Mancava ancora all’appello la storia del kiwi positivo al Covid, in effetti, e puntualmente è stato dato in pasto ai negazionisti del virus, che evidentemente non aspettavano altro per chiudere l’anno in bellezza. Rischiamo di essere ripetitivi, forse noiosi, ma ogni volta che un test effettuato con un tampone rapido prende piede, tocca ribadire alcuni concetti sulla carta molto semplici. Un controsenso, se volete, in quanto la diffusione di queste presunte verità ci dice che l’analisi vada condotta di volta in volta. Un po’ come avvenuto nei giorni scorsi con il caso della Coca Cola in Austria.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una bufala. Altri invece tendono a ritenerla una notizia vera. A dirla tutta, parlando di kiwi positivo al Covid occorre un altro tipo di approccio. Perché da un lato non possiamo certo escludere un verdetto del genere utilizzando qualsiasi tipo di frutto con il tampone rapido, dall’altro sarebbe opportuno invitare i tre “presuntissimi” analisti ad impiegare meglio il proprio tempo.
Sostanzialmente, la domanda è la stessa di sempre: qual è il senso di un tampone rapido, dal quale risulta un kiwi positivo al Covid, quando il test in questione è stato concepito dall’uomo per contesti di utilizzo completamente differenti? Domanda da un milione di dollari, senza contare il fatto che i suddetti test non hanno mai avuto la presunzione di darci verità inconfutabili sull’uomo e sull’eventuale positività al Covid. Per noi essere umani, infatti, l’unico test accurato rimane il tampone molecolare. E questo deve essere chiaro una volta per tutte.
Un test come quello del video che segue, avrebbe un minimo di senso solo se in grado di far emergere anomalie con il sangue di una persona, fermo restando quanto detto sull’efficacia dei tamponi rapidi. Per tutte queste ragioni, l’utilità del verdetto sul kiwi positivo al Covid è pari a zero.
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