Crime Facts

Un pomeriggio qualunque, 275 colpi: la strage del McDonald’s di San Ysidro

È il poco nobile sentimento dell’odio che fa da padrone a questa storia, nonché il principale responsabile delle scellerate azioni che hanno portato James Oliver Huberty a compiere uno dei più sanguinosi massacri della storia degli Stati Uniti d’America.

Un pomeriggio qualunque, 275 colpi: la strage del McDonald’s di San Ysidro – Di Spacemountainmike – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26380411

L’odio è la causa, la rabbia il peggiore dei suoi effetti e quando essi trovano un terreno fertile come quello spianato nell’infanzia di James, abbiamo buone probabilità che l’effetto farfalla esploda in dimensioni epiche. Come in questo caso.


James

James Oliver Huberty nasce a Canton, in Ohio, nell’ottobre del 1942 e contrae la poliomielite a soli tre anni; un fatto, questo, che gli impedirà di camminare normalmente per il resto della sua vita.

Quando il padre decide di trasferire la famiglia in una fattoria Amish della Pennsylvania la madre li abbandona, aggregandosi a dei missionari di strada e lasciando un piccolo James confuso e arrabbiato, segnandolo per la vita.

James cresce taciturno e silenzioso e un’unica cosa sembra appassionarlo: il fucile calibro 22 che gli ha regalato Earl, suo padre. In compenso, si impegna nello studio, diplomandosi prima in sociologia e conseguendo la licenza di imbalsamatore poi, al Pittsburgh Institute of Mortuary Science.

Qui conosce Etna Markland, che diventerà sua moglie nel 1965.


Etna

Incapace di stringere rapporti interpersonali e di gestire lutti con i familiari dei defunti che veste e prepara per le pompe funebri, James trova lavoro come saldatore e sei anni dopo torna in Ohio con la famiglia che nel frattempo si è allargata; sono infatti nate Zelia e Cassandra.

Ma ancora non trova pace. James è infatti convinto di avere nemici ovunque e negli anni, ha costruito un vero e proprio arsenale di armi nel suo seminterrato e nel resto della casa.

Nella sua testa si fanno strada deliranti scenari di paranoia come un imminente attacco sovietico o una crisi economica ad opera di banchieri internazionali, così arriva a spendere un patrimonio in cibi non deperibili in vista di un’eventuale apocalisse.

Questo malessere si ripercuote anche fuori dalle sue dispense; i rapporti nel quartiere sono burrascosi e ai limiti della follia: arriva persino a sparare in testa ad uno dei suoi cani dopo una lamentela ricevuta da un vicino. Etna non è da meno e si riporta un episodio in cui arriva a minacciare una madre di una compagna di scuola di Zelia con una pistola Browning Hi-Power 9mm.

Una triste coincidenza se pensate che, per il fermo della donna, l’arma verrà riconsegnata a James e sarà proprio una delle tre pistole da lui scelte per compiere la strage.


Antinferno

A peggiorare la situazione già poco stabile della famiglia Huberty, arriva il fallimento della ditta in cui lavora James. Decidono così di allontanarsi da tutti e finiscono per sistemarsi in California a San Ysidro, a pochi chilometri dal confine con il Messico.

Siamo a giugno del 1984 e James Oliver Huberty pare aver ritrovato finalmente un equilibrio e un lavoro come guardia giurata. Si è lasciato alle spalle uno scantinato di fagioli in scatola ma non le armi e i suoi deliri paranoidi. Dopo pochi giorni, viene però licenziato e questo sarà per lui l’ultimo affronto e la conferma che non dovrà temere l’apocalisse perché sarà lui a scatenarla.

Ma c’è qualcosa di salvabile ancora.

In un lampo di coscienziosa lucidità, il 17 luglio James contatta la clinica psichiatrica di San Ysidro e con calma serafica chiede di fissare un appuntamento.

