“Tredici morti negativizzatisi” sembra, ed è sembrato per queste lunghe settimane, un ossimoro al Popolo della Rete.
L’alto numero di decessi, 11, registrati nel bollettino Covid odierno della Regione Veneto comprende soggetti, quasi tutti anziani, morti sul territorio (non in ospedale) negli ultimi giorni, e conteggiati solo oggi. Si tratta in gran parte inoltre – viene precisato – di pazienti contagiati dal virus nei mesi scorsi, nel frattempo negativizzatisi, ma che su indicazione del Ministero della Sanità vanno registrati comunque come soggetti con infezione da Covid.
parlando del bollettino del 26 agosto, il giallo è scoppiato.
Se esiste una indicazione del Ministero della Sanità per cui i tredici morti negativizzatisi vanno segnati tra i soggetti con infezione da COVID, perché dovrebbe esistere tale indicazione?
Giustamente, il resto della stampa ha chiesto spiegazioni all’Istituto Superiore della Sanità.
Enfasi su giustamente: siamo noi stessi i primi a dichiarare che il modo migliore e più efficace per risolvere un dubbio è rispondervi in modo esaustivo.
Dall’ufficio stampa dell’Iss, contattato dalla Verità, dopo una veloce consultazione con gli esperti dell’Istituto, fanno sapere che “è una malattia ancora in fase di studio, che non si conoscono bene le conseguenze a lungo termine di questo virus e che i pazienti contagiati, seppur negativizzati, potrebbero morire dopo diverso tempo comunque per i danni causati dal coronavirus”.
Spiegazione logica, che probabilmente costituisce idonea risoluzione.
Ora, tra i paragoni effettuati dal Popolo della Rete in questi tempi abbiamo letto
Se un soggetto positivo al COVID, dopo essersi negativizzato, ha un incidente stradale, allora è morto di incidente o di COVID?
Ovviamente è morto di incidente: ma pensiamo alle targhe dedicate ai caduti delle Guerre Mondiali presenti in ogni città.
Talora troverete accanto ai nomi l’anno di morte, coincidente con gli anni del conflitto. Talvolta troverete date successive, relative al dopoguerra.
I conflitti mondiali hanno infatti generato un numero immane non solo di vittime, ma anche di malati cronici, invalidi e mutilati di guerra con aspettativa di vita drasticamente ridotta in conseguenza per le malattie subite nel conflitto.
Idem accade per il COVID19.
La Fondazione Veronesi ad esempio ha accertato che
«L’infezione polmonare da coronavirus può lasciare un’eredità cronica sulla funzionalità respiratoria – aggiunge lo specialista, alla guida della Società Italiana di Pneumologia -. A un adulto, in media, potrebbero servire da 6 a 12 mesi per un recupero funzionale, che non è detto però che sia sempre completo. La causa è da ricercare nella fibrosi polmonare, che porta comportare l’irrigidimento del tessuto colpito dall’infezione. Con la conseguente riduzione nella funzionalità degli scambi gassosi»
Cui aggiungere ulteriori strascichi a livello sistemico, tra l’insufficienza renale acuta e le malattie cardiache.
Ulteriori sintomi compatibili con “morti postume” sono dati dalla spossatezza e indebolimento psicofisico generale in organismi già assai provati come quelli di anziani, spesso affetti da malattie geriatriche, nonché problemi neurocognitivi.
Suscitò scalpore, tra i pazienti non in età geriatrica, il caso di un ventenne sottoposto a trapianto polmonare per evitare le gravi conseguenze citate.
Naturalmente, essendo il COVID19 relativamente nuovo nell’orizzonte umano, l’elenco dei danni postumi è destinato ad aumentarsi, e riteniamo possa giustificare l’ingresso tra le vittime COVID19 di coloro morti in conseguenza o per aggravamento dato dagli stessi.
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