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I dati sul Jerusalem Post sulla variante delta: ecco perché i complottisti sbagliano

“I dati sul Jerusalem Post sulla variante delta: ecco perché i complottisti sbagliano” è una citazione letterale del titolo di un articolo di follow up della testata stessa.

Articolo leggibile qui, a sua volta “follow up”, ovvero seguito di un articolo particolarmente amato dai novax di tutto il mondo.

Quello per cui, per intenderci “il 60% dei malati sarebbe vaccinato”.

Prima di passare la palla al Jerusalem Post, vi spiegheremo un po’ come funziona la statistica.

I dati sul Jerusalem Post sulla variante delta: il semplice funzionamento della statistica

L’incidenza di una malattia su una determinata categoria di persone tiene conto, ovviamente, del numero totale delle persone nel campione statistico preso in esame. Ovvero, delle persone.

Senza un campione statistico, ogni numero può dire tutto quello che si vuole.

Ad esempio potrei affermare, con piena cognizione di causa, che se io mangio due polli al giorno e il mio vicino di casa novax non mangia da due settimane e, convinto della sua statistica per cui “il 60% dei vaccinati hanno avuto due dosi di vaccino quindi i vaccini fanno male”, mi chiedesse un pollo per mangiare, potrei negarglielo.

E potrei negarglielo asserendo che secondo la stessa logica che lui ha usato, considerando un campione di due persone abbiamo entrambi mangiato due polli e non ha più niente da chiedermi.

In Israele l’85% della popolazione adulta è vaccinata, quindi è normalissimo che tra i vaccinati si possano riscontrare numeri più alti di ricoveri.

Ipotizziamo, come ricorda il Jerusalem Post nel suo articolo “sequel” un campione statistico normalizzato a un milione di vaccinati. Gli abitanti di Israele sono molti di più: per statistica il JP lo semplifica, ovvero dichiara “facciamo finta per l’esempio che sia un milione”.

Di questo milione, prendendo a modello i dati che abbiamo, solo 100 contrarranno la malattia in forma grave tale da richiedere ospedalizzazione. Campione pienamente compatibile col tasso di efficacia dei vaccini, che comprendono a prescindere, e tutti, una modesta percentuale di “non responder”, persone sulle quali l’efficacia è ridotta (per questioni legate al funzionamento del corpo umano: non tutti abbiamo un sistema immunitario reattivo allo stesso modo, è per questo che serve l’immunità di gregge).

Prendiamo però 100mila non vaccinati. Tra i quali avremo 100 malati in forma grave comunque.

Guardando i dati statistici nel campione di riferimento ospedaliero, saremmo portati a ritenere che “Il 50% o anche percentuali superiori dei vaccinati contraggano la malattia, quindi i vaccini non esistono”.

Ma usando come campione di riferimento la popolazione nel suo complesso, scopriremo che i vaccinati, nell’esempio col dato “semplificato per esempio”, contraggono la malattia in forma grave nello 0,01% dei casi, mentre i non vaccinati nello 0,1%

Un intero ordine di grandezza più elevato.

Cosa questo comporta?

Citando il dottor Leshem (Sheba Medical Center’s Center for Travel Medicine and Tropical Diseases), ci troviamo di fronte ad un paradosso matematico.

“Puoi avere due terzi dei pazienti vaccinati e un terzo non vaccinato, un vaccino efficace al 90% e avere più pazienti vaccinati [NdT: in ospedale]. Ma nessuno trova il tempo di parlarne. Tutti ostentano le tabelle e la gente impazzisce”

Impazzisce è il termine giusto, e la conclusione della testata, giustamente stufa di essere usata come vessillo novax, è non meno amara

Se questa semplice lezione di matematica insegna qualcosa, è che i novax possono essere rumorosi, ma i loro proclami sono lunari. I vaccini non proteggeranno bene dalla Variante Delta quanto le altre, ma contribuiscono in modo rilevante alla sicurezza degli Israeliani.

Nella battaglia tra fatti e finzione, i dati vincono sempre.

E non possiamo che concordare.

AGGIORNAMENTO: È ora disponibile la sezione in lingua inglese dello Sheba Medical Center, con aggiornamenti e informazioni sulle attività mediche del centro.

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