Perché abbiamo bisogno del 25 Novembre, e perché il 25 Novembre non è abbastanza

di Shadow Ranger |

Perché abbiamo bisogno del 25 Novembre, e perché il 25 Novembre non è abbastanza Bufale.net

Dedicare un giorno alla riflessione sulla violenza contro le donne, il 25 Novembre era un atto doveroso.

Un atto che sta scatenando reazioni isteriche nei vari negazionisti del fenomeno. Non ci stupisce, noi stessi ormai settimanalmente riceviamo insulti e smargiassate di ogni genere dai negazionisti dell’Olocausto, del’Odio Social o qualsiasi altro fenomeno deteriore.

La reazione più naturale del bambino viziato beccato con la faccetta sporca di marmellata ed un vasetto vuoto dietro le manine appiccicose è piangere fortissimo

Non è vero! Non ho mangiato io la marmellata! Stai dicendo la bugia e mi fai piangere!! Ora chiamo mamma, papà, zio, nonna, nonno e urlo che hai detto la bugia!!!!

Alcuni adulti non crescono mai. Alcuni adulti, messi davanti alla consapevolezza che esiste un problema di Odio, e che tra le sue incarnazioni più diffuse ci sono quella contro le minoranze e quella contro le donne.

E il 25 Novembre ci ha rivelato amarissime soprese.

Abbiamo cominciato benissimo, scoprendo che per un numero ingente di commentatori sovranisti da tastiera è perfettamente accettabile augurare ad una donna “politicamente nemica” di essere stuprata, di diventare prostituta oppure di essere derisa per il suo aspetto fisico.

E abbiamo anche scoperto come, nel ventunesimo secolo, una donna che voglia apparire in TV debba chiedere permesso a suo marito e ringraziarlo pubblicamente per averle consentito di mostrarsi, nonostante essere “gelosino”.

Ma la sopresa più grande ce la fornisce, purtroppo, l’ISTAT, che proprio in questa giornata ha deciso di rilasciare un report dai risultati devastanti.

Partiamo dalla laconica agenzia data da RAINews

Dal Rapporto Istat sui ruoli di genere emerge che resiste il pregiudizio sulla responsabilità della donna per le violenze sessuali subite. Il 39,3% ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale, se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. Il 15,1% ritiene che una donna violentata sotto l’effetto di droghe o ubriaca sia in parte responsabile. Per oltre il 13% è accettabile che ogni tanto ci sia uno schiaffo

E ora tutti seduti, perché devo tenervi una lezione.

E voi dovete ascoltare, prendere appunti e ringraziare, perché dopo interrogo.

Eravamo nel 1979, e solo il coraggio della compianta Avvocatessa Tina Lagostena Bassi riuscì a rendere finalmente odioso un concetto accettato dal pubblico maschile di tutta Italia.

Il concetto del vis grata puellae.

La teoria balzana secondo cui no in realtà vuol dire sì e ma sì, in fondo tutte le donne ci stanno, ma per non sembrare tro*e se la tirano e quindi bisogna forzarle, che tanto se non vogliono si ribellano.

Vi lascio una serie di esempi.

Immaginate di essere usciti di casa con la porta aperta. Tornando, non trovate più niente. La vostra Playstation nuova, il vostro maxischermo, tutti i soldi che non avete voluto portare in banca perché in questa Età Oscura postmoderna in cui ci compiaciamo di vivere volete fare dispetto alla Boschi che tiene le banche.

Tutto. Letteralmente, non vi hanno lasciato neppure una sedia per sedervi e piangere.

Vi recate così a denunciare. L’appuntato vi ascolta, poi vi molla un ceffone e urla

Ma che mi fai perdere tempo a caso, si vede che volevi essere derubato! Ma guardatelo il signorino con la TV di lusso, la Playstation, tutti i mobili, pure il cesso a casa teneva il signorino! E pure le mazzette di centinaia di euro sotto il materasso, che laggente è ora di basta che la casta come il signorino che è ricco ha i soldi e loro no! Se avessi voluto evitare il furto, carolei, chiudevi bene la porta! Lo vedi che ti piace essere derubato? Eh? Eh? Feticista del furto, vieni qua che ti scippo il portafoglio e godi anche un po! Il cellulare te lo hanno lasciato? Te lo frego io che sei più contento!

