Cerbero podcast, i ban assurdi e il giornalismo 2.0: non sparate al pianista

di Bufale.net Team |

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La storia del Cerbero Podcast dimostra una cosa. A prescindere dalle idee personali, sulle quali non entriamo nel merito, rifiutiamo di farlo, e il fatto che in alcuni punti abbiamo una logica divergenza non comporta perdita di obiettività esiste un punto da affrontare.

Il mondo di Internet ha bisogno di regole. Regole chiare, precise e inoppugnabili soprattutto per giovani canali che ogni giorno rischiano con una live un ban. Un gran guaio per realtà che cercano di fare dello streaming un mezzo di lavoro.

La legge non ammette interpretazione, e anche il miglior club privato si distingue dalle bettole perché esiste un pratico regolamento che i soci si impegnano a sottoscrivere.

Anche noi di Bufale abbiamo un regolamento interno per i nostri social. Chiaro, preciso e mutuato di peso dal Manifesto contro la Comunicazione Ostile.

Ha l’enorme vantaggio di essere chiaro. Sai quello che ti aspetta se posti da noi, sai quello che ti viene chiesto, sai quali regole comportano la tua inclusione o esclusione.

Come in un club privato.

Meno logico è trovarsi in un club dove tutto sembra arbitrario. Di fatto entri convinto che le regole non vi siano, o di starle rispettando. Ma ti trovi una violazione che non sapevi vi fosse, additato da persone convinte di conoscere una regola che fino a poche ore prima non c’era.

Sarebbe il caos, sarebbe l’arbitrio: persino il diritto penale è retroattivo solo “a favore” e mai a carico (salvo su sentenza irrevocabile).

Sarebbe quello che è capitato al Cerbero Podcast.

Il team del cerbero , ivan e qualche ospite

Twitch, Cerbero podcast e le regole da redigersi a prova di interpretazione

Il Cerbero Podcast, gruppo della Generazione Z lo conosciamo da tempo, ben prima delle beghe social e giornalistiche.

Avevamo parlato della loro rivendicazione del #nostreamday, nata quando un content creator, incappato in un’infrazione, si è trovato un ban temporaneo di sei mesi seguito da un ban permanente.

Cosa che ha portato diversi streamer a chiedere non immunità contro i ban (a onor del vero, quel ban era plausibile, se non previsto e prevedibile), ma per invocare una sorta di “normativa”, o quantomeno una gestione unitaria ed unificata degli stessi.

Un po’ come in ogni club privato dove comunque soggiaci alle regole del proprietario, essendo un club privato, ma stilato un regolamento vi sono dei “probiviri” che si assicurano che sia rispettato e concedono al sanzionato un’occasione per spiegare anche le sue ragioni.

Ad esempio, il ban di Trump da Facebook e Twitter trae piena legittimità proprio dall’esistenza di un fitto regolamento di termini, condizioni di uso e servizio che tutti noi abbiamo sottoscritto. Anche i magnati ex Presidenti degli Stati Uniti di America.

Laddove vi è confusione, il regolamento diventa oggetto di discussione.

Un po’ per il motivo per cui il “Selvaggio West” non ha smesso di essere Selvaggio quando sono state inventate le leggi, ma quando i Pinkerton e i Cacciatori di Taglie hanno cominciato a fare in modo che le leggi si applicassero anche al Jessie James di turno.

Ad esempio sul tema “Trump” i “Cerbero Podcast” hanno un proprio pensiero del ban Trumpiano, ma la bellezza del mondo è nella sua varietà e le opinioni vanno rispettate, così come le regole (se ci sono e sono messe a disposizione).

E forse il fatto che, nello stato attuale delle cose i Pinkerton siamo noi ci porta a vederla in modo diverso.

Ma il punto non è questo

Succede quindi che gli stessi “Cerbero Podcast” diventano vittime della poca chiarezza di regole.

Ad esempio nel video “Una Storia Importante” decidono di proiettare la prima di copertina di Wikipedia alla voce uomo.

