C’è un malinteso, una storiella, che circola da parecchio tempo. Il riferimento è a quando si sente dire “la comunità scientifica sostiene che…” e viene spontaneo pensare che da qualche parte, in una stanza con le pareti di mogano, ci sia un gruppo di professori con la barba bianca che decide cosa è vero e cosa no: tipo un’Accademia dei Saggi della Scienza.
Se fosse davvero così, chiunque avrebbe perfettamente ragione a chiedere: chi sono questi tizi? Perché nessuno si prende la responsabilità? Perché si nascondono dietro un’etichetta fumosa? Il punto è che la realtà è ben diversa.
Partiamo da un fatto semplice e piuttosto banale: la comunità scientifica non è un ente. Non ha una sede, non ha un presidente, non ha un consiglio direttivo. È più simile a un ecosistema fatto di migliaia di ricercatori sparsi per il mondo che lavorano su questioni specifiche, pubblicano i loro risultati, li sottopongono al giudizio di altri esperti dello stesso campo, e nel tempo costruiscono un consenso che emerge dal basso. In pratica, non c’è nessuno che “decide” nel senso in cui intendiamo normalmente questa parola.
La Comunità Scientifica non è un comitato segreto
C’è invece un processo continuo di verifica, replica, discussione e critica reciproca. Quando qualcuno afferma “la comunità scientifica sostiene X” intende dire che la stragrande maggioranza dei ricercatori attivi in quel campo, dopo aver esaminato le evidenze disponibili, converge su una determinata conclusione (perché i dati portano lì). È un po’ come sostenere che “gli idraulici concordano sul fatto che se metti cemento nelle tubature, si intasano”... non c’è un’Accademia degli Idraulici che emette sentenze, è semplicemente che tutti quelli che fanno quel mestiere hanno visto cosa succede quando lo fai.
Ovviamente, è una semplificazione per rendere bene l’idea. Certo, qualcuno obietterà che esistono “attori” che devono pur decidere quali studi pubblicare, chi finanziare, cosa passa e cosa no. Ed è vero, ci sono dei filtri. Le riviste scientifiche hanno revisori, i panel di finanziamento valutano i progetti, le università decidono chi assumere. Ma questi non sono “decisori” nel senso politico del termine. Sono altri scienziati che valutano il lavoro dei colleghi usando criteri tecnici: è rigoroso il metodo? I dati supportano le conclusioni? Lo studio è replicabile?
Ora però fermiamoci un attimo, perché è giusto anche essere realisti dato che non viviamo nel mondo degli unicorni.
Il sistema delle pubblicazioni scientifiche ha dei problemi seri. Diciamolo chiaramente, perché negarlo sarebbe disonesto intellettualmente.
C’è il problema del publish or perish, pubblica o muori. I ricercatori hanno una pressione folle a pubblicare continuamente per fare carriera, ottenere finanziamenti, evitare di sparire. Tutto ciò crea degli incentivi perversi: si pubblicano studi fatti in fretta, si cercano risultati “sexy” che fanno notizia anche se magari sono meno solidi, si frammentano le ricerche in tanti piccoli articoli invece di fare lavori più approfonditi. Poi esiste il fenomeno delle riviste predatorie, che pubblicano praticamente qualsiasi cosa in cambio di soldi, senza vera peer review. E non stiamo parlando di quattro gatti, purtroppo, ma di migliaia di riviste che inquinano la letteratura scientifica con robaccia che non dovrebbe vedere la luce. Un ricercatore serio le riconosce, ma per chi non è del campo diventano una giungla impossibile da attraversare.
Per non parlare del bias di pubblicazione vero e proprio: le riviste tendono a preferire risultati positivi, quelli che “trovano qualcosa”, rispetto a studi che non trovano niente. Eppure, sapere che un farmaco non funziona è importante quanto sapere che funziona. Questo distorce la letteratura e può portare a sovrastimare certi effetti, perché gli studi che non li hanno trovati restano chiusi nei cassetti. La peer review stessa, che dovrebbe essere il baluardo della qualità, è fatta spesso da ricercatori già oberati che la fanno gratuitamente nel tempo libero, magari con conflitti d’interesse non dichiarati, magari con pregiudizi verso approcci non ortodossi.
Non è un sistema perfetto, anzi. Funzionicchia, ma lascia passare errori, a volte anche clamorosi. Tutto ciò per dire che sì, ci sono punti in cui “qualcuno decide”, e non sempre queste decisioni sono prese per i motivi giusti. Un editor di una rivista può rifiutare uno studio perché “non è abbastanza interessante” anche se è metodologicamente solido. Un panel di finanziamento può preferire ricerche su temi di moda rispetto a domande fondamentali ma meno appetibili. Le dinamiche di potere esistono, gli interessi economici pure.
Tuttavia, e qui torniamo al punto, anche con tutti i problemi elencati, il sistema non è affatto chiuso. Gli studi pubblicati sono lì, leggibili da chiunque abbia accesso. Altri ricercatori possono criticarli, replicarli, smentirli. Se una rivista rifiuta il tuo lavoro, puoi mandarlo altrove. Se un risultato è importante ma è stato ignorato, prima o poi qualcun altro lo ritroverà. Il processo è imperfetto, pieno di attriti, a volte ingiusto, ma resta verificabile e autocorrettivo nel lungo periodo.
Alla fine di tutto questo discorso, viene giustamente da domandarsi: c’è qualcuno che decide e tira le fila? La risposta è nì.
Sì, ci sono persone che prendono decisioni concrete su finanziamenti, pubblicazioni, assunzioni però sono scelte frammentate tra migliaia di attori diversi, in istituzioni diverse, paesi diversi, con interessi diversi. Non c’è un’unica regia. E soprattutto, il meccanismo di fondo resta competitivo: se tu pubblichi una cavolata, il tuo collega che lavora sullo stesso tema avrà tutto l’interesse a dimostrarlo, perché così si fa un nome. La scienza avanza anche grazie al fatto che gli scienziati adorano dimostrare che i colleghi hanno torto.
Allora perché nessuno “ci mette la faccia” come ama dire qualcuno? Perché non funziona così. La conoscenza scientifica è costruita collettivamente e nessun singolo ricercatore può arrogarsi il diritto di parlare per tutti. Quando un climatologo dice “la comunità scientifica concorda sul fatto che il riscaldamento globale è causato dalle attività umane”, non sta evitando di prendersi la responsabilità. Sta descrivendo un fatto, cioè che il 99% degli studi pubblicati e dei ricercatori attivi in quel campo arrivano alla stessa conclusione. Lui può anche metterci la faccia personalmente, e lo fa firmando i suoi paper, ma sarebbe intellettualmente disonesto far passare il messaggio che quella è solo la sua conclusione. Capite la differenza? Nella scienza non si decide per alzata di mano, ma neanche c’è un papa infallibile.
C’è un processo laborioso, lungo, fatto di errori, correzioni, discussioni accese, studi che si contraddicono e poi si chiariscono. È lento, è frustrante, è imperfetto. Ma è l’unico sistema che abbiamo trovato per costruire conoscenza affidabile su come funziona il mondo. È chiaro, ci sono tanti problemi. I finanziamenti non sono distribuiti perfettamente, alcune aree ricevono più attenzione di altre per ragioni anche extra-scientifiche, ci sono conflitti d’interesse, carriere da proteggere, ego smisurati, editori che lucrano sulla ricerca pubblica. La scienza la fanno gli esseri umani, con tutti i loro difetti. Proprio per questo il sistema è costruito per essere il più trasparente possibile, con dati pubblici, metodi replicabili e critiche benvenute. Quando ciò non accade, quando qualcuno cerca davvero di “tirare le fila” in segreto, prima o poi viene fuori e lo scandalo è enorme.
C’è un movimento crescente per la scienza aperta, per rendere gli articoli accessibili a tutti, per condividere i dati grezzi, per pre-registrare gli studi in modo che non si possano nascondere i risultati scomodi. Proprio perché i ricercatori stessi riconoscono che il sistema ha dei bug da correggere. Non è che la comunità scientifica sia perfetta e si difenda a prescindere; è piena di gente che lavora attivamente per migliorare il processo.
Quindi la comunità scientifica non è fumosa perché vuole nascondersi. È “fumosa” perché è un concetto distribuito, non centralizzato. È come chiedere chi decide quali parole sono corrette in italiano: c’è l’Accademia della Crusca che registra l’uso, ma alla fine sono i parlanti nel loro complesso che fanno evolvere la lingua. La comunità scientifica è l’insieme di tutti quelli che fanno ricerca, discutono, si correggono a vicenda. Non è un bug del sistema, è il sistema stesso.
Appare comprensibile che per qualcuno sia frustrante non avere un “Nome e Cognome” a cui rivolgersi quando ci si chiede “ma chi ha deciso che questo è vero?”. Sarebbe più semplice, ma anche più pericoloso. Significherebbe che la verità scientifica dipende dall’autorità di qualcuno invece che dalla forza delle evidenze. Quello sì che sarebbe un problema serio, molto più serio dei difetti che il sistema attuale, per quanto reale, ha comunque.
Da decenni l’ananas è protagonista indiscusso di diete fai-da-te, celebrato come il frutto miracoloso che “brucia i grassi”. Ma è…
Ci segnalano i nostri contatti un post X, intitolato ad un account che usa il nome del presidente russo Vladimir…
La formula segreta della Coca-Cola è uno dei segreti più misteriosi del genere umano. Merchandise 7X, una miscela di limone,…
Ci segnalano i nostri contatti una condivisione per cui l'iconico scatto dell'attivista iraniana all'estero nota con l'handler X melianouss sarebbe…
Ci segnalano i nostri contatti un video che dovrebbe mostrare il Parlamento Giapponese che ricorda a Trump la battaglia di…
Ci segnalano i nostri contatti un video con un sacerdote che scaccia gli agenti ICE, urlando che il suo Dio…