Anche qui le coincidenze giocheranno a suo sfavore, perché a causa di un banale errore di battitura del suo cognome da “Huberty” a “Shuberty”, non verrà mai richiamato. L’operatore della clinica, in seguito, non mancherà di ricordare come fosse difficile valutare l’urgenza di James che aveva parlato in modo molto calmo e paziente.

Passa un giorno, ma il telefono non squilla. James è stato rifiutato anche nell’ultimo disperato tentativo di chiedere aiuto.

È il giorno dopo e a San Ysidro è un torrido pomeriggio di luglio.

C’è un McDonald’s a San Ysidro Boulevard con ampio parcheggio, un’area per far giocare i bambini mentre i genitori si rilassano e con questo caldo un gelato sarebbe perfetto.

Sono quasi le quattro del pomeriggio e ben quarantacinque persone hanno scelto questo posto per trovare ristoro.

Ce ne sono svariati di fast food della catena McDonald’s da quelle parti e infatti, a pochi chilometri di distanza e qualche ora prima, anche James ne sceglie uno per pranzare con la sua famiglia.

Una volta rincasati però, James si infila un paio di pantaloni mimetici e si carica un borsone sulle spalle, annunciando a Etna che sarebbe andato “a caccia di umani”. La moglie, ormai abituata alle sue stravaganze, non lo ferma.

Peccato però che nel borsone ci siano la sua già menzionata Hi-Power, una carabina IMI Uzi di fabbricazione israeliana – praticamente una trivella – e un fucile a canna liscia Winchester. Per ognuna di esse, un centinaio di munizioni di riserva.


Inferno

John Arnold ha soli sedici anni, ma è già un volenteroso impiegato della catena di fast food. Avrà forse visto anche lui uno di quei thriller dove il cattivo tenta di spararti in faccia ma il colpo non parte. Ecco. Sono cose che si vedono nei film, quando hai sedici anni. Ma questo non è un film e la seconda vita che verrà spezzata da un fucile mezza inceppato sarà proprio la sua.

Quella di Neva Caine, la giovane direttrice del locale sarà invece la prima, trafitta da un proiettile sotto l’occhio sinistro.

Sono pochi secondi ma è già inferno: Huberty ha azionato il suo personale interruttore di distruzione, pronto a dare il via alle sue danze mortali. Sì, danze, perché si metterà anche a ballare durante la folle mattanza. Come un demone inarrestabile, urla insulti e minacce ai presenti ormai consapevoli che anche se siamo vicino a Los Angeles, questo non è un film.

Victor Rivera è uno dei clienti che assiste impietrito alla scena ed è l’unico che prova ad andargli incontro per poterci ragionare. Ma la diplomazia non ha la meglio e in risposta riceve quattordici colpi, diventando così la terza vittima.

Per tutta la sala si respira odore di sangue e di paura e in un angolo ci sono sei donne che tentano disperatamente di nascondere i loro tre bambini: è una mattanza e a nulla servono gli scudi umani di madri e zie davanti agli inarrestabili colpi dell’Uzi.

Finiscono, così, anche le vite di María Colmenero-Silva – 19 anni, Claudia Pérez che a soli nove anni viene martoriata di colpi allo stomaco, alla guancia, alla coscia, al fianco, al petto, alla schiena, al braccio e alla testa, Jackie Reyes, maggiorenne appena che tenta di salvare la nipotina Aurora Peña di undici anni (sopravvissuta nonostante gli innumerevoli colpi a seguito della più lunga degenza ospedaliera registrata tra i superstiti), verrà ripagata con quarantotto colpi.

Nessuna pietà nemmeno per la più piccola delle vittime: Carlos Reyes di appena otto mesi, freddato con un singolo colpo alla schiena mentre piangeva chiamando la mamma.

Nell’area giochi la famiglia Herrero si nasconde come meglio può sotto i tavoli; si salvano nonostante le numerose e gravi ferite il papà Ronald e il figlio Thomas ma non la giovane moglie Blythe Regan e il loro piccolo Matao.

