Non chiamiamo più “immigrato” il bambino preso a calci a Cosenza: famiglia in Italia dal 2003

di Redazione |

bambino preso a calci a Cosenza

C’è un aspetto che proprio non riusciamo a spiegarci questa domenica a proposito della triste vicenda riguardante il bambino preso a calcio a Cosenza. Si sa, quando c’è la combo tra bimbi coinvolto in fatti di cronaca ed il tema immigrazione è facile sconfinare nella disinformazione, come abbiamo già avuto modo di constatare in passato per fatti di cronaca ben più delicati. Oggi 8 settembre, tuttavia, c’è un dettaglio relativo alle informazioni raccolte che non ci torna e al quale vogliamo dedicare uno spazio.

In particolare, tantissime testate nelle ultime 48 ore hanno parlato del bambino preso a calci a Cosenza da un uomo di 22 anni (a quanto pare fratello di un pentito di Camorra, anche se a tal proposito non ci sono riscontri ufficiali da parte delle Forze dell’Ordine), per essersi avvicinato alla carrozzina contenente sua figlia. Ovviamente, tutti i Media hanno condannato il gesto, ma in tanti hanno etichettato già nel titolo la vittima come “immigrato” o “nordafricano”.

Premesso che i suoi genitori siano per loro stessa ammissione di origini marocchine, come evidenzia Rai News la famiglia è giunta in Italia nel 2003. Cosa vuol dire questo? Fino a prova contraria, sono tutti regolari  e ci mancherebbe, considerando tutti questi anni trascorsi in Italia ed il fatto che si siano esposti mediaticamente ai recenti fatti di cronaca). Allo stesso tempo, sia il bambino preso a calci a Cosenza, sia suo fratello e sua sorella ben più grandi, in teoria sono nati in Italia.

Non abbiamo i loro certificati di nascita tra le mani, ragion per cui non vi stiamo parlando di “notizia vera”, “bufala” o altro. Tuttavia, lo spunto di riflessione è lecito a distanza di due giorni: perché il bambino preso a calci a Cosenza viene definito nordafricano o addirittura immigrato, se tutto porta a credere che sia nato in Italia e che la famiglia sia regolare? Ancora, andando oltre il “legalese” che potrebbe rendere legittima l’espressione “immigrato”, lecito chiedersi perché in tanti abbiano premesso subito un’informazione simile sul bambino nel dare una notizia tanto grave.

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