Editoriale

…e se a scuola si insegnasse Fact Checking?

A volte mi chiedo se la lotta alle fake news abbia davvero senso. Se tutto questo impegno e questo lavoro riescano in qualche modo ad aiutare gli utenti nella propria “ricerca della verità”. O se, alla fine, sia tutto solo una goccia nel mare.

E, a quanto pare, non sono il solo a pormi questa domanda. 

…e se a scuola si insegnasse Fact Checking?

L’Università di Uppsala, in Svezia, ha voluto indagare il tema partendo dalle fondamenta, dall’educazione dei giovani studenti, realizzando un esperimento condotto su quasi 500 studenti delle scuole superiori. 

L’obiettivo? Capire se gli interventi educativi contro la disinformazione abbiano effetti reali e duraturi.

Tre approcci, nessun vincitore

Gli studenti sono stati divisi in tre gruppi, ciascuno sottoposto a un tipo diverso di intervento didattico:

  • Il primo gruppo ha giocato a Bad News, un gioco sviluppato dall’Università di Cambridge per allenare al prebunking, ovvero al riconoscimento precoce dei segnali tipici delle fake news.
  • Il secondo ha partecipato a un workshop digitale sul fact-checking, analizzando notizie vere e false.
  • Il terzo ha seguito lezioni frontali “standard” sull’argomento.

Dopo alcuni mesi, gli studenti sono stati nuovamente valutati per misurare eventuali miglioramenti nelle loro capacità di verifica e analisi delle informazioni.

Il risultato? Nessuno dei tre gruppi ha mostrato progressi significativi. Nessun effetto duraturo. Nessuna trasformazione.

Il problema non è il contenuto, ma la continuità

La conclusione dello studio è chiara: gli interventi isolati, anche se ben progettati, non servono a molto. 

I ricercatori suggeriscono che, per avere un impatto reale, servano strategie integrate, continuative e supportate da strumenti digitali. In altre parole, serve un ecosistema educativo che non tratti la disinformazione come un argomento “extra”, ma come una competenza trasversale da coltivare nel tempo.

E qui arriva il punto dolente: in Italia, l’educazione alla cittadinanza digitale e al pensiero critico è spesso lasciata alla buona volontà del singolo docente. Non esiste una linea guida nazionale solida, né una formazione sistematica per gli insegnanti, se non qualche blando riferimento all’interno del curricolo di Educazione Civica. 

Il risultato? Interventi sporadici, discontinui, e spesso inefficaci.

Serve un cambio di paradigma

Se vogliamo davvero combattere la disinformazione, dobbiamo smettere di pensare che basti “una lezione ogni tanto”. Serve un approccio strutturato, interdisciplinare, che coinvolga tutte le materia da storia a scienze, da filosofia a tecnologia. Serve una scuola che non si limiti a trasmettere contenuti, ma che insegni a metterli in discussione.

Perché la lotta alle fake news non è solo una questione di informazione: è una questione di crescita personale e sociale.

 

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