È il panico più totale. Parte la chiamata al 911 ma nella confusione generale, viene fornito l’indirizzo di un altro McDonald’s. Una imperdonabile leggerezza che costerà ulteriori minuti di vite umane perdute.

Huberty continua a sparare all’impazzata, condendo il tutto con una varietà di insulti indecenti. Muoiono Laurence Versluis, un camionista in pausa pranzo, Arisdelsi Vuelvas Vargas la bella trentunenne che ha fatto da scudo per difendere la sua amica Guadalupe del Rio (sopravvissuta) e Hugo Velazquez Vasquez – 45 anni.

Lydia Flores entra nel parcheggio del fast food dieci minuti dopo l’inizio della strage. Guida la sua macchina con a bordo la figlioletta di due anni. Alza la testa per effettuare la manovra e vede Huberty che spara, spara, spara e basta. Baciate dalla fortuna o dal buon Dio, riescono a salvarsi, nascondendosi dietro i sedili dell’autovettura.

Non possiamo dire lo stesso delle due vittime simbolo del massacro: Omarr Alonso Hernández e David Delgado, due ragazzini di appena undici anni che nel locale non hanno fatto in tempo nemmeno ad entrare e sono stati freddati al fianco delle loro biciclette parcheggiate. Tutto ciò sotto gli occhi terrorizzati del loro compagno di classe Joshua Coleman, che però sopravvive.

Ci sono anche Miguel e Aida Victoria che si apprestano ad entrare; sono una coppia anziana, stanno insieme da una vita, vivono l’uno per l’altra, vogliono fare un break e lui, come sempre, le tiene aperta la porta per farla entrare. La furia omicida di Huberty colpisce anche lei e mentre Miguel tenta invano di pulirle il sangue dal viso, incredulo e spaventato e sopperisce all’ennesimo sparo.

C’è un’altra giovane famiglia che sta arrivando: sono i Felix. Astolfo e Maricela si rendono però subito conto che qualcosa non va e presi dalla disperazione e dai proiettili, consegnano la figlia di soli quattro mesi ad un passante affinché venga tratta in salvo. Si salveranno tutti e tre.

Ma l’incubo non è ancora finito.

Huberty accende la sua radio, canta e balla sulle note di Michael Jackson, tra un colpo di mitraglia e l’altro, sparge patatine fritte in faccia alle sue vittime, in un contesto delirante e paradossale.

La mattanza prosegue con l’esecuzione di altri quattro impiegati che si erano nascosti in cucina: la ventunenne Paulina López, Elsa Borboa-Fierro e Josè Perez di anni diciannove e Margarita Padilla, diciottenne.


La strage senza movente

Sono ormai le 17.00. Con notevole ritardo, le zone adiacenti sono state chiuse fino alla distanza di sei isolati, due squadre SWAT sono impiegate all’esterno con un totale di 175 agenti presenti. Huberty è barricato dentro con le sue vittime, in un marasma di vetri rotti, sangue, budella e hamburger sparsi sul pavimento.

Alle 17.16 il tiratore scelto della squadra speciale, Charles Foster, appostato sul tetto dell’ufficio postale accanto al ristorante, recide l’aorta di James Oliver Huberty con un singolo colpo mortale, ponendo fine a uno dei più sanguinosi massacri di tutti i tempi.

I numeri sono da brivido: 77 minuti di follia nei quali sono stati sparati 275 colpi, atti ad uccidere 21 persone e a ferirne altre 20.

Il massacro del McDonald’s di San Ysidro è una delle sparatorie più mortali e scellerate della storia americana, che viene decretata dai più come “strage senza movente”.


L’odio

Personalmente trovo l’odio un movente più che valido per questa triste storia, che come vedremo, ahimè, diventerà un deleterio spunto per altre sparatorie dai similari modus operandi.

Il mio pensiero va a tutte le vittime di questa vicenda che ha segnato in modo indelebile la storia delle comunità messicane negli Stati Uniti d’America e in particolar modo nello stato della California, che tra una palma esotica e un viale costellato di stelle del cinema, ha ancora troppa cronaca nera da raccontare.

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