Talvolta questa rubrica retro non parla solo di videogames, ma anche di altre forme di intrattenimento retro. Abbiamo parlato di Supercar ad esempio, ma anche di Sailor Moon e dei Power Rangers.
Per buona parte degli anni ’80 e ’90 una intera generazione cresciuta a pane e Commodore 64 si sedeva tutte le mattine per guardare sulle emittenti Fininvest, ora Mediaset, telefilm come Supercar, Hazzard e McGyver.
E di quest’ultimo molti assumono delle origini completamente sbagliate: ci è capitato tra le mani un meme che vuole l’intero show nato perché Richard Dean Anderson voleva educare i giovani a non usare le armi e sostituire gli eroi violenti con eroi intelligenti e disarmati.

Per quanto Richard Dean Anderson effettivamente abbia espresso più volte una diffidenza per l’uso delle armi, questo tratto è stato incorporato solo durante lo svolgimento della serie.
Nell’episodio uno della prima serie infatti McGyver afferra con nonchalance un AK-47 e spara allegramente contro dei soldati sovietici: l’idea dell’eroe pacifista è nata in un modo diverso, una lunga storia che comprende uno sceneggiatore decisamente colpito dal blocco dello scrittore ed Henry Winkler. Quello di Happy Days, Fonzie.
Da Hourglass a McGyver, le vere origini del mito moderno
La storia comincia da Lee Zlotoff, sceneggiatore e produttore televisivo il cui primo incarico di rilievo fu lavorare sulle ultime stagioni di The Doctors, soap opera durata dal 1963 al 1982
Ma, appunto, nel 1982 The Doctors chiuse un’avventura durata 19 anni, Zlotoff era già stufo di scrivere soap opera, e tornò a casa con una famiglia assai numerosa da mantenere, un mercato inflazionato che non faceva certo sconti a giovani autori che “tengono famiglia” (citando un modo di dire italiano che però ben si applicava alle vicende di Zlotoff, costretto a mille lavoretti saltuari per mantenere a galla l’economia familiare) e un caso da manuale di burnout.
Se per vivere devi lavorare di qualsiasi cosa ti capita, e poi scrivere copioni su copioni “prima che l’inchiostro si secchi” alla fine anche la vena creativa più nitida sbiadisce (problema che chi vi scrive confessa di aver talora affrontato).

Arriviamo così alla Henry Wrinker/John Rich Proction Productions, ditta dello stesso Henry Winkler che fu anche Fonzie che aveva un pilot che il nostro amico Fonzie definì geniale, qualcosa che nessuno aveva mai fatto nella vita e che avrebbe spazzato via gli show concorrenti.
Fonzie aveva contemporaneamente ragione da vendere e torto marcio in un gatto di Shroedinger del gradimento che Zlotoff non mancò di rilevare.
L’idea del concept di Wrinkler si chiamava Progetto Hourglass. Non era chiaro come, dove e in che modo le vicende sarebbero andate. Ci sarebbe stato un eroe brillante e geniale ed un telefilm creato direttamente per la TV che avrebbe avuto episodi da 60 minuti spaccati. Sessanta minuti di tempo reale: niente stacchi di regia, niente “il giorno dopo”, niente time skip, niente archi narrativi multiepisodio, che per Wrinkler erano venuti a noia.
Secondo Hourglass lo spettatore avrebbe avuto una finestra nella vita di un grande eroe, astuto e geniale, che in soli 60 minuti a puntata avrebbe salvato il mondo.
Per un ex attore diventato produttore era l’uovo di Colombo, lo show assoluto, il realismo diventato action. Per uno sceneggiatore era un incubo destinato al fallimento, ma quel genere di tracollo che non puoi permetterti di denunciare al tuo potenziale capo quando sei in bolletta.
Cosa non andava nel progetto Hourglass?
Nella mente di Winkler, Hourglass era lo show perfetto. Un po’ come “24” ma con un decennio e rotti di anticipo, con la differenza che mentre in 24 viene mostrato un orologio e più personaggi che salvano il mondo in 24 ore, il “proto-McGyver” avrebbe dovuto salvare il mondo in 60 minuti, con un timer/clessidra sullo sfondo a scandire le sue vicende.
Winkler era contentissimo e secondo Zlotoff non solo era favorevole a portare a bordo Zlotoff, ma già sognava fama e gloria per tutti anziché un asfittico “guardi, le faremo sapere”.
Ma proviamo a fare lo stesso esperimento mentale che fece Zlotoff.
Devi scrivere le avventure di un eroe di azione e devi metterle in un’ora a puntata. Non puoi avere archi narrativi da più puntate, non puoi tagliare i momenti meno interessanti. La vicenda dovrà partire quindi esattamente dall’azione: non hai fisicamente tempo per mostrare l’eroe che prende un qualsiasi mezzo di trasporto per arrivare a destinazione.

