
pensarlo basterà e subito accadrà
ma questa tua magia Yu, Creamy amica mia
un anno durerà poi Creamy forse svanirà”
La serie segue le vicende di Yu Morisawa, ragazzina completamente umana, che incontra un folletto alieno (dalla sci-fi non si sfugge, mai) che le consegna un monile miracoloso e due gattini parlanti, Posi e Nega, dicendole che grazie ad esso realizzerà i suoi sogni.
Al contrario delle maghette predecessore, ma allo stesso modo di Stilly e Lilly, Yu ha un solo potere principale e qualcuno secondario: può diventare un alter ego adulto, realizzando il sogno di diventare una pop idol e generare dal nulla i suoi stessi effetti speciali.
Tanto però però le basta per presentarsi ad un’audizione dove si registrerà col nome del bar/creperia dei genitori, Creamy Mami (in Italiano, “L’Incantevole Creamy”) ed entrare nel mondo della canzone incontrando personaggi in Italiano ribattezzati con nomi così improbabilmente assurdi da perdere ogni connotato di nipponicità come l’editore Johnny Pentagramma e la rivale Duenote (perché Megumi era un nome improbabile, ma Duenote no…, ma del resto, gli adattamenti dell’epoca erano una questione di sentimento).
Illustrazione di Creamy Mami, Artbook Lucca 2025
Essendo gli anime solitamente declinati in frazioni o multipli di 13 episodi, uno a settimana, il folletto PinoPino concede a Yu i suoi poteri in leasing per un anno non rinnovabile, raffigurazione della run di 52 episodi.
Nell’economia della serie è letteralmente una demo a tempo determinato dell’età adulta, metafora del passaggio tra preadolescenza e adolescenza nel quale la giovane lettrice ha qualche vaga idea del genere di persona che vorrebbe diventare da grande, si prepara tutti i giorni a farlo studiando nel presente e sognando cosa farà da grande, con la differenza che Yu coi suoi magici gattini Posi e Nega acquisisce la possibilità di avere una run dimostrativa di cosa potrebbe diventare da grande se si dedicasse alla sua passione per la musica.
E in un anno riesce a sfondare come L’Angelo della Musica, costringendo persino la rivale Duenote a capitolare dinanzi al suo enorme talento contemperato dai suoi modi innocenti e delicati (del resto è pur sempre una ragazzina magicamente munita di un corpo adulto), ma costretta a destreggiarsi tra due identità che non possono intersecarsi: nonostante sia avvisata del fatto che se scoperta avrebbe perso i suoi poteri, questo puntualmente accade quando Toshio, ragazzino invaghito sia di Yu che di Creamy, o meglio amico di infanzia della e prima cotta della seconda (ma secondo lo stilema tipico del ragazzino attratto dalle ragazze più grandi che però “maltratta” l’amica di infanzia perché alla fine tornerà sempre da lei) la vede trasformarsi, causando la perdita di poteri di Yu e acquisendo un desiderio gratis egli stesso, che userà per chiedere il ripristino dei poteri di Creamy (con un nuovo monile perché, ovviamente, nel mondo reale bisognava vendere gadget di vario tipo alle ragazzine).
Creamy Mami, sito Lucca Comics and Games
Una serie di indizi nel character design vengono inseriti dalla Takada in modo da suggerire sia la natura magica di Yu e Creamy che il collegamento alle serie di majokko. Se Creamy indossa bizzarri incroci tra vestiti da idol e qualcosa di tragicomicamente (per gli standard estetici odierni) anni ’80, praticamente un tripudio di capelli cotonati, scaldamuscoli e minigonne a paracadute, Yu indossa una felpa con un enorme cappuccio giallo, utile sia a contenere i gattini magici che evocare un cappello da strega, donandole continuità con le storie di streghe che l’hanno preceduta.
