PRECISAZIONI E ACCHIAPPALIKE La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia

Un post pubblicato il 9 febbraio 2018 ha totalizzato circa 23.000 condivisioni:

La OMSA chiude lo stabilimento di Faenza per riaprirlo in Serbia. 239 lavoratrici a casa. Eppure la OMSA non è in crisi, produce e vende tantissimo… Bene, per me da oggi OMSA (e visto che appartengono al gruppo OMSA anche Golden Lady, Filodoro, Philippe Matignon, Sisi, Hue, Arwa) per me le loro calze possono andarle a vendere in Serbia… boicottaggio totale e solidarietà alle lavoratrici licenziate… condividete per favore… GRAZIE!

Il post si riferisce a un caso esploso nel luglio 2010, quando Samuela Meci della FILCTEM CGIL faentina denunciava di aver appreso solo dai giornali la notizia di un accordo tra la Golden Lady Company – nella persona del fondatore Nerino Grassi – e il Ministro dell’Economia serbo Mladjan Dinkic per l’apertura di uno stabilimento – il terzo del gruppo – in Serbia, per la precisione a Loznica.

Il 27 luglio 2010 sul Resto del Carlino si leggeva:

SARANNO rimossi, insomma, quei macchinari che serviranno altrove, magari nel Mantovano dove la Golden Lady mantiene il proprio quartier generale; forse anche in Serbia, dove il gruppo ha già due fabbriche e dove ha intenzione di costruirne una terza. Ne ha dato comunicazione ufficiale il ministro per l’Economia e lo sviluppo regionale serbo Mladjan Dinkic, che un mese fa ha siglato con il fondatore di Golden Lady, Nerino Grassi, un memorandum d’intesa per realizzare uno stabilimento nella città di Loznica.

Per 350 lavoratori, in prevalenza donne, si sarebbe dunque parlato di cassa integrazione che sarebbe cessata qualora, entro il marzo 2011, almeno il 30% di essi non avrebbe trovato una ricollocazione.

Il 28 luglio 2010 la CGIL sollecitava a una soluzione con un comunicato:

Nell’accordo sottoscritto al Ministero c’è un impegno alla riconversione dell’OMSA di Faenza e per tale obiettivo devono essere investite risorse e costruite opportunità in grado di garantire livelli occupazionali compatibili con la drammaticità del trauma sociale prodotto dalla decisione della Golden Lady. Non ci serve una “soluzione qualunque” e vogliamo, come sindacato, lavoratrici e lavoratori, essere attori del nostro futuro. Per queste ragioni azienda e Governo devono presentarci urgentemente un piano sostenibile per il rilancio produttivo ed occupazionale su quel sito ed in quel territorio e la stessa Regione, assieme alle Istituzioni locali, devono lavorare per questo obiettivo ed essere parte attiva per impedire soluzioni industriali inadeguate o la pura cessione dello stabilimento senza mettere valore aggiunto in termini produttivi ed occupazionali.

Il 29 gennaio 2012 Nerino Grassi rispondeva alle perplessità sulla delocalizzazione in Serbia attraverso la redazione de La Gazzetta di Mantova:

Lo scenario già complesso, caratterizzato da una forte spinta al ribasso dei prezzi al consumo e, nei mercati meno legati al valore di marca, dalla progressiva erosione di quote di mercato da parte dei produttori del Far East, si è ulteriormente deteriorato con la crisi finanziaria internazionale che si protrae dal 2008, e che ha visto ridurre i consumi in tutti i comparti. Questa situazione ha accentuato ulteriormente una condizione di sovracapacità produttiva, il cui protrarsi nel tempo ci ha alla fine portato alle decisioni che riguardano lo stabilimento di Faenza.

Nerino Grassi – Gazzetta di Modena

Non siamo brutti e cattivi, crede che sia stato facile per noi prendere decisioni come questa? L’azienda ha sinora affrontato la questione confrontandosi con i sindacati e l’autorità di Governo, e ne sono prova tutti gli accordi sottoscritti dalle parti: azienda, lavoratori rappresentati dai sindacati e Ministeri. Gli accordi passati dimostrano che tutte le parti hanno riconosciuto le evidenti ragioni che imponevano la cessazione dell’attività produttiva, per cui questa non è frutto di decisione o di volontà lesiva dei diritti dei lavoratori, ma è imposta dalla congiuntura economica ed è condizione irrinunciabile, ripeto irrinunciabile, per la sopravvivenza competitiva del gruppo.

Il malcontento aveva dato voce a diverse campagne web di boicottaggio, tra cui quella promossa dal nostro viralizzatore, decisamente ignaro del proprio anacronismo.

Nel gennaio 2012 arrivò la svolta: il gruppo ATL, società produttrice di divani, aveva annunciato di voler acquistare lo stabilimento OMSA di Faenza e di voler assumere, nell’occasione, almeno 120 operaie del gruppo Golden Lady:

All’incontro erano presenti una trentina di persone tra cui il presidente della Regione Vasco Errani, l’assessore regionale alle attività produttive Gian Carlo Muzzarelli, il rappresentante del ministero dello sviluppo economico Giampiero Castano, il presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, il sindaco del Comune di Faenza Giovanni Malpezzi, il presidente di Atl Group Spa Franco Tartagni e l’ad Luciano Garoia, la Golden Lady rappresentata da Federico Destro, l’ingegnere Marco Sogaro dell’advisor Wollo, i sindacali locali, regionali e nazionali di categoria ed i rappresentanti dei lavoratori.

Con un trasloco previsto nell’estate, il gruppo ATL aggiunse di intendere aprire un punto vendita all’interno dello stabilimento e assumere, così, altri 15 lavoratori. Il piano – presentato il 14 maggio 2012 – interessava un investimento di 20 milioni dei quali il 70% era fornito da 4 banche (Banca di Romagna, Credito cooperativo ravennate imolese, Popolare di Ravenna e CariForlì del gruppo Intesa).

Ovviamente, in quel contesto, altri posti di lavoro attendevano di essere reintegrati.

Nell’ottobre 2013, leggiamo sul Resto del Carlino, le assunzioni erano salite da 120 a 145 con contratti a tempo indeterminato. Per le restanti operaie in attesa di una ricollocazione, però, la speranza si spense il 31 marzo 2014. Erano state “promesse” per un outlet, Le Perle, che però si rivelò essere una cattedrale nel deserto.

La storia, dunque, è ben più complessa e decisamente più datata rispetto alla data di pubblicazione di un post il cui autore ignora totalmente l’intera vicenda dell’odissea delle ex-operaie OMSA. Pubblicarlo oggi è una strategia acchiappalike che non offre fonti di riferimento (leggi la nostra guida utile) e che richiede le giuste precisazioni.

Inutile chiedere di boicottare OMSA, insomma, se la protesta si era già consumata circa sei anni fa e se le cose, oltremodo, sono cambiate nel tempo.

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