Maestra sospesa per preghiere a scuola: la polemica è servita. Questo è ciò che succede come da sempre in Italia. Un caso nasce, esplode, arriva ai social e crea grande scandalo e diffusione.
Maestra sospesa per preghiere a scuola: la polemica è servita
Alla fine arriva sempre qualcuno a interpellarci convinto che “fact checking” significhi assecondare una loro opinione sul caso.
Cosa che non è corretta: non è nostra intenzione indulgere nelle velleità di scandalo o assecondare l’eterna lotta tra forcaioli e assolutisti. Ci limiteremo al caso, nel modo più crudo e asettico.
Il 22 Dicembre, alla vigilia della sospensione natalizia, una maestra elementare viene incaricata di effettuare un’ora di supplenza. Decide di riempirla coinvolgendo i ragazzini in un lavoretto natalizio a tema religioso: creare un rosario e dire delle preghiere.
Due madri si lamentano dell’accaduto col dirigente scolastico, la maestra si scusa adducendo di aver chiesto ad inizio anno il permesso di dire delle preghiere in classe senza ottenere un diniego.
A marzo la maestra viene convocata per comunicarle la sospensione di 20 giorni con riduzione dello stipendio.
Siamo ovviamente in Italia (anche se, invero, il problema del rapporto e dell’autonomia docente/genitore è presente in tutto il mondo).
Parte del mondo della politica, tra cui il capogruppo Lega in Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati si schierano a favore della maestra.
Il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Mura, annuncia una interrogazione urgente al Ministro della Pubblica Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.
La presidente dell’Associazione Presidi del Lazio solleva il problema non del cosa, ma del quanto: possiamo chiederci, ed è legittimo farlo, quanto legittima sia stata la condotta dell’insegnante.
Ma dobbiamo anche chiederci se l’opzione “forte” della sospensione e decurtazione sia la più appropriata nel caso di specie e non si sarebbe dovuto procedere con sanzioni in via gradata.
Ovviamente siamo a conoscenza del fatto che siamo già alle polemiche: corse a cercare nei profili social dei coinvolti ogni contenuto viralizzabile, autentiche “guerre di religione”, commenti che richiedono pareri e sentenze a giornalisti e blogger… ma non è questo quello che noi facciamo, e neppure quello che dovrebbe fare il giornalismo.
Ci saranno approfondimenti, ci saranno ricorsi, ci saranno provvedimenti. Cercare il mostro che balla per due penny non fa bene al giornalismo né al fact checking.
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