Si è spento Arnaldo Forlani, classe 1925, abbastanza anziano per essere uno degli ultimi testimoni viventi dell’intera storia istituzionale della Repubblica dalla nascita ad oggi.
Addio a Forlani, ultimo protagonista di una politica che non c’è più
E con un posto da spettatore privilegiato, in prima linea: fu presidente e vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro degli affari esteri, ministro della difesa e ministro delle partecipazioni statali. Ma anche segretario della Democrazia Cristiananel quadriennio 1969-1973 e nel triennio 1989-1992, nonché presidente del Consiglio nazionale del partito.
Abbastanza per dire di essere stato una figura immanente nella storia della Repubblica.
Giovane atleta negli anni ’40, laureato in Giurisprudenza, Forlani trovò la sua vocazione più stabile e duratura proprio entrando nella Democrazia Cristiana, nel 1948 come segretario provinciale a Pesaro, pochi anni dopo nella direzione nazionale.
Nella sua prima segreteria di partito fu interprete del Patto di San Ginesio, primo tentativo storico nella Repubblica di favorire un ricambio generazionale introducendo un cambio di vertice per portare la generazione quarantenne nel partito ad abbandonare il ruolo di eterni delfini per prendere le redini del partito.
Negli anni ’70 col “preambolo” cercò di tenere assieme un centrosinistra già incline al disfacimento centripeta, obiettivo negli anni successivi reso ancora più difficile dagli “anni di piombo” che avevano estremizzato il dibattito politico.
Un nuovo tentativo di riunire un centro sinistra lo vide capo di un quadripartito formato da DC, PSI, PSDI e PRI, col PCI ormai fuori.
Con l’arrivo del terremoto di Tangentopoli negli anni ’90 si chiuse con la Prima Repubblica la sua lunga avventura in politica, avventura sempre condotta in punta di piedi, senza le urla e le affermazioni “battagliere” cui siamo abituati.
Un’avventura di interviste chiuse con un pacato “attenti alle mani”, l’annuncio che chiuso il portellone della macchina sarebbe finita l’intervista ed era meglio evitare di allungare le mani rischiando che finissero chiuse nel finestrino, di soprannomi tesi a evidenziarne una natura mite ma in grado di combattere se necessario, come “la tigre che dorme”, il “coniglio mannaro” o il “pompiere”, colui chiamato a spegnere e non accendere il fuoco della lotta.
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