Cosa veniale, se non fosse che la raffigurazione iconica dell’uomo è, appunto, un modello nudo (peraltro in Creative Commons).

Era ammesso? Non era ammesso? Era ammissibile mediante una clausola di “licenza artistica”, ad esempio come quella che ha portato il modello su Wikipedia?

I “Cerbero Podcast” l’hanno scoperto direttamente col loro primo ban (assurdo).

Nel video “Slim Dogs” compare una battuta assai infelice. Riflettendo sul fatto che anche il saluto col gomito è effettivamente poco sicuro un narratore, simulando esasperazione, urla che a questo punto resterebbe solo il “Saluto Romano”, in quanto veniva effettuato a debita distanza, venendo giocosamente zittito dagli altri.

È abbastanza per essere definiti filofascisti? No, al massimo si può essere definiti degli umoristi (può farvi sorridere o no), ma comunque secondo ban (assurdo).

A questo punto succede che una giovane giornalista, quindi vicina per età e percorso didattico alle esperienze dei giovani, prova a intervistarli.

Prova a capirli. Del resto, se noi siamo i Pinkerton e non dei giornalisti lei resta una Giornalista.

Tira fuori una bella intervista, non c’è che dire.

Intervista che contiene anche un certo passo indietro dell’irriverente gruppo. Del resto una frase come

Noi parliamo spesso di questi argomenti, la semplificazione ormai ha preso una deriva incredibile, pensiamo al femminismo tossico o ad altre estremizzazioni. Noi pensiamo che sia giusto trovare un equilibrio, non è tutto bianco o nero. Alcuni illustri intellettuali nei loro commenti sul recente assalto a Capitol Hill, hanno preso delle posizioni a nostro avviso troppo semplificate, la realtà è più complessa di così: non mi puoi venire a dire che «se fossero stati neri avrebbero sparato subito». È più difficile di così, la realtà va analizzata.

La leggiamo esattamente per quello che è.

Se avessimo soluzioni semplici per ogni tema che ci viene chiesto di analizzare, non scriveremmo 1600 righe annotate di media per ogni editoriale, ovviamente.

In medio stat virtus, dicevano gli antichi.

Rispetto al podcast, questa pare una posizione molto cauta. Salomonica potremmo dire. Del resto, per chi dichiara di sognare un futuro lavorativo su Twitch, partire dicendo di voler mettere la testa a posto, costituirsi in società e migrare dalla caciara all’approfondimento è un atto dovuto.

Cosa è successo

È successo quello che succede sempre su Internet: un casino orrendo.

Ma quel genere di casino brutto brutto forte.

I “Cerbero Podcast”, che hanno espresso critiche in un lunghissimo Podcast(io sono abbonato, voi lo vedrete su youtube più avanti) sono stati accusati di fascismo, odio social, la frase contro il “femminismo estremista” è stata decontestualizzata in odio contro l’intero movimento femminista e altre liti social.

Liti social che hanno investito anche la giovane giornalista, travolta dalle ondate dei “pro e contro” ormai intenzionati a combattersi a vicenda anziché discutere sul tema.

Così tanto da spingere il direttore, Feltri, a dover intervenire dissociandosi dai temi (attribuiti erroneamente da altri a loro) di Cerbero Podcast (e il giornalismo 2.0 si allontana sempre di più fino a quando le testate nazionali non capiranno dove sbagliano).

Quello che abbiamo perso su Internet è il gusto, il senso di concordare sul fatto che non concordiamo, “agree to disagree”.

Ma non è detto che una giornalista che intervisti qualcuno vada per questo coinvolta nella shitstorm.

Si risolve il problema delle regole creando regole più solide. Si esce dall’anarchia creando una società.

Non si fomentano estremismi su frasi decontestualizzate.

Non si spara al messaggero, e persino nel West, prima che arrivassero i Pinkerton, non era ammesso sparare al Pianista.

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