Se la puntata deve durare un’ora di tempo reale e l’eroe prende l’aereo, finisci a mostrare un banalissimo check in. Se la magia del cinema consiste nell’accelerare o rallentare il tempo, in Hourglass avresti dovuto comprimere l’intera narrativa in un singolo punto del tempo e dello spazio. L’eroe è già sul posto, non può allontanarsi dal posto, al massimo può correre inseguito dai cattivoni, la vicenda si apre e si chiude in una singola in un singolo spazio.
Peraltro a quei tempi, salvo eccezioni, ci si immaginava che uno show fosse venduto per diverse stagioni. Puoi avere una miniserie di cinque-sei puntate in cui mettere il tuo proto-McGyver ad esempio in un sottomarino che affonda, in un caveau chiuso, in una miniera o in un palazzo pieno di spie così dovrà stare fermo per un’ora.
Non puoi inventarti 110 puntate da una singola ora in cui il tuo protagonista salva il mondo in una singola ora.
Il concept di Hourglass era, sostanzialmente, una inguardabile, improponibile zozzeria. Qualsiasi tentativo di renderlo palatabile a qualsiasi emittente l’avrebbe portato al fallimento.
Le scelte di Zlotoff erano a questo punto due: affrontare a muso duro Fonzie e gli investitori e dire loro che l’idea alla base di Hourglass era una zozzeria atomica, oppure mentire, preparare un pilot e quei quattro-cinque episodi facendo finta di niente, incassare un ricco assegno e lasciare la patata bollente a tutti gli altri ritirandosi e lasciando i finanziatori nella peste.
Zlotoff scelse la carta dell’onestà, spiegò a Paramount, interessata al pilot di Winkler, perché Hourglass sarebbe stato una zozzeria e progettò di andarsene.
Henry Winkler lo richiamò in ufficio.
Le origini di McGyver
Secondo la narrazione di Zlotoff Winkler era comprensibilmente livido: lo sceneggiatore chiamato per incarnare il suo concept in un pilot e poi una serie aveva dichiarato la sua geniale idea una zozzeria inguardabile.
Henry Winkler era anche un onesto uomo di affari, e quindi con calma e cortesia di altri tempi disse a Zlotoff che sì, ci era rimasto male, tutti ci erano rimasti male e capiva il suo punto di vita, ma a questo punto della storia era tardi per la Henry Wrinker/John Rich Proction Productions per dire “Oops, scusateci tizi della Paramount, non abbiamo più uno show, colpa nostra, il numero ce l’avete, casomai ci fate un colpo di telefono”.
E Winkler aveva apprezzato abbastanza l’onestà di Zlotoff per non rimandarlo a casa a vivere di lavoretti: gli disse sostanzialmente “facci lei”. Ovvero: “Se Hourglass non funziona, abbiamo bisogno di qualcosa che lo faccia. Restiamo d’accordo così: facci sapere se ti viene una idea in mente. Il network ci attende”.

A questo punto il processo mentale di Zlotoff partì dalla vita reale: non aveva niente in mano.
Non aveva più un pilot, non aveva più idee, non aveva più un concetto. Non aveva niente.
Così immaginò un eroe di azione il cui problema non era il tempo: era il non avere più nulla altro. Zlotoff si frugò in tasca e trovò il fido coltellino svizzero, e immaginò un eroe che, anche lui, non aveva alcun supporto.
Era lì, gettato nel cuore dell’azione, senza un M come in James Bond a fornirgli congegni fantascientifici, senza una organizzazione a coprirgli le spalle, armato solo di un coltellino svizzero e della sua intelligenza.
Negli anni ’80 il nome “McDonald’s” era simbolo di ricchezza e successo: decise che il suo protagonista dovesse avere un nome come “McQualcosa”, che divenne MacGyver perché per prima cosa suonava bene, per seconda evocava un solido e robusto uomo scozzese con la mentalità da “Devo far funzionare quello che ho” pronto a salvare il mondo con un paio di caramelle masticate, un elastico (irrinunciabile nelle “build” di MacGyver), uno stuzzicadenti, un chiodino e lo scontrino del supermercato.
A quel punto finalmente il concept era pronto.
Arriva MacGyver
Alcuni elementi di Hourglass finirono in MacGyver, ad esempio l’inizio tipico delle puntate in cui Angus MacGyver spiega durante un fermo immagine come è finito in una situazione assurda, combattendo orde di nemici armato di un carrello della spesa e una bombola di ossigeno o qualsiasi altra assurdità gli venisse in mente e poi previo un piccolo flashback l’azione riprende da quel punto.
In Hourglass, come detto, il proto MacGyver avrebbe avuto poco tempo per vivere le sue avventure, quindi conveniva fosse già sul posto. In MacGyver questo accadeva per creare pathos, ma l’astuzia narrativa non era più nei minuti contati, ma nel vedere le assurde invenzioni (ma non troppo, erano tutte supervisionate da team di consulenti che si limitavano a “censurare” quelle troppo pericolose da ripetere per i bambini a casa) con cui Angus MacGyver si tirava fuori da ogni situazione.
Fu scelto per volontà di Winkler e del direttore John Rich Richard Dean Anderson, attore lontano dallo stereotipo dell’action hero forzuto e combattivo ma affabile e incline al pensiero laterale.