Ma i nostri piccoli amministratori delegati della Incel s.p.a. qui presenti ci diranno che sì, forse è un esempio estremo.

Ci rappresenteranno il caso triste di quella volta che una donna quasi ci stava, ma poi si è rifiutata. Diranno che ormai erano già quasi pronti, che una volta che ce lo hai in tiro si sa che le donne provocano, e quindi l’uomo non è di legno.

Sapete chi deve dare consenso all’uso delle proprie zone erogene? La donna.

Sapete fino a che punto la donna può ritirare tale consenso? Fino all’ultimo momento.

Immaginate di essere invitati a prendere il thè da un tizio a caso. Questo tizio vi invita a casa, voi avete accettato, e comincia a preparare il thè. Forse notate che la bevanda che vi sta preparando è di pessima qualità, forse avete cambiato idea.

Il tale comincia ad urlare, ed immobilizzatevi, vi versa un liquido bollente dal sapore di piscio di topo e vomito di blatta, causandovi ustioni di ogni tipo sul volto, in gola e dintorni perché “Ormai il io il thé l’ho preparato, che faccio, lo butto? Mica il thé torna nelle bustine, se non lo volevi dovevi dirlo prima”.

Scopriamo dall’ISTAT ancora che il 23,9% del campione prescelto ritiene che una donna possa provocare lo stupro per come si veste.

Sapete, una donna ha una gamma infinita di ragioni per vestire in modo seducente. Per sentirsi sexy, per l’autostima, perché quei vestiti le stanno particolarmente bene, perché vuole sorprendendere qualcuno che ovviamente non siete voi.

E nessun vestito di questo mondo giustifica una violenza.

Anche se aveste la donna più bella del mondo nuda davanti, voi dovreste tenervelo nelle mutande.

Ma anche qui, conviene fare un esempio.

Immaginate di uscire dalla caserma del primo esempio col vostro cellulare davanti. Un iPhone ultimo modello, bello costoso.

Dal nulla appare un tamarro dietro l’angolo, fresco di furti di Vespe e Catenine, che urlando un deciso Uriaahhh! come in Cadillac e Dinosauri vi spalma al muro con un cazzottone che vi frantuma la mandibola, si impossessa del vostro iPhone e va via.

La folla, intorno, non fa niente. Prende le parti del rapinatore.

Siete lì, a tenervi la faccia scassata in stile Gabibbo, e qualcuno vi sputa addosso urlando

Ma guardalo questo vanitoso con l’iPhone! Si vede che lo mostri in giro perché ti piace far vedere la ricchezza! E quel ladruncolo era un poveretto e a quelli come te vi devono derubare mille volte!

Per non parlare del 15% che ritiene che sia giusto, anzi legittimo, stuprare una donna vittima di alcol e droghe perché ehi, è stata lei a bere e drogarsi.

Poi mi raccomando, prendete tutti i post in cui, per esempio, avete detto l’esatto opposto quando la vittima era qualcuno a voi vicino e andate a chiedere perdono.

Perché non potete venirci a raccontare che per voi una donna violentata sotto l’effetto di stupefacenti sia vittima, cosa falsa e crudele, e poi ricordarvi di avere un’etica ed una morale solo per racimolare due voti e qualche like facile sui social.

Salvo poi perdere quella morale trenta secondi dopo, quando finita l’eccitazione social l’ISTAT vi contatta e vi dimenticate di simulare la civiltà che non avete mai avuto.

Civiltà che per il 13% ritiene lo ius corrigendi ancora valido.

Perché si sa, la donna per molti, troppi uomini non è un soggetto adulta, è un soggetto sottomesso da educare. Con qualche schiaffo se non fa quello che si vuole. E poi, violenze su violenze.

