Approfondimento

Chiude McDonald’s in Russia: preservati i salari per i lavoratori, fine di una lunga storia

Chiude McDonald’s in Russia, ed è la fine di un’era.

Nasce tutto da una lettera inviata al personale ed agli operatori russi, riportata debitamente sul loro portale online.

Tra le varie ragioni per la chiusura ci sono l’impossibilità di mantenere le operazioni in un paese che nonostante giuri di star conducendo “operazioni speciali” di fatto è in guerra con quello che ne consegue e il costo di vite umane che la guerra russa ha portato in Ucraina.

Cosa che, in prosecuzione dell’ordinaria gestione della catena, porterebbe McDonald’s a finanziare operazioni come l’invio di risorse mediche per aiutare i profughi Ucraini e fare affari con la Russia.

Il motto “Do the right thing”, fai la cosa giusta, torna nella lettera.

E la cosa giusta porta al risultato emarginato: chiude McDonald’s in Russia, a tempo indeterminato. Il personale continuerà a ricevere uno stipendio (anche se va detto un’ipotetica svolta ulteriormente isolazionista e autarchica metterebbe in pericolo anche la capacità fisica della catena di Fast Food di continuare a supportare i loro “ex” dipendenti) e la catena continuerà a monitorare la situazione.

Come è accaduto con l’uscita di IKEA dal mercato, anche in questo caso si registrano code di utenti dell’ultimo minuto dei Russi che possono ancora permettersi un po’ di lusso occidentale e che dovranno comunque dirvi addio.

McDonald’s è solo l’ultimo operatore occidentale che abbandona il mercato dopo Apple, Lego, Nike, Volkswagen, Bmw, Mercedes, Toyota, Harley-Davidson, Dhl, Shell ed Eni. Un elenco destinato a crescere in una Russia sempre più sola che ormai non ha neppure accesso alle carte di credito Visa e Mastercard e al commercio online verso l’esterno.

Chiude McDonald’s in Russia: preservati i salari per i lavoratori, fine di una lunga storia

La storia di McDonald’s in Russia nasce e muore nella storica sede di Piazza Pushkin, prima delle 847 sedi ora chiuse, dai cui finestroni puoi vedere riflesso lo stesso Cremlino.

Eravamo nel 1990, all’alba della Caduta del Muro di Berlino, della Glanost e della Perestrojika, con l’incubo della Guerra Fredda alle spalle.

L’apertura della catena di Fast Food aveva una precisa connotazione ideologica: rappresentare la speranza di una reciproca unione tra due mondi ritenuti incompatibili.

L’idea che se il Blocco Sovietico e il Blocco NATO avessero commerciato insieme, scambiato prodotti insieme e si fossero incontrati nei supermercati, nelle piazze e nei ristoranti, avrebbero imparato a conoscersi nella vita e nella politica.

Aspirazione come abbiamo visto del tutto fallita.

Nel 1990 abbiamo comunque testimonianze di code costanti, durate praticamente fino all’apertura degli altri esercizi della catena. Perlopiù di giovani russi benestanti (un pasto da McDonald’s costava comunque molto più degli austeri pasti dell’era sovietica) intrigati dal vedere un posto diverso da una mensa austera.

Persino lo staff era composto da studenti poliglotti e formati all’educazione ed al servizio pacato e sorridente, i colorati imballi divennero oggetto di culto se non di collezionismo.

Ed ora tutto questo è finito.

Rischia comunque di portarsi appresso tutto il resto delle catene commerciali e di fast food Americani ed Europei.

Anche se non è detto che scompariranno del tutto: come rilevato da Reuters, McDonald’s ha sempre avuto un modello fortemente centralista, mentre le altre catene si sono basate su franchise di zona.

È quindi probabile che nel prossimo futuro autarchico russo molti esercizi commerciali perderanno le insegne occidentali per tornare a insegne e prodotti Russi.

Bisognerà vedere con che risultato.

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