Takako Ohta, la “vera” Creamy
Il finale coincide col 30 Giugno del 1984: PinoPino semplicemente dichiara che la demo a tempo è finita, l’anno è passato, ma convinto da Posi, Nega e Toshio consente a Creamy un addio al pubblico sommando i suoi effetti speciali a quelli del palco, lasciando Yu e Toshio e la speranza che Creamy possa un giorno tornare, non con la magia ma per la “via lunga”, ovvero quando Yu sarà abbastanza cresciuta per tornare a calcare i palcoscenici del mondo
La serie avrà un successo epocale, introducendo il concetto di campagna crossmediale: Creamy era doppiata da una idol all’epoca adolescente, Takako Ohta, e sostanzialmente gli episodi dell’anime assolvevano allo scopo di fungere da video musicali per lanciare la sua carriera, va detto con un certo successo.
Lo stesso PinoPino era 100% personaggio riciclato: Bandai aveva richiesto e ottenuto un redesign della mascotte degli Herpit, incrocio tra i Tamagotchi, il Nintendo Love Meter e i vari “test per le affinità di coppia” basati sul gruppo sanguigno e la data di nascita in voga tra le ragazzine, giocattolo così famoso da fare la sua comparsa in Kiss Me Licia.
Per comprendere la portata della crossmedialità nella quale fu coinvolta come character design la Takada, immaginate oggi una serie animata in cui una ragazzina doppiata da Sabrina Carpenter incontra un Pokemon o uno dei Tamagotchi del recente Tamagotchi Paradise che la trasforma in una cantante pop, e la serie animata esiste sostanzialmente per vender il maggior numero possibile di canzoni della Carpenter, Tamagotchi, quaderni e accessori.
Come Amano prima di lei, Akemi Takada si diede al disegno freelance: suo il character design dell’animazione di Lamù la Ragazza dello Spazio, e suo il character design di Eternal Filena, gioco per SuperFamicom uscito solo in Giappone basato su una Graphic Novel su una principessa guerriera allevata come un uomo e Misa no Maou Monogatari per la PlayStation originale, altra storia del genere majokko, ma nella sua variante “Majokko Sentai” (le “maghette guerriere” a metà tra la ragazza magica e il Power Ranger introdotte da Sailor Moon) in cui la giovane Misa (il titolo è traducibile con “La storia di Misa la maghetta”) viene munita di poteri magici e un “magico folletto” dalla regina del Regno Magico per salvare il mondo, nonché di un piacente istruttore stregone che le fornirà un lungo allenamento quadriennale (praticamente una laurea vecchio ordinamento in maghettologia…), nonché Kaeru no Ehon del 1999, sempre per PlayStation, curioso ibrido tra un jGdR e uno slice of life in cui, dopo aver creato un tuo personaggio scegliendo tra uomo e donna e le possibili categorie dovrai lanciarti in una serie di quest da avventuriero.
OST di Misa no Maou Monogatari
Ma prima di proseguire, passeremo ad un altro suo successo tornando un po’ indietro nella timeline
Dopo un film del 1985, nel 1987 la Takada lavorò su un altro celebre anime basato su un manga pubblicato dal 1984. In Giappone lo conoscono come Kimagure Orange Road, “La Capricciosa strada delle Arance”, noi come “È quasi Magia Johnny”, una commedia adolescenziale con sfondo paranormale.
Il Johnny del titolo (Kyosuke in originale) è un “esper”, concetto molto in voga nella fantascienza dell’epoca di persona con poteri paranormali. Egli può usare la telecinesi, teletrasportarsi e viaggiare nel tempo, ma con controllo ancora più scarso degli altri due poteri. Fa parte di una famiglia dove, dal lato materno, tutti condividono i suoi poteri, che non sono il centro della storia ma parte di essa e il motivo per cui Johnny si ritrova a conoscere Sabrina e Tinetta (Madoka e Hikaru): la famiglia di Johnny si sposta continuamente per evitare che il segreto dei loro poteri sia scoperto, complice anche l’uso più sgregolato da parte di una delle due sorelline di Johnny, la quale nella serie animata praltro insisterà col fratello perché sciolga il triangolo amoroso in cui si è trovato il prima possibile.
