PRECISAZIONI Tetto stipendi Rai. Una storia infinita

di Nicola Ventura |

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Tra le numerose battaglie dialettiche combattute sui social network dai sostenitori di M5s e Pd, quella sugli emolumenti dei dirigenti Rai è certamente tra le più feroci.

Il Senato ha infatti recentemente approvato l’ennesimo provvedimento teso a limitare i compensi all’interno del servizio pubblico radiotelevisivo, il cui ammontare aveva destato indignazione (e invidia) nel Paese.

A chi devono essere riconosciuti «i meriti» della approvazione della norma?

E’ questo l’oggetto del contendere tra le due fazioni, che si sfidano a colpi di velenosissimi «tweet».

Uno in particolare ci è stato segnalato ed è quello di Daniele Cinà, utente molto seguito tra gli iscritti di fede piddina:

Daniele Cinà Twitter

  Il tweet riporta un post pubblicato sulla pagina Facebook del M5s Senato:

Pagina Facebook M5s Senato

«Finalmente dopo tre anni la nostra battaglia ha portato i suoi frutti» – scrivono i senatori pentastellati su Facebook –  «ma ora il PD non si azzardi a intestarsi una battaglia a cui fino a ieri ha voltato le spalle».

«I Cinque stelle rivendicano provvedimento contro maxi stipendi RAI» – replicano i parlamentari e sostenitori renziani – «Peccato sia un emendamento PD».

Come sono andate realmente le cose?

La questione dei limiti alle retribuzioni degli alti dirigenti in «società partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze» è molto più antica delle contingenti diatribe su Twitter ed è stata oggetto di interventi normativi sotto i governi Monti, Letta e Renzi.

Tra le disposizioni più importanti ricordiamo: il decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, poi convertito nella legge 22 dicembre 2011, n. 214 e il decreto legge 166 del 2013.

I compensi degli amministratori delle società non quotate, direttamente o indirettamente controllate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, a eccezione delle società che emettono strumenti finanziari quotati sui mercati regolamentati, sono soggetti a determinati limiti: il parametro di riferimento, stabilito nell’art.3 del dl 166/2013,  è «il trattamento economico del Primo Presidente della Corte di Cassazione».

Si tratta, occorre ribadirlo, di norme che nel loro complesso escludono dal «tetto» le società quotate in borsa e le società non quotate che però emettano titoli negoziati su mercati regolamentati.

La Rai rientra tra le società che hanno emesso titoli; nella primavera del 2015 ha collocato sulla Borsa di Dublino obbligazioni per 350 milioni di euro: una ricerca di capitali che la stampa specializzata ritiene funzionale alla estinzione dei prestiti che l’azienda aveva precedentemente ottenuto dalle banche.

Naturalmente, come chiarito poc’anzi, l’emissione dei titoli rende legali i maxi-emolumenti.

In questa congerie tipicamente italiana di norme c’è da ricordare un’ altra disposizione: è il Dl 66/2014, definito dal premier Renzi “norma Olivetti”, che prevede un limite di 240 mila euro per i dirigenti della pubblica amministrazione.

«Pubblica amministrazione», quindi, non Rai.

A giugno 2015, però, il Cda della Rai, su proposta dell’allora direttore generale Luigi Gubitosi, delibera che a tutta l’azienda si applichi il tetto fissato dei 240 mila euro valido appunto per la pubblica amministrazione.

Ma non finisce qui.

Quando a ottobre 2015 si discute alla Camera il disegno di legge n.3272 sulla riforma della RAI, la portavoce dei Cinque stelle alla Camera, Mirella Liuzzi, presenta un emendamento «per obbligare la Rai a stare nel tetto dei 240 mila euro»: un obbligo per legge, dunque, ma l’emendamento viene bocciato grazie anche al voto sfavorevole del Pd..

Il 14 settembre 2016 il Senato approva un emendamento presentato dal relatore Pd Roberto Cociancich rientrante all’interno del ddl sull’editoria: l’emendamento chiedeva di stabilire per tutto il personale e i consulenti Rai, nessuno escluso, una retribuzione massima di 240mila euro (come per la pubblica amministrazione). Il tetto degli stipendi Rai non potrà essere superato nemmeno in caso di emissione di bond da parte dell’azienda.

Tutto risolto? Pare di no.

Il cda Rai ha appena approvato il regolamento sulle retribuzioni dei dirigenti, ma prevede per alcune figure la possibilità di andare oltre il limite «in modo variabile e per un tempo determinato». «Dire che non si possa mai avere un manager con uno stipendio sopra i 240 mila euro», ha dichiarato la presidente Monica Maggioni ,«è molto pericoloso» perché, come ha poi spiegato il direttore generale Campo Dall’Orto,  c’è l’esigenza di «legare il costo delle persone al valore e alla performance che hanno».

Gli stipendi e la Rai. Una storia che promette altre puntate.

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