C’è un momento preciso in cui scatta l’allarme e di norma, ciò avviene quando si apre un giornale: l’occhio cade sull’ennesima notizia di una città qualunque, teatro dell’ennesimo crimine e, immancabile, arriva l’infausto verdetto: “non si può più stare tranquilli”.
Ma l’Italia è davvero diventata più pericolosa, o è cambiato il modo in cui vediamo (e consumiamo) la cronaca? Prima di tirare conclusioni, conviene fare una cosa semplice: guardare i dati.
Prima di parlare di numeri, troviamo doverosa una nota di metodo (e di onestà): affronteremo la comparazione di reati “in generale” e per farlo ci affideremo a due riferimenti pubblici ma soprattutto verificabili.
Da un lato ISTAT, che pubblica report e serie statistiche consolidate negli anni, dall’altro il Ministero dell’Interno, attraverso il servizio Analisi Criminale che diffonde report operativi su diversi fenomeni legati alla criminalità – vedi furte, rapine, reati predatori – con aggiornamenti più ravvicinati.
Nel frattempo per l’anno 2025, ricordiamo che non è ancora disponibile il report ISTAT “Le vittime di omicidio – Anno 2025”; per questo motivo ci appoggeremo ai dati operativi del Viminale, ad oggi l’aggiornamento più tempestivo e aggiornato.
Infine, per contestualizzare l’Italia nel quadro europeo, citeremo anche Eurostat: l’ufficio statistico dell’Unione Europea.
Ora, tornando al nostro dilemma sulla pericolosità del Paese, facciamoci un’ulteriore domanda di per “contestualizzare” e cioè: stiamo parlando di un aumento di vittimizzazione (reati subiti) o di un aumento delle denunce?
Sì, perché denunciato non significa “accaduto” (e viceversa) ed è proprio da qui che parte la confusione.
Il primo punto riguarda proprio questo: i delitti denunciati sono tutti quei reati che entrano nei registri perché:
Questo perché per alcuni reati la denuncia è quasi automatica (come ad esempio furti, rapine, presenza di veicoli per i quali si mettono in moto le compagnie di assicurazioni all’evidenza di danni materiali).
Possiamo dire che per questa categoria di reati, la denuncia avviene “per comodo” oltre che per necessità.
Come riportano i dati riferiti al biennio 2022-2023 dell’indagine sulla sicurezza dei cittadini, per il furto di auto, il tasso di denuncia è stato del 98,1% e per il furto di moto 98,2% .
Non a caso queste tipologie “emergono” anche nelle statistiche operative: risultano in aumento i furti di autovetture (+2,3%) e, più in generale, i furti (che pesano il 44% delle denunce, oltre 1 milione, +3% sul 2023) insieme alle rapine (+1,8%) comparando 2023 e 2024. ISTAT – Reati contro la persona e la proprietà
A tal proposito non stupisce che per molte vittime la denuncia serva anche per l’assicurazione: nel 2022–2023 il risarcimento assicurativo è indicato come motivo di denuncia dal 56,3% di chi subisce un furto di auto/camion.
Per altri reati, invece, esiste una sotto denuncia strutturale: non perché non accadano, ma perché spesso non vengono segnalati, non vengono riconosciuti subito come reato, oppure — come accade spesso nei contesti di violenza domestica — la vittima teme conseguenze personali, familiari o sociali. Un esempio chiarissimo sono le minacce, denunciate solo nel 24,7% dei casi (stima su vittime, 2022–2023). [1]
E nei reati di violenza di genere il tema della paura è misurabile anche su un altro piano: tra le persone che si rivolgono al numero 1522 nel IV trimestre 2024, il 72,9% dichiara di non aver denunciato alle autorità e, tra i motivi della mancata denuncia, la paura delle reazioni dell’autore riguarda il 38,5% dei casi (attenzione: dato riferito a chi contatta il 1522, non all’intera popolazione). tavola ISTAT sul 1522
Insomma, se domani aumenta la quota di persone che denuncia, vedremo crescere le statistiche “ufficiali” anche se i reati reali restano identici.
Il secondo punto riguarda il nostro “raggio d’azione” quando raccogliamo e leggiamo i dati.
Come si arriva a dire: “la provincia X è la più pericolosa d’Italia”?
Di norma si costruisce un indice molto semplice: numero di delitti denunciati in quella provincia rapportato alla popolazione residente, cioè denunce ogni 100mila abitanti.
È un indicatore utile, ma introduce un dettaglio che spesso viene dimenticato: il rapporto è calcolato sulla popolazione residente, mentre i reati registrati riguardano un’area che quotidianamente è attraversata e utilizzata anche da molte altre persone — pendolari, studenti, turisti, lavoratori stagionali e visitatori.
