Ogni giorno a Verona, più di mille turisti con le braccia alzate al cielo, affollano la corte di via Cappello 23; sono tutti in procinto di immortalare il ballatoio di pietra più famoso d’Italia.
Avrete già capito che stiamo parlando del famoso “balcone della casa di Giulietta.”
Peccato che quel balcone non faccia realmente parte della casa di Giulietta e soprattutto, che quella non sia la casa di Giulietta.
Se poi a questo aggiungiamo che il suo ben noto padrino William Shakespeare, in Italia non ci ha mai messo piede, viene naturale chiedersi: “ma allora come siamo finiti a Verona?”
Vediamo di fare chiarezza e facciamo un salto indietro nel tempo fino al 1530.
In quell’anno, un nobile vicentino soldato di professione e scrittore per vocazione, partendo dallo spunto di Masuccio Salernitano, riscrive una storia di amore impossibile osteggiata da due famiglie.
La truffa del balcone di Giulietta: la storia d’amore più famosa… inventata da noi
Decide di ambientarla a Verona ispirandosi liberamente a due famiglie citate da Dante nella “Divina Commedia” inventando così i “Montecchi e i Cappelletti” in lotta nella sua novella “Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti” che pubblica, appunto, nel 1530.
Tuttavia, se arrivò a Shakespeare, lo dobbiamo a Matteo Bandello, che nel 1554 ne rese la trama più ricca e drammatica, preparandola al salto di confine dieci anni più tardi.
Fu proprio la sua versione a circolare in Inghilterra e a diventare la base del poemetto di Arthur Brooke del 1562, che ne riprese trama, personaggi e ambientazione, portando Verona nella cultura inglese senza averla mai vista. Non a caso, nel cinquecento l’Italia per gli inglesi rappresentava la terra dei duelli, degli intrighi e delle passioni violente.
Da lì, Shakespeare, trent’anni dopo fece il resto, trasformando l’idea di una città romantica come Verona, adattandola a palcoscenico della sua tragedia più celebre.
Tuttavia, per tre secoli interi, i veronesi non parlarono affatto di Romeo e Giulietta, a differenza di studiosi e aristocratici inglesi che — sempre più numerosi — chiedevano insistentemente di visitare la casa dove tutto ebbe inizio.
E si sa: rendere monetizzabile una richiesta fa parte del nostro DNA. Quando un turista chiede, le nostre città prima o poi trovano il modo di rispondere.
Negli anni ’30 si decide di restaurare l’edificio dei “Cappello” storica costruzione medievale nell’anonima via centrale della città, appartenente a una ricca famiglia di mercanti del luogo. Una scelta questa, fatta per semplice assonanza dal momento che non vi era alcun legame documentato con i Capuleti della narrazione.
Nel 1936, l’amministrazione comunale risponde alla forte domanda facendo installare sulla facciata un balcone ricavato da una vecchia mangiatoia in pietra recuperata dai magazzini museali adiacenti al palazzo, letteralmente riciclata e montata come elemento scenografico.
È la svolta.
Da quel momento, ciò che fino ad allora era solo un luogo anonimo diventa il cuore pulsante di un mito globale. Il cortile di via Cappello si trasforma in un set permanente: arrivano comitive, guide turistiche, biglietterie, la famosa statua di Giulietta e l’intero immaginario romantico viene cucito addosso alla città.
Ma diventa anche una delle “bugie culturali” più fortunate di sempre, grazie al mito che la rende verosimile e alla nostra disponibilità a crederci.
Verona questo lo ha capito e lo ha trasformato in un’operazione culturale e turistica impeccabile, dove un falso dichiarato è riuscito a diventare l’emblema dell’amore eterno.
Ancora oggi, nessuno viene per verificarne la storia. Si viene per sentirsi parte di una favola, in un luogo che racchiude più l’emozione dell’immaginazione della storia stessa.
Perché a volte, più della verità, ciò che cerchiamo è un luogo che ci faccia credere ancora nell’amore.
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