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Quella volta che Charles Dickens decise che Hans Christian Andersen era un maledetto rompico**ioni

Una gag televisiva del 2001 della Gialappa’s Band presentava un personaggio interpretato da Fabio De Luigi, l’improbabile supereroe Medioman (anagrafe: Medioman Locuratolo), incarnazione dell’uomo comune con tutte le sue (molte) miserie e (poche) virtù la cui nemesi era Puccio Bastianelli (interpretato dall’attore Neri Marcoré). Nella gag Puccio Bastianelli non era un supercriminale astuto, ma un uomo alla ricerca ossessiva dell’amicizia e dell’affetto del supereroe, venendo da lui apostrofato come “maledetto rompico**ioni”

Quella volta che Charles Dickens decise che Hans Christian Andersen era un maledetto rompico**ioni

Il rapporto tra Medioman e Puccio Bastianelli ha un precedente nella storia: quello tra il famoso scrittore Charles Dickens e Hans Christian Andersen.

Quella volta che Charles Dickens decise che Hans Christian Andersen era un maledetto rompico**ioni

Charles Dickens era un affermato scrittore. Anche Hans Christian Andersen lo era. E capita spesso che gli artisti formino circolini. Ci si consenta un ulteriore paragone empio: se Charles Dickens era una star del panorama letterario inglese, Hans Christian Andersen era il Mariottide Danese, un uomo la cui peculiarità principale e letteraria era essere la persona più triste, depressa e deprimente del panorama mondiale.

Andersen era un campagnolo di una famiglia fortissimamente disagiata, cresciuto goffo e diverso tra i diversi e gli emarginati e diventato un adulto timido, omosessuale in un’epoca in cui l’omosessualità era di fatto una condanna sociale e che traslava la “tristezza a palate” Mariottidea e il suo essere “un pozzo di bravura” in una ricca e dolente produzione letteraria dove, come dimostrano il celeberrimo La SirenettaIl soldatino di Stagno, il lieto fine non esiste.

Scontro tra Medioman e Puccio Bastianelli

Charles Dickens, anche egli di famiglia impoverita, come il David Copperfield dei suoi romanzi potè studiare da avvocato ma scoprì invece il mondo della letteratura e del giornalismo, creando una ricca produzione di personaggi dalle umili origini che riscoprono grazie ai valori condivisi delle società, della bontà e della lealtà la strada per affermarsi.

Potevano insomma essere amici. Lo sarebbero stati. Lo sono stati, finché non è finita a scatafascio.

Nel 1847 lo furono. Il goffo e triste Andersen incontrò in Inghilterra il famoso Dickens, lo definì il più grande artista dei loro tempi, e gli promise che si sarebbbero tenuti in contatto.

Per dieci lunghi anni di corrispondenza. Dickens cominciò mandandogli libri e regali, rispondendogli affettuosamente e civilmente, finì con una netta sproporzione in cui Andersen continuava a scrivere a getto continuo al suo eroe letterario e Dickens rallentò le risposte.

Del resto il 1857 fu un vero anno terribile per il povero Dickens: si trovò costretto ad organizzare i funerali ed una raccolta di fondi per la vedova del suo caro amico Douglas William Jerrold, il suo stesso matrimonio stava naufragando e la promozione della parte finale della Piccola Dorrit (all’epoca i romanzi venivano pubblicati a puntate sulle riviste, come i nostri show Netflix) non stava avendo il successo sperato.

Dickens aveva bisogno di una visita di Andersen come di una fucilata nei genitali, eppure con la cortesia e il tatto inglese aveva concluso una delle sue lettere con un invito

Se, nel tempo che starai da noi vorrai, in qualsiasi momento, trascorrere una notte a Londra, questa casa, dal tetto alla cantina, sarà a tua disposizione.

Enfasi su “Se vorrai stare da noi”.

Dickens voleva essere educato: non avrebbe previsto trovarsi Andersen in casa. E non poteva prevedere quale Puccio Bastianelli egli sarebbe stato da vicino.

Il rovinoso arrivo

Hans Christian Andersen, già celebrato autore, si presentò come una via di mezzo tra il Maledetto Rompico**ioni ed il personaggio comico di un buddy movie americano, quello con due strampalati personaggi che non hanno niente in comune e vivono bizzarre avventure finendo per odiarsi, volersi bene e poi odiarsi di nuovo.

Vuoi perché Andersen era troppo distratto, vuoi per la lentezza del servizio postale, Dickens fu informato dell’arrivo dell'”amico” prima dalla stampa e poi dalle sue lettere. Eppure Andersen era davvero uno scrittore prolifico, anche come epistolario, e una delle ultime lettere dell’arrivo conteneva l’assai inquietante frase “La mia visita è sol per te, lascia sempre un posto nel tuo cuore per me”

E qui concordiamo con chi ricorda che ci sono film dell’orrore con assassini gelosi, sadici e psicopatici che cominciano con simili accenti e poi ti ammazzano tutta la famiglia per averti con sé.

Dickens era un solido uomo Vittoriano di famiglia piccolo borghese impoverita e poi di nuovo elevata, un David Copperfield educato e rispettoso delle convenzioni sociali. Andersen un ometto pazzarello come uno Sbirulino, privo di una cultura formale, anni luce dal suo sostrato culturale di origine.

Appena arrivato chiese che uno dei numerosi figli di Dickens gli fosse assegnato per raderlo quotidianamente perché “In Danimarca usiamo così”. Dickens gli aprì un conto presso un barbiere locale e gli tirò tra i denti il primo va**ancu*o di una lunga, lunghissima serie.

Uno dei citati figli, Sir Henry Dickens, riportò nella sua biografia aver visto il padre porgere il braccio ad una dama in modo assai galante per accompagnarla a cena salvo poi trovarsi sottobraccio con Hans Christian Andrsen che aveva scavalcato la dama e deciso di portarselo a tavola con fare assai frivolo in un momento da cinepanettone che sarebbe diventato peggiore solo se Dickens avesse detto con l’accento romanaccio di Chistian De Sica

“E porti pazienza, mi aspettavo la duchessa che è un pezzo de fi*a e mi trovo te sottobraccio che sei un poeta Danese!”

Epistolari successivi, come una lettera del 21 Luglio riportano Andersen incline ad attività ben poco socialmente approvate come ritagliare figurine di fate dalle riviste, intrecciare ghirlande di fiori da attaccare al cappello degli amici di Dickens (rendendo lo scrittore Wilkie William Collins oggetto di ridicolo e rischiando che questi colladasse il suo prossimo libro giallo su Andersen nel ruolo del cadavere…) e scappare urlando dai tassì con gli stivali pieni di oggetti, comprese penne, taccuini, coltellini, forbici e mappe cittadine convinto che lo volessero derubare e seviziare.

A onor del vero e per spezzare una lancia in favore di Andersen, questi non sapeva abbastanza inglese per girare da solo per le strade di Londra: secondo Dickens parlava Francese e Italiano come Peter il Ragazzo Selvaggio [NdT: un giovane disabile trovato nel 1700 in condizioni di abbandono e quindi incapace di sviluppare il linguaggio] e inglese come l’ospite di un istituto per sordomuti [NdT: Dickens era comunque politicamente scorretto come un uomo del suo tempo] e lo stesso Andersen raccontò l’episodio della rocambolesca fuga come frutto del non capire cosa il tassinaro stesse dicendo.

Dickens aggiunse sprezzante che a dire della traduttrice di Andersen anche la conoscenza del danese del poeta era molto sopravvalutata.

Ciò nonostante Andersen scrisse che Dickens gli aveva chiesto di restare per la prima di The Frozen Deep, opera teatrale ispirata dalla Spedizione perduta di Franklin il cui scopo era raccogliere soldi per la vedova Jerrold.

Ma Andersen scoppiò in lacrime non perché commosso dalla recitazione dell’amico, ma perché con la Regina Vittoria nel pubblico nessuno si calcolò la sua presenza.

Parimenti, quando una recensione negativa delle sue opere lo raggiunse in Inghilterra, reagì buttandosi per terra nel giardino dei Dickens e piangendo rumorosamente fino a che Kate Dickens lo definì “una noia”.

Andersen lasciò una viva impressione in Kate: sessanta anni dopo lei scrisse nelle sue memorie come i Dickens lasciarono nella stanza del poeta un biglietto con scritto Qui sostò Hans Christian Andersen per poche settimane, che ci sembrarono anni.

Al ritorno a casa di Andersen, dapprima il poeta ricordò di essere stato salutato calorosamente, e poi nel 1869 dichiarò la loro amicizia finita. Probabilmente la gioia con cui Dickens l’aveva rispedito a casa era il “maledetto rompico**ioni” di Medioman Locuratolo, e l’epistolario ebbe quindi ad interrompersi.

Ritratto di Thomas Powell, altro nemico di Dickens

Si sospetta, ma qui l’aneddotica è ancora più incerta della rocambolesca storia, che se Hans Chrtistian Andersen amò in vita raffigurarsi come il Brutto Anatroccolo, goffo e disprezzato ma segretamente un bellissimo cigno e la Sirenetta, disprezzata nonostante il suo amore, Dickens invece si ispirò a lui per creare il malvagio Uriah Heep, nemico di quel David Copperfield che, ovviamente, era lui, un viscido e untuoso mammone, un ipocrita brutto quanto cattivo che nella sua continua adulazione di David Copperfield nascondeva solo invidia per il suo carisma e successo, il desiderio frustrato di superarlo e nel romanzo finirà castigato e punito per la sua natura di imbelle sicofante, mescolandolo al personaggio di Thomas Powell, imbroglione conosciuto da Dickens tramite l’amico John Chapman e che cercò di ingraziarsi invano lo scrittore per ottenere vantaggi, venendo da questi pubblicamente denunciato come imbroglione e malfattore imitando la dinamica e il finale dello scontro tra David e Uriah.

In questo caso il malvagio Uriah Heep sarebbe Thomas Powell in tutta la sua criminale ambizione fuso assieme alla personalità untuosa e alla debolezza fisica e mentale viste da Dickens in Andersen: in pratica Puccio Bastianelli il maledetto rompico**ioni.

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