Il Caso

L’indagine del Times: le pubblicità con minori su Meta raggiungono un pubblico di uomini (e pedofili)?

Le pubblicità con minori su Meta raggiungono un pubblico di uomini (e pedofili)? La domanda non è peregrina, e nasce da una indagine del New York Times a sua volta nata dalla denuncia di un gioielliere.

Gioelliere che credeva di aver creato la campagna perfetta per raggiungere un pubblico di genitori e ragazzine: una baby modella di 5 anni (molto baby) con braccialetti colorati e keywords scelte per cercare di raggiungere un pubblico di genitori di figli piccoli con interessi nel balletto, con un algoritmo “calibrato sulle madri”, qualsiasi cosa questo esso voglia dire.

Ma dove ha fallito l’algoritmo è arrivato l’orrore: i risultati dell’analisi automatica della campagna promozionale su Instagram hanno restituito un pubblico quasi esclusivamente di uomini adulti.

L’indagine del Times: le pubblicità con minori su Meta raggiungono un pubblico di uomini (e pedofili)?

“Anche un uomo adulto può essere padre”, direte voi. E chiederete dove è l’orrore in questo.

L’orrore è nell’esperimento sociale, questa volta reale e non “da clickbait andata male” dell’illustre testata. Che usando le stesse immagini senza alcun testo ha attratto un pubblico ben determinato.

L’indagine del Times: le pubblicità con minori su Meta raggiungono un pubblico di uomini (e pedofili)?

Il New York Times ha così deciso di promuovere immagini promozionali a pagamento della babymodella coi ciondoli e una canotta, promuovendoli con keyword legate alla genitorialità, al balletto ed alle cheerleader.

Ottenendo ancora una volta un pubblico prevalentemente di uomini, tra cui dozzine di commenti “piccanti” degli stessi ed un paio di telefonate di predatori sessuali conclamati pronti a sollecitare e richiedere incontri sessuali con la ultraminorenne ed esibirsi in apprezzamenti indegni.

Se una rondine non fa primavera, uno stormo desta preoccupazione e molta. E non succede solo negli esperimenti sociali.

Sempre il New York Times registra genitori con figlie minorenni col loro account Instagram gestito dai genitori costretti a bannare orde di pedofili, divisi tra chi si dichiara basito dalla cosa e chi lo dichiara parte delle “regole del gioco” e prova del successo degli account stessi.

Il gioco è così sfacciato che secondo il procuratore del New Mexico Raúl Torrez, a capo dell’operazione di contrasto alla pedopornografia “MetaPhile” bastano pochi minuti dalla creazione di un account honeypot, un account falso con foto di bambine minorenni per attirare i pedofili, per beccarne già qualcuno pronto a mandare contenuti sessuali alla minorenne immaginaria.

Meta ha risposto a tutto questo dichiarando l’indagine del Times artefatta e che essa difettava di diversi fattori, dichiarando di avere la tecnologia per combattere i predatori sessuali.

Secondo Piotr Sapiezynski, ricercatore, anche di questo la colpa è dell’algoritmo: se un pubblico prevalementemente maschile cercherà attivamente foto di giovani ragazze se non di bambine, l’algoritmo proporrà foto di giovani ragazze se non di bambine.

E l’algoritmo, come per ogni altro modello “virtuale”, è amorale. Non immorale, amorale: non si ferma a considerazioni etiche e morali. Se cerchi una ragazzina avrai una ragazzina, e se l’ad è la campagna promozionale di una gioielleria tecnicamente è innocente.

Quello che non è innocente è il fatto che durante la campagna “fallace” (nelle parole di Meta) del New York Times ben quattro pedofili con sentenze passate in giudicato abbiano cercato di contattare la baby modella, nonostante tecnicamente un predatore sessuale registrato non possa avere account social secondo le regole di Meta.

Ma del resto, un account “usa e getta” non si nega a nessuno, sia esso un troll o un predatore sessuale.

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