Quindi una provincia può risultare “più pericolosa” anche perché ha una popolazione presente molto più alta di quella ufficialmente residente, e questo aumenta le occasioni (e i contesti) in cui i reati possono verificarsi e venire denunciati.
Qui i numeri aiutano a capire l’effetto. Nell’Indice della criminalità del Sole 24 Ore si evidenzia che:
Nelle 14 città metropolitane si concentra il 47,9% dei reati rilevati, pur ospitando il 36,2% della popolazione residente.
Tradotto: quota reati / quota residenti = 47,9 / 36,2 ≈ 1,32 → le aree metropolitane risultano “più cariche” di reati anche perché la popolazione reale presente ogni giorno è molto più ampia di quella residente.
E infatti, nella top ten delle province, compaiono 7 città metropolitane su 14: è un segnale coerente con l’idea che l’indicatore “per residenti” finisca per fotografare anche l’uso quotidiano del territorio.
In sintesi: le classifiche provinciali non descrivono soltanto “quanta criminalità c’è”, ma anche quanta gente gravita su quel territorio. E questo spiega perché, a parità di tendenze generali, le grandi città tendono a stare più in alto quando misuriamo i reati per 100mila residenti.
Non dimentichiamoci poi un altro punto importante: il 2020–2021 è stato un anomalo esperimento sociale: meno mobilità, meno turismo, meno locali, meno spostamenti serali. In quel contesto, molti reati “di opportunità” (furti in strada, borseggi, rapine, scippi, furti in abitazione quando le case sono vuote) sono fisiologicamente scesi.
Quando la vita ha ripreso a scorrere, una parte di quei fenomeni è tornata a livelli più alti rispetto agli anni di restrizioni. È la risalita post-pandemica, e va letta per quello che è: un rimbalzo su un periodo eccezionale, non per forza un peggioramento strutturale.
Il terzo punto riguarda il semplice ragionamento logico: quando una statistica sale, non è detto che “il Paese sia diventato più pericoloso”: può anche voler dire più denunce, più fiducia nel segnalare, più attenzione istituzionale (quindi più casi che entrano nei dati).
Un po’ come la questione di differenziare denunce e reati subiti.
Un esempio concreto, lo troviamo sul Dossier del Viminale per quanto concerne la violenza di genere:
Omicidi volontari con vittime donne: 61 → 60 (di fatto stabile, -1,6%)
Di cui da partner o ex partner: 33 → 38 (+15,1%)
Quindi cambia la “lettura”: la quota partner/ex sul totale passa da 54,1% (33/61) a 63,3% (38/60), cioè +9,2 punti.
Quindi non è corretto dire “aumentano i femminicidi” guardando solo il totale delle vittime donne nel periodo (che è stabile), ma piuttosto è corretto evidenziare che cresce il numero dei casi in ambito partner–ex, e che aumentano anche gli strumenti amministrativi di prevenzione (come ammonimenti del Questore per stalking e violenza domestica, limitazioni), che spesso segnalano più attivazione da parte delle forze dell’ordine e quindi, torniamo al solito discorso, anche più emersione.
Difatti nel 2025, rispetto al 2024, le vittime donne scendono: 118 → 97 (-18%); e le uccisioni in ambito familiare/affettivo anche: 101 → 85 (-16%).
Se guardiamo la forma più estrema di violenza, cioè gli omicidi, l’Italia resta su livelli molto bassi nel confronto europeo: nel 2024 il tasso è circa 0,55 vittime ogni 100 mila abitanti; e nel confronto Eurostat 2023, l’Italia (0,57) risulta sotto la media UE (0,91) e nel gruppo dei Paesi con i tassi più bassi.
E anche l’aggiornamento operativo del Ministero dell’Interno come abbiamo visto, va nella stessa direzione: nel 2025 gli omicidi in generale diminuiscono.
Alla fine, la domanda “l’Italia è diventata più pericolosa?” dice spesso più di noi che dei numeri. Dice che siamo stanchi, iper connessi, e che ci nutriamo di cronaca come fosse intrattenimento.
I dati non raccontano un Paese che va a fuoco: raccontano un Paese che ha riacceso la vita dopo la parentesi pandemica, dove alcuni reati di opportunità risalgono (soprattutto nelle città più “vissute”) e altri restano bassi, specie quelli più gravi. Il problema è che noi, intanto, abbiamo alzato il volume della paura: notifiche, titoli, video, “allarme” perenne — e alla terza news identica, la mente conclude che sia una valanga.
Quindi no, non serve fingere che vada tutto bene. Ma neppure farsi ipnotizzare dal teatrino del “non si può più uscire di casa”. Perché la sicurezza non si misura a pelle, e l’ansia non è una statistica: è un business. E se vogliamo davvero sentirci più tranquilli, forse la prima cosa da mettere in discussione non è l’Italia — è la dieta quotidiana di paura che ci siamo abituati a chiamare “informazione”.
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