Come anticipato, se nel pilot MacGyver non aveva alcuna remora morale all’uso delle armi da fuoco, nel prosieguo delle vicende si decise di far tracimare il pacifismo di Anderson in Angus MacGyver: se nei primi episodi MacGyver era uno sminatore e artificere, le altre puntate puntarono su una vita avventurosa in cui il protagonista si era dedicato a diversi lavori, circo compreso, diventando uno scienziato, un prestigiatore, un circense, un artista della fuga e un virtuoso della chimica.
In tale veste MacGyver, che odia le armi da fuoco da quando un suo amichetto di infanzia è morto mentre giocavano con una pistola trovata per caso, finisce parte della Phoenix Foundation, associazione non governativa che però collabora coi governi mondiali (come la Fondazione Knight in Supercar) per portare la pace nei teatri di guerra del mondo una invenzione assurda per volta.
E parliamo di un tizio che nell’arco di anni di episodi ha costruito cose come un poligrafo (macchina della verità) funzionante con della rumenta trovata in giro, un defibrillatore con due candelabri e un cavo da microfono, un saldatore ad arco con una rondella e due pezzetti di legno, un lanciarazzi con un carrello da ristorante e una bombola di gas, un aliante funzionante tenuto assieme da pezzi di paracadute e nastro adesivo extraforte, una macchina per l’ipnosi in grado di dargli il controllo della mente dei suoi nemici (salvo poi dimenticarsene la puntata dopo perché lui è un eroe) e una bara in grado di trasformarsi in moto d’acqua perché sì.
Il tutto con occasionali salti dello squalo come un episodio in cui, parodiando il romanzo Un Americano alla Corte di Re Artù, il garrulo inventore torna indietro nel tempo per insegnare a Re Artù e Mago Merlino le meraviglie della chimica e sottomettere la Fata Morgana a colpi di bombe carta

Il tutto armato del fido coltellino svizzero e usando armi solo due volte: nel pilot e in un episodio in cui, dopo aver visto un caro amico ucciso brutalmente dai narcotrafficanti, dovrà vincere la tentazione di strappare la pistola di mano dal capo dei narcos e sparargli in faccia stringendosi al ricordo del suo amico di infanzia morto per mantenere fede al suo voto di non usare armi da fuoco.
Il tutto col tipico corteggio di personaggi tipici degli anni ’80: Peter Thornton, anziano e acciaccato (l’attore, Dana Elcar, soffriva di glaucoma che ne indeboliva la vista e la cosa fu inserita nel copione) boss della Fondazione che si fida del suo fedele e brillante braccio destro, l’amico truffatore e che “campa di impicci” Jack Dalton (che Angus si impegna a tenere accanto nonostante tutti gli chiedano di mandarlo a quel paese), la bella segretaria dai capelli cotonati anni ’80, dal quoziente intellettivo di un mattone forato e dalla vocina stridula per la quale non ci sono invenzioni che tengano e dal nome allitterativo da fumetto (Penny Parker, interpretata da una giovane Teri Hatcher) e il “mortale nemico”, nemesi assoluta dell’eroe.
Ovvero Murdoc, brillante assassino per una gilda di assassini chiamata con poca immaginazione HIT, che odia MacGyver perché nemesi assoluta. Murdoc è un assassino che non fallisce mai, armato di tutto punto e punto ad uccidere chiunque per il giusto profitto, MacGyver è un uomo buono e nobile che ha giurato di non toccare mai più armi da fuoco ed è in grado di sconfiggere Murdoc con roba trovata per caso in un cassonetto dell’immondizia, portando il finale tipico dell’episodio a vedere Murdoc che, nello stile del Moriarty di Sherlock Holmes, si butta da qualche rupe/burrone/cascata/fosso/crepaccio urlando “MACGYVER MI VENDICHERO'” per poi, sopresa, tornare a vendicarsi mentre MacGyver era convinto che niente, quella volta sarebbe stata l’ultima e Murdoc gli avrebbe fatto il favore di crepare davvero anziché deluderlo ogni volta.

