C’è sempre una scena di grande pathos nei film di azione: un cattivone ha rapito un bambino o una fanciulla, e la polizia circonda il padre. “Continua a parlare”, dicono i poliziotti “Dovrai tenerlo al telefono per almeno cinque minuti”. A volte anche dieci, o quindici.
Parte quindi un intercettazione al cardiopalma, con gli “hacker da film” con un paio di cuffione e le mani che battono veloci sulla tastiera, col rapitore che negli ultimi secondi di intercettazione si ricorda di essere sospettoso e minaccia di riattaccare.
In realtà un simile onere non è più necessario da decenni: semplicemente aggiunge al pathos.
Con l’attuale sistema telefonico GPS e cellule telefoniche rendono istantaneo capire chi chiama e da dove. In passato non è così.
Negli anni ’60 e ’70 le linee telefoniche erano essenzialmente elettromeccaniche: la chiamata scorreva di centralino in centralino. Rintracciare una chiamata non richiedeva i “5-10 minuti” (tempo arbitrariamente selezionato perché in un film da un’ora e mezzo non puoi dedicare uno dei due tempi all’intercettazione), ma anche di più. Sostanzialmente una volta individuata la prima centralina bisognava seguire il segnale in sede, contattare la centrale successiva e così via fino ad arrivare alla destinazione.
La centrale telefonica era un insieme di cavi, switch e relais, e un cavo portava la comunicazione da telefono a telefono passando per i diversi switch, e finché la chiamata era “aperta” era possibile inseguire la comunicazione.
Dagli anni ’80 in poi si è migrato dall’analogico al digitale, ma, oggettivamente, questo ha rubato il pathos alle narrazioni Hollywoodiane.
L’agente col cuffione nella stanza accanto? Ovviamente, avrete capito, un modo per ricreare i tempi in cui intercettare richiedeva ascoltare la comunicazione centrale per centrale, contattando le centrali successive fino a destinazione.
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