Complottismo

Tamponi con microaghi nel naso per manipolare il cervello? No, è una bufala che strumentalizza un brevetto

Da tempo circola online un post, corredato da un’immagine di un brevetto statunitense, che sostiene che i tamponi nasofaringei usati durante la pandemia di COVID-19 fossero in realtà dispositivi dotati di microaghi progettati per rilasciare sostanze direttamente nel cervello, magari per controllare la mente o condurre esperimenti segreti. La narrazione allude a un “cavallo di Troia tecnologico” inserito nei nostri nasi a nostra insaputa. Ma si tratta di una bufala complottista, basata su un’interpretazione fraudolenta di un documento reale. Vediamo cosa dice davvero quel brevetto e perché non ha nulla a che fare con i tamponi COVID.

Tamponi con microaghi nel naso per manipolare il cervello? No, è una bufala che strumentalizza un brevetto

Il brevetto esiste davvero, ma non c’entra coi tamponi

Il documento in questione (US20130085472A1) è un’applicazione brevettuale del 2011, pubblicata nel 2013, intitolata “Microneedle Nasal Delivery Device” (Dispositivo di somministrazione nasale con microaghi), firmata da Christopher Shaari e assegnata alla Exicure LLC. Nel riassunto disponibile online (come vedete nello screen riportato di seguito) si parla chiaramente di un dispositivo per la somministrazione di farmaci o vaccini attraverso la mucosa nasale, non di uno strumento diagnostico.

Screen: Google Patents

In altre parole: non è un tampone, bensì un dispositivo terapeutico sperimentale per somministrare medicinali, ad esempio per malattie neurologiche o allergie. Il principio è semplice: le mucose del naso offrono una via alternativa per l’assorbimento di farmaci, utile in alcuni contesti clinici. I microaghi, seppur chiamati così, sono generalmente invisibili a occhio nudo e progettati per non superare gli strati superficiali della mucosa, e non per “infilarsi nel cervello”, come sostiene il post complottista. La tecnologia descritta nel brevetto può avere applicazioni legittime, ad esempio per il trattamento di malattie neurologiche, come l’Alzheimer, tramite la via nasale. Ma è un processo clinico, sperimentale e volontario, non una cospirazione di massa.

I tamponi COVID non avevano microaghi né rilasciavano sostanze

I tamponi nasofaringei impiegati per la diagnosi del SARS-CoV-2 sono bastoncini flessibili dotati di una punta in nylon o altro materiale sintetico che serve unicamente a raccogliere un campione biologico (muco e cellule). Non iniettano nulla, non contengono aghi, non sono progettati per somministrare sostanze. La loro profondità di inserimento (limitata a circa 6–8 cm) è necessaria per ottenere un campione affidabile in fase acuta, come confermato da linee guida internazionali (CDC, OMS, ISS). Il raffronto tra tamponi e dispositivi medici a microaghi è quindi del tutto infondato. È come sostenere che una cannuccia da bibita sia la stessa cosa di un catetere solo perché sono entrambi “tubolari”.

Nessun “cavallo di Troia tecnologico”, solo fantasia

L’insinuazione secondo cui i tamponi sarebbero stati usati per introdurre nanotecnologie, neurotrasmettitori o strumenti di controllo mentale nel corpo è pura fantascienza, e nemmeno molto originale dato che sono idee già circolate (e smentite) riguardo ai vaccini, alle antenne 5G o ai “microchip di Bill Gates“. In realtà, nessuna tecnologia di microaghi è mai stata usata nei tamponi diagnostici e nessun ente di ricerca o azienda sanitaria ha mai approvato o realizzato una simile applicazione in quel contesto. Il brevetto US20130085472A1 è dunque reale, ma il suo contenuto è stato completamente frainteso e strumentalizzato per alimentare una narrazione cospirazionista.

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