Se una serie dura 7 stagioni annuali più qualche film però il cast per forza di cose devi arricchirlo: i problemi di salute di Dana Elcar portarono oltre a mostrare un Peter sempre più acciaccato e sull’orlo della cecità a imbarcare nel cast Nikki Carpenter, operativa di Phoenix nel ruolo opposto a quello di Penny della “donna intelligente e competente che mal sopporta all’inizio le bizzarrie del protagonista che non rispetta i protocolli ma poi gli si affeziona e riconosce il valore del ‘lasciarsi andare'”, uno scienziato malvagio pronto a contendersi con Murdoc il ruolo di rivale di MacGyver, il nonno e mentore di Angus e diversi altri personaggi in giro per il mondo quando la serie smette di essere semplicemente una storia di azione e strane invenzioni per cominciare a toccare problemi sociali e politici.
Dalla quarta stagione in poi vedremo infatti MacGyver affrontare il tema della libertà di pensiero e parola nella Cina del post Tienanmen, fermarsi per aiutare una studentessa (interpretata da Mayim Bialik, futura moglie di Sheldon Cooper in TBBT) a vincere la battaglia contro l’alcolismo che miete vittime tra i giovani e trasformando così il brillante inventore nel compasso morale di una generazione.
E allora MacGyveralo!
Nel vocabolario inglese “MacGyver” sostuì presto il termine navale “Juryrig”, intraducibile termine (fino a che in Italia non abbiamo adottato “Macgyverare” come calco) per improvvisare riparazioni con quello che si ha.
Una intera generazione ha imparato a aprire porte chiuse facendo cadere la chiave su un foglio di carta passato sotto lo spessore della porta, costruire cerbottane di pergamena e usare la pergamena come telaio per clave, costruire zipline con fili da bucato e appendini, costruire fionde di mollette e altri oggetti improponibili ispirandosi ad Angus MacGyver prima che pagine come 5 Minutes Hack inventassero gli “accrocchi”, riparazioni pezzentissime e fatte in casa più per sfizio che per utilità.
A fine della serie due film portarono MacGyver a scoprire i segreti di Atlantide (che probabilmente non sarebbe stata sommersa se MacGyver fosse stato lì come con Re Artù) e salvare il Regno Unito dalla minaccia nucleare, dimostrando come sia fatale che una serie prima o poi “salti lo squalo” (metafora nata proprio durante l’Happy Days di Winkler, in cui un episodio con Fonzie in vacanza che salta squali sugli sci d’acqua dimostrò che in ogni serie prima o poi a forza di alzare l’asticella delle capacità del protagonista lo stesso finisce a fare cose sempre più assurde e fuori tema).

A parte una serie di sketch nella trasmissione comica Saturday Night Live in cui Anderson ritorna come mentore di un figlio di scarso successo che cerca di essere un assurdo inventore di roba fatta con materiali di recupero per salvare il mondo come il padre, in uno spot di una ventina di anni fa per Mastercard MacGyver tornò mostrando in una variante del motto della compagnia Ci sono cose che nella vita non hanno prezzo: per tutto il resto c’é Mastercard come anche Angus MacGyver compra gli elastici e le graffette necessari a salvare il pianeta con la sua MasterCard, per poi riapparire nel ruolo di Anderson stesso in un episodio dei Simpson in cui le due sorelle zitelle di Marge lo convincono che MacGyver è ancora l’eroe più amato negli usa spingendolo a voler tornare nel ruolo esibendo loro l’abilità del suo personaggio.
Effettivamente l’episodio dei Simpson era basato sui sondaggi di gradimento: ancora nel 2007 MacGyver era descritto dai sondaggi come “l’eroe da cui vorresti essere salvato in caso di disastri”
Nel 2016 si provò a creare un reboot della serie da mettere nello stesso universo dei reboot di Magnum PI e Hawaii Five-O.
Il reboot fu un fallimento che portò alla creazione di un libro con tutte le “invenzioni” ispirate da entrambe le serie.
Come abbiamo visto con Supercar, sostanzialmente non puoi vincere contro l’effetto nostalgia e il “nuovo” MacGyver fu sconfitto dall’impietoso confronto con quello tradizionale.
Stranamente MacGyver non ha mai avuto una trasposizione videoludica ufficiale, se non fino al 2014, anno in cui un modesto gioco per cellulare fu creato per raccogliere denaro per la MacGyver Foundation, fondazione ispirata alle avventure dell’eroe che insegna e predica la non violenza e lo sviluppo di scienza e cultura per migliorare il mondo, un elastico e graffetta per volta.