Vi lasciamo alle parole dell’avvocato Tina Lagostena Bassi

«Noi donne siamo presenti a questo processo: prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula ed io che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Cosa significa la nostra presenza? Noi chiediamo giustizia, non una condanna esemplare, non ci interessa la condanna, noi vogliamo che in quest’aula ci sia resa giustizia. Ed è una cosa diversa. Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia come donne? Che anche nelle aule dei tribunali e attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali si modifichi quella che è la concezione socioculturale del nostro paese, che si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto (…).

Devo purtroppo ancora prendere atto, e mi scusino i colleghi, che (…) la difesa dei violentatori considera le donne come soli oggetti, con il massimo disprezzo. E vi assicuro: questo è l’ennesimo processo che io faccio ed è come al solito la solita difesa che io sento. (…) Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli, non sempre ce l’ho, lo confesso, e mi auguro di non dovermi vergognare come donna e come avvocato per la toga che tutti insieme portiamo. La difesa è sacra ed inviolabile, è vero, ma nessuno di noi avvocati si sognerebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta un processo per violenza carnale. Nessun avvocato, nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrino in una gioielleria e portano vie le gioie, si sognerebbe di cominciare la difesa (…) dicendo che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, che in fondo ha commesso reati di ricettazione, che è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse. Ecco: nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto.

(…) Se invece che quattro oggetti d’oro “l’oggetto” del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi constante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza: se si fa così è solidarietà maschilista perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.

(…) Una donna ha diritto di essere quello che vuole e io non sono il difensore della donna Fiorella, io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza. Ed è una cosa diversa.

(…) Ma chi ha mai detto che occorre la pistola, che occorrono le botte? Nel medioevo sì, vis grata pueallae. (…) Nel 1977-78 i costumi sono diversi: se una donna vuole andare con un ragazzo ci va e non si parla di vis grata puellae. A nome di Fiorella e a nome di tutte le donne, molte sono, questo io vi chiedo: giustizia. Rendete giustizia a Fiorella e attraverso la vostra sentenza voi renderete giustizia a tutte le donne: anche a quelle che vi sono più vicine, anche a quelle che per disgrazia loro sono vicine agli imputati.

(…) Per quanto attiene al risarcimento già vi ho detto: una lira per Fiorella, per questa ragazza così venale che andava con uomini per soldi e sulla quale butterete fango a piene mani. Bene: questa ragazza vuole una lira e vuole che la somma ritenuta di giustizia sia devoluta al centro contro la violenza sulle donne: perché le violenze siano sempre di meno, perché le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla giustizia siano sempre di più».

Certi che, purtroppo, troppe persone ancora oggi prenderebbero le difese dello stupratore.

E non venite ad ammanirci la triste bufalotta dell’Italiano tanto buono che difende le donne dallo stupratore lontano: la statistica parla chiaro e vi inchioda. Cari miei, per molte donne il mostro è l’uomo di casa, se non l’amico, il fidanzato, “quello simpatico e a posto della comitiva”.

E non venite a fare i ripuliti perché magari non avete mai fisicamente violentato qualcuno: ora vi impartisco l’ultima lezione.

Andare da una donna a caso a dirle che se accetta le vostre avances è una figa, se rifiuta è un cesso, è brutta e merita ogni disprezzo è una forma di violenza.

Cercare sui social la foto di una donna che non si conforma ai vostri ideali socio-economico-politici ed augurarle violenza carnarle, meretricio, violenza fisica, botte e perdizione è una forma di violenza.

Decidere che siccome questa mattina vi sentite “gelosini” la vostra compagna non può indossare quello che vuole per “non farsi guardare”, o uscire con la sua vecchia comitiva perché si sentite inadeguati rispetto agli altri uomini è una forma di violenza.

Ma attenzione: anche essere donna e decidere di sottomettersi ed imporre sottomissione ad altre donne come nella versione pecoreccia e amatriciana di Handmaid’s Tale, è una forma di violenza.

Il 25 Novembre sta finendo: ma per le donne l’incubo non finisce mai.

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