Il Triangolo…
Il buon Johnny si ritrova in una situazione mutuata direttamente dai fumetti Archie Comics degli anni ’60 (per restare in tema di adattamenti italiani, nella Riverdale pazza città di “Zero in Condotta”): nella sua nuova città riesce ad attirare le attenzioni, ricambiandole, di due belle fanciulle. La seducente Sabrina, raffigurata in tutti gli artbook, adattamenti e illustrazioni come portatrice di un corpo assai voluttuoso e la dolce Tinetta, dall’aria più innocente e sbarazzina, così tanto che in Italia il duo Sabrina/Tinetta è l’equivalente topico del duo Veronica/Betty della meno nota saga di Riverdale.
Sabrina è peraltro colei che ha codificato il concetto giapponese di Tsundere, una forma sotto steroidi del duo “Veronica contro Betty” inaugurato dai fumetti Archie, ma con più giustificazioni emotive e con qualche elemento scambiato nel due (nei fumetti Archie, Veronica è sempre la bellissima Queen Bee viziata e compettiva e Betty sempre la “ragazza semplice” buona, dolce e giusta, in KOR è Tinetta quella un po’ viziata e Sabrina quella incline al sacrificio).
Sabrina è una ragazza “dura”, volitiva e nota per essere una teppista, apparentemente fredda e crudele, ma in realtà dolcissima con le persone che ama (il concetto di Tsundere, da “tsun”, ovvero dura e “dere”, ovvero affettuosa) e soprattutto incline ad autosabotarsi nel cuore di Johnny perché consapevole che se Johnny chiudesse il triangolo in suo favore, Tinetta ne sarebbe sconfitta e intristita e lei non è pronta ad ottenere l’amore della sua vita sacrificando un’amica di sempre, Tinetta una ragazza spigliata, energetica, “genki” o “manic pixie girl”, dolce e iperattiva fino alla carie, simbolo di una femminilità meno sensuale e più innocente
Anche in questo caso la crossmedialità la fa da padrone, con artbook e colonne sonore ottenute dalla stessa serie, complice il fatto che Sabrina è una musicista ella stessa, ispirata dall’attrice americana Phoebe Cates e dalla pop idol Akina Nakamori.
Phoebe Cates, la Sabrina originale
In questo caso la serie non ha un limite di tempo come le serie di maghette, ma semplicemente una serie di eventi cominciano a rendere chiaro a Johnny, Sabrina e Tinetta che non possono tirare per le lunghe il loro triangolo amoroso, consapevoli di essere finiti in una situazione di stallo nella quale nessuno dei tre vuole fare la prima mossa per non ferire i sentimenti della “sconfitta”, ma continuando a stallare semplicemente qualcuno sarà ferito e si farà male comunque.
Nonostante l’elemento sci-fi è, sin dal manga (che ricordiamo opera di Izumi Matsumoto, la Takada era parte del charades della serie), parte della storia ma non in modo opprimente, è proprio uno dei falliti viaggi temporali a introdurre un paradosso di predestinazione: il tipico look di Sabrina (capelli lunghi, look avvenente, personalità spigliata) deriva dai complimenti ricevuti quando era ancora bambina da una “persona gentile” rivelatasi essere Johnny in uno dei suoi viaggi accidentali.
E con Sabrina nel portfolio, arriviamo a.
Siamo nel 1987, e Mamoru Oshii, Kazunori Itō, Akemi Takada, Yutaka Izubuchi e Masami Yūki, tutti ex Tatsunoko, si riuniscono in un consorzio per autopubblicare le loro opere, il gruppo Headgear.
Ognuno si dà i ruoli che hanno sempre avuto: alla Takada tocca il Charades, e il gruppo Headgear nel 1988 lancia Patlabor, qualcosa di completamente diverso.
È ambientato in un mondo futuro e leggermente distopico, dove il genere umano vive una nuova prosperità usando macchine da lavoro, robot utilitari chiamati “I Labor” che possono però essere usati anche dai criminali, per lo stesso motivo per cui volendo si può rubare un bancomat con una ruspa.
Il mondo del futuro risponde al fuoco col fuoco, dando dei Labor ad una pattuglia di polizia chiamata, con poca immaginazione, “Patlabor”.
In un 2002 che all’epoca era il futuro più futuro possibile ed ora il passato, la poliziotta Noa, una figura frizzante ed energetica alla Tinetta, è una delle migliori pilotesse di Labor, con una storia che segue sia gli scontri tra i Labor dei criminali e quelli della Polizia che le vicende umane della sezione speciale, in una bizzarra via di mezzo tra una commedia romantica, un procedural drama fantascientifico alla 911: Lone Star e CSI (ovvero una serie poliziesca con al centro le regole di una particolare divisione).
Scena di Patlabor, fonte Wikimedia
L’abilità eclettica della Takada si dimostra nel passaggio dal genere shojo (manga per ragazzine, sostanzialmente) agli Shonen, conservando i suoi tratti caratteristici (visi espressivi e angelici, grande attenzione alle espressioni facciali) per il più intricato mecha design, combinando una commedia romantica alla fantascienza del genere Real Robot, ovvero robots realistici.
La stessa Noa si presenta nella storia come una grandissima fan del genere Super Robot, quello con robot chiaramente irreali come i vari Mazinga e Goldrake, e adorabilmente delusa dalla dissonanza cognitiva del sapere di essere entrata in polizia per vedere e toccare i robot dal vivo (fino a chiamare la sua unità personale Alphonse, nome che per anni ha riciclato per i suoi animali domestici…) ma anche del sapere che nel suo mondo non esistono “super robot” e Alphonse è la cosa più ad essi vicina che vedrà nella vita.
Sotto la guida di Oshi e del gruppo Headgear però alla Takada viene consentito tornare a disegnare una storia romantica: come in ogni buon dramma procedurale, anche Noa finisce ad appaiarsi con un compagno di squadra/interesse amoroso/spasimante/fidanzato nella tipica sindrome da ufficio per cui i migliori (o peggiori) drogati di lavoro finiranno a far coincidere cerchia sociale con posto di lavoro, ovvero lo spotter o “uomo sulla sedia”, il Comandante di Campo Asuma, il Fox Mulder della Noa/Dana Scully, tanto incline a credere nel misterioso e nel paranormale quanto Noa è incline a credere nella sola scienza, tanto incline a strappare le regole quanto Noa è incline a rispettarle, tanto brutalmente onesto fino al confine dell’offensivo quanto Noa cerca di essere dolce e accomodante col prossimo.
Chiedi ad un qualsiasi individuo della generazione girella se conosce Creamy e Johnny, e otterrai la stessa identica reazione che abbiamo visto assieme con Ken il Guerriero.
Se non altro perché, come in madrepatria, le canzoni di Creamy erano cantate da un autentica Idol, in Italia Yui aveva la doppia voce di Donatella Fanfani per il parlato e Cristina D’Avena per il canto (con lo straniante effetto che sia Creamy che la rivale Duenote avevano di fatto la stessa voce ogni volta che impugnavano un microfono, dato che anche le canzoni di Megumi/Duenote erano cantate dalla D’Avena…), coi testi delle canzoni riadattati da Alessandra Valeri Manera mentre il resto dell’adattamento era opera di Enrico Carabelli, contribuendo quindi a cementare il duo AVM/D’Avena come voce cantata di una intera generazione.
Se in Giappone Creamy Mami di fatto aprì le porte di un intero sottogenere del genere majokko di portata tale da sovrascrivere il genere precedente portando le storie dove una ragazzina umana diventa una performer adulta a superare quelle in cui una ragazzina magica arriva nel mondo umano, in Europa, specialmente in Italia, Francia e dove Fininvest (ora Mediaset) riuscì a piazzare i prodotti di importazione divenne il simbolo stesso della “cultura manga”.
Quindi negli stessi anni Creamy, Duenote, Licia Marrabbio e Cristina D’Avena avevano sostanzialmente la stessa voce, la stessa autrice di testi e comparivano sulla stessa emittente: il Multiverso è un concetto di cui sappiamo ancora spaventosamente poco
Eri un ragazzino attivo negli anni ’80? Probabilmente passavi gli intervalli a infilare le dita nelle costole degli amici urlando “Uattà” e aggiungendo sornione “Tu sei già morto, ma non lo sai” immaginando di aver imparato l’Hokuto un episodio per volta.
Eri una ragazzina attiva negli anni ’80? Probabilmente mentre i tuoi amichetti si massacravano di botte gioiosamente cercando di ottenere la Trasmigrazione Attaverso Satori, roteavi su te stessa ripetendo “Pampulu, Pimpulu Parimpampum” immaginando di finire su un palco con Cristina D’Avena vestita in un tripudio di tulle e scaldamuscoli da cui, decenni dopo, nessuna si sarebbe mai davvero liberata.
Allo stesso modo, in Giappone Kimagure Orange Road diede origine ad una lunghissima serie di audio drama, OAV (l’equivalente locale di audiolibri e mediometraggi per cassetta) e aprì le porte al genere synthwave anni ’80, sommando alle suggestioni musicali già vista con Outrun l’autentica “Idol Virtuale” Madoka (o Sabrina che dir si voglia), praticamente una Hatsune Miku prima di Hatsune Miku, col risultato di finire in Italia seconda su un elenco delle responsabili dei primi turbamenti erotici dello spettatore adolescente a pochi passi da Lamù, ma subito dopo Bulma Briefs di Dragonball.
Nella scala dell’eroticismo adolescenziale Sabrina arrivò, di poco, seconda rispetto ad un’aliena priva di inibizioni di ogni tipo, ispirata da una idol e che girava abitualmente in bikini e sorpassando la moglie di Vegeta il Principe del Saiyan. Pensateci.
Meno successo ebbe Patlabor, almeno in Europa: in Giappone divenne un franchise di successo, ma in Italia arrivò con colpevole ritardo, saltando in pieno gli anni ’80 e ’90 per apparire su DVD nel 2006 e in streaming nel 2012, in quegli anni ’90 senza Internet a Banda Larga dove l’idea di procurarsi manga e anime per vie traverse e ritradurli era ancora abbastanza peregrina.
Galleria di immagini di Creamy, fonte Lucca Comics and Games
Akemi Takada continua a tornare sul luogo del delitto, usando i suoi personaggi femminili come volano per la sua linea di gioielli e, riconosciuta maestra del genere, riapparire per mostre tematiche dedicate, avrete intuito, alle festività riconosciute dai Giapponesi come romantiche, come San Valentino e Natale dove apparirà sempre almeno una Creamy, una Noa o una Sabrina, aprendo ad iniziative come un “reboot” moderno, però disegnato da Emi Mizuki, che rinarra le vicende inizialmente disegnate dalla Takada passando dall’ottica di Megumi “Duenote” Ayase, nello stile post-moderno di “rivalutazione del cattivo”
Quanto all’influenza dei generi introdotti anche grazie al character design della Takada, abbiamo ricordato brevemente e ricordiamo come un altro fenomeno del decennio successivo, Sailor Moon di Naoko Takeuchi, è stato reso possibile solo combinando il genere dei Super Sentai (le serie col terzetto/quintetto di combattenti mascherati diventato in Occidente il genere dei “Power Rangers”) col concetto di Majokko come “ragazza magica con una identità segreta da difendere ferocemente” introdotto proprio da Creamy.
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