INDAGINI IN CORSO Aggressione razzista a Falerna

di Luca Mastinu |

INDAGINI IN CORSO Aggressione razzista a Falerna Bufale.net

Un post virale su Facebook riporta un episodio razzista consumatosi a Falerna, in provincia di Catanzaro, nel contesto di un ristorante. Il testo è stato pubblicato su un profilo e reso pubblico, ma per ragioni di tutela e privacy evitiamo di citare il nome dell’autore:

“HAI ROTTO I COGLIONI TE NE DEVI ANDARE. CACCIALO VIA QUESTO NEGRO DI MERDA, NON PUÒ FARE COME A CASA SUA, QUI SIAMO IN ITALIA, PICCHIALO!”

Succede ieri sera.
A Falerna.
Sul lungomare.
Ristorante Riva.

Carlos, dominicano, è in vacanza. A cena con moglie e suocera, entrambe lametine.
A fine pasto ordina un dolce, uno dei camerieri – infastidito dalla presenza del cliente di colore – gli rifiuta la carta degli stessi offrendogli solo due alternative.
Carlos però, con signorilità si avvicina alla vetrina dei dessert, e sceglie il preferito.
Pagano il conto e, nonostante le battutine a sfondo xenofobo che avevano accompagnato la serata da parte di qualche componente del personale di sala, lasciano €20 di mancia.

Si spostano al bar del ristorante, attendono la fine della serata.

A questo punto Carlos, per via della gravidanza della compagna, decide di avvicinare l’auto all’ingresso per ridurre al minimo gli sforzi della futura madre di suo figlio.
Da qui l’apocalisse, con due uomini che si presentano come addetti alla sicurezza che urlano: “RISALI IN MACCHINA NEGRO DI MERDA! Vai via, che qua siamo in Calabria, non sono accettati i negri!”
Carlos prova a dire che è un cliente del ristorante, chiede dei documenti che attestino la qualifica del personale, ma i due si dileguano.
Vista l’atmosfera i tre decidono di andar via.
I due uomini però si avvicinano nuovamente e, tra urla e insulti, sbattono i pugni contro il finestrino che, per l’impatto, si abbassa.
Il giovane scende dalla macchina per constatare i danni, per placare gli animi, per tutelare la compagna incinta.

Ma li raggiunge anche il cameriere che, brandendo un pezzo di legno, gli intima di andare via.

“HAI ROTTO I COGLIONI! TE NE DEVI ANDARE!” e, rivolgendosi ad un cittadino extracomunitario uscito da una bancarella vicino il ristorante, comincia ad istigarlo: “Caccialo via a questo negro di m…a, non può fare come a casa sua, picchialo!”
E l’aggressione parte davvero: prima due pugni dal cittadino extracomunitario, poi le botte con la mazza di legno da parte del fantomatico cameriere, e i calci e pugni degli altri due e di altri sconosciuti giunti sulla scena.
Accorre la suocera, per sedare la situazione, ma nemmeno lei verrà risparmiata dai colpi di mazza di legno.
La compagna incinta, inerme, prova a dissuadere gli aggressori, ad attirare l’attenzione: “È MIO MARITO, NON HA FATTO NIENTE, IO SONO INCINTA, AIUTATEMI”.

NON SI AVVICINERÀ NESSUNO.

O meglio, qualcuno si avvicina. Ma tutti in soccorso degli aggressori.
Tutti ad unirsi al divertimento del momento.
Tutti li, bravi a sentirsi uomini in branco, bestie, con il volto carico di compiacimento e soddisfazione. Fieri, quasi orgogliosi di un senso di potenza vano, capace di suscitarmi solo ribrezzo.
Mentre i colpi proseguono, si aggiungono le ingiurie: “Che cazzo stai a fare con un negro di merda, portatelo via, e qui non ci dovete più tornare, non avvicinatevi mai più a questo locale”.
Poteva andare peggio: per la suocera, 70 anni, una frattura all’omero, contusioni varie e una prognosi di 30 giorni.
Per Carlos, traumi al viso e alle gambe.
È questa la direzione che stiamo prendendo.
Questo il prodotto frutto di una società che semina #odio.
Questo il risultato raggiunto da una sottospecie di classe dirigente indegna di questo nome capace di movimentare masse mosse dalla disperazione alla ricerca di un capro espiatorio individuato in un ben poco definito gruppo circoscritto generando “guerre tra poveri”.
E noi siamo complici.
Lo siamo quando si urla “A CASA LORO”.
Lo siamo quando non difendiamo le nostre idee.
Lo siamo quando non distinguiamo l’amore per la nostra Patria dal razzismo.
Stiamo regredendo.
Lo stiamo facendo inesorabilmente.

Non ci rimarranno che gli occhi per piangere.

Con questa analisi parliamo di indagini in corso per invitarvi alla prudenza. In una precedente guida si spiegava il motivo per cui un’immagine con scritta sovrimpressa non rappresenti un’informazione: lo stesso discorso si può trasporre a un semplice testo. Tra i commenti sono comparse le fonti, ma questa vicenda presenta ulteriori sviluppi.

Ciò che l’autore del post riporta sono le dichiarazioni rilasciate dal dominicano agli agenti di polizia, che vengono riprese anche da SkyTG24. Nell’articolo leggiamo che 3 dei 7 “presunti” aggressori sono stati identificati dalla Polizia di Stato del Commissariato di Lamezia Terme, coordinati dalla Procura della Repubblica locale. Anche le fonti locali, nei primi giorni dopo l’episodio, riportavano il fatto con la precisazione che si trattava delle dichiarazioni rilasciate dalla vittima. La sua testimonianza è riportata anche in un servizio del TG3 regionale, postato dalla pagina Facebook La voce del migrante il 20 agosto 2018:

Ancora, le parole del dominicano sono state riprese da L’altro Corriere TV e pubblicate su YouTube in un video del 17 agosto 2018:

Il 21 agosto, però Corriere di Calabria riceve e pubblica le parole di Roberto Gallo, titolare della società Business 3.0 srl, proprietaria del Riva Comfort Food. Gallo offre una versione diversa da quella denunciata da Mercedes Mieses Carlos Josè, e secondo il suo racconto i fatti si sono svolti nel parcheggio del ristorante nella notte tra il 15 e il 16 agosto:

Preliminarmente si intende elogiare l’equilibrio e la correttezza degli agenti del Commissariato di Polizia di Lamezia Terme che, con grande professionalità, stanno conducendo le indagini e con la quale la scrivente società ha immediatamente collaborato fornendo, senza alcuna riserva e nell’ottica dell’immediata e pronta ricerca della verità storica, la memoria digitale delle riprese di video-sorveglianza dell’area interessata oltre ad indicare i nominativi dei propri dipendenti e delle persone informate sui fatti.
A seguito di riunione aziendale, i nostri dipendenti (anche coloro a cui è stata attribuita la provvisoria incolpazione) hanno ricostruito una dinamica degli eventi totalmente diversa da quella rappresentata dalle dichiarazioni della presunta vittima di aggressione per di più aggravata da motivi razziali.
Di talchè corre l’obbligo di precisare come, in effetti, il sig. Mercedes Mieses Carlos Josè, di cui apprendo il nome dalla lettura delle testate giornalistiche, la sera del 15 agosto 2018 ha in effetti cenato nel mio ristorante, insieme alla propria compagna in stato interessante e alla propria suocera (anche queste notizie, ossia il rapporto di parentela, conosciute dalla lettura della stampa) apprezzando in maniera palese il servizio a lui offerto.
Tant’è che non solo ha gradito il servizio offerto, ma sono stato personalmente avvicinato dalla signora anziana che era con lui (che, come ho detto, ho posteriormente saputo essere la madre della compagna) la quale più volte si è complimentata sia del locale che del servizio e in particolar modo del cibo.

Ma v’è di più, in quanto da plurime indicazioni testimoniali emerge come le presunte persone offese si fossero intrattenute presso il bar Gillian, sempre di mia proprietà, sin dalle 19 del 15 agosto 2018 a bere della birra, per poi recarsi a cena nell’adiacente ristorante Riva.
Gli stessi sono rimasti all’interno del locale dall’inizio della cena (intorno alle 21:30/22:00) sino alle prime ore del mattino del 16 agosto 2018, spostandosi dopo la chiusura del ristorante presso il parcheggio del locale.
Ciò trova conferma, ossia il loro attardarsi presso il mio locale, dalla circostanza che io, ben prima del litigio all’interno del parcheggio, avevo chiuso il ristorante e mi ero diretto presso la mia abitazione per riposare.
Ciò significa che la loro permanenza presso le mie strutture è proseguita sicuramente dopo le 2 del 16 agosto 2018.
Quindi, nonostante il sig. Mercedes Mieses Carlos Josè affermi di essere stato oggetto di alcuni comportamenti sgradevoli, in egual modo ha deciso di trascorrere oltre 5 ore all’interno della mia struttura recettiva, spostandosi dal bar del lido al ristorante per poi sostare nel parcheggio.
E in effetti l’evento narrato dal dominicano si è verificato, non all’uscita dal ristorante, che era chiuso, ma dopo che lo stesso, unitamente alla propria compagna e alla suocera, una volta chiuso il ristorante si era stranamente intrattenuto nel parcheggio ove poi è successo il litigio.
Parcheggio che si trova a pochi metri dal bar Gillian (primo luogo ove le presunte persone offese si sono recate per bere della birra) all’interno del quale v’erano alcune persone, tra cui una dipendente, testimoni oculari dell’accaduto, in grado di smentire il calunnioso racconto della presunta persona offesa – come detto posteriore alla loro sosta presso il ristorante – ove si ribadisce, giammai, il sig. Mercedes Mieses Carlos Josè ebbe a subire delle aggressioni verbali di natura razziale, fatto che, atteso il pieno del locale (all’interno del quale, v’erano degli appartenenti alle forze dell’ordine), sarebbe stato sicuramente notato dagli ospiti o dal sottoscritto che non ha ricevuto alcuna segnalazione in tal senso.
Ecco, facendo un piccolo passo indietro, come in prima istanza il racconto che la presunta persona offesa ha reso circa una presunta discriminazione razziale già patita al momento della cena trova plurime smentite, non solo da parte del sottoscritto (sempre presente e vigile all’interno della struttura), e da parte dei suoi dipendenti ma anche da parte di alcuni appartenenti alle Forze dell’Ordine che, come prima anticipato, quella sera stavano cenando presso il ristorante e che non hanno notato alcunché di anomalo da parte dei miei dipendenti, ma solo la circostanza, a me riferita anche da diversi camerieri, che il dominicano quella sera non solo avesse alzato il gomito, ma che anche avesse avuto atteggiamenti un po’ esuberanti nei confronti della propria compagna, che, nonostante fosse incinta, anche lei aveva bevuto del vino.
Per come riferitomi quella sera gli stessi ebbero a bere al tavolo ben tre bottiglie di Chardonnay Bianco da 75 centilitri, due durante i pasti e una dopo aver bevuto il caffè.
Ciò sembra anomalo per una coppia in attesa di un bambino e in presenza di una signora di settant’anni. Ma non finisce qui, in quanto risulta dallo scontrino e dal report della prenotazione come i detti clienti ordinarono dopo cena altre due bottiglie di Chardonnay Bianco.
In qualunque caