Complottismo

La catena del “silenzio digitale” per Gaza è una trappola emotiva: ecco perché

Da diversi giorni, circola sui social e su Whatsapp, una catena che invita gli utenti a un “silenzio digitale di trenta minuti per Gaza” promettendo con questo gesto collettivo, di “disturbare gli algoritmi” e “inviare un segnale forte”.

Con una premessa del genere, è difficile passare oltre, infatti l’sms ha fatto in breve il giro di mezza Europa, sfruttando l’angoscia condivisa di chi guarda senza poter agire direttamente.

La richiesta della catena è semplice: gli utenti sono invitati a spegnere il proprio telefono dalle 21.00 alle 21.30 per una settimana, per supportare il lavoro già intrapreso a maggio da “MTG”.

La catena del “silenzio digitale” per Gaza è una trappola emotiva: ecco perché

Partiamo proprio da questo: la MTG acronimo di “March to Gaza” è un movimento internazionale di attivisti, nato per organizzare marce pacifiche verso la striscia di Gaza, che negli anni ha promosso diverse mobilitazioni politiche verificabili e portato aiuti umanitari nei paesi sotto assedio.

Tuttavia, la MTG non ha mai lanciato proposte di silenzio digitale, tanto meno sotto forma di catena di Sant’Antonio su Whatsapp come in  questo caso.

La sigla però, è bastata a trarre in inganno i più, portandoli a credere l’iniziativa fosse legittima e coordinata da organizzazioni reali.

Sempre a maggio però, era già arrivata una chiara smentita da Peacelink, associazione no profit eco-pacifista, nata per promuovere solidarietà internazionale e diritti umani, da sempre attenta alla diffusione di bufale e catene ingannevoli in contesti di conflitto.

In quell’occasione è stato fatto presente che, la condivisione del messaggio e la pausa di mezz’ora, non sarebbero serviti assolutamente a niente, se non a una sana “pausa detox” dai nostri smartphone.

Non è possibile disturbare gli algoritmi spegnendo il telefono per trenta minuti

L’azione richiesta agli utenti, fa poi leva su un’idea suggestiva ma anche completamente infondata, ovvero che un “blackout digitale collettivo” di mezz’ora, possa causare una segnalazione tale da portare a un’anomalia del sistema, scaturendo una reazione visibile.

A questo proposito, è bene sappiate che nessun algoritmo monitora la vostra assenza individuale dai social e smettere di usare le piattaforme per trenta minuti, è un comportamento normale che non porta a nessuna anomalia.

Sarebbe poi molto difficile “leggerla” come azione intrapresa a livello politico.

Infine, ricordiamo che gli algoritmi non sono “coscienti” e in grado di notare una nostra assenza, ma sono semplici sistemi in grado di ottimizzare contenuti in base alla nostra attività: se non pubblichiamo niente per mezz’ora, semplicemente per l’algoritmo noi non esistiamo.

Ma allora perché la condivisione ha avuto così tanto successo?

Perché promette un senso di partecipazione, un’illusione rassicurante di aver fatto la propria parte comodamente seduti sul divano in maniera rapida e a prova di coscienza.

Dopo oltre settant’anni di conflitti, ingiustizie e morti, è naturale sentire di voler fare qualcosa, ma davanti a una crisi così così complessa, voler fare “la propria parte” diviene impossibile.

Ecco allora che, in quella mezz’ora di silenzio, si palesa una “soluzione” che placa il disagio interiore facendoci sentire parte di qualcosa senza correre alcun rischio.

Bisognerebbe capire che di fronte a tragedie come questa, le scorciatoie emotive non bastano e che per cambiare le cose, bisognerebbe proprio tirare fuori la voce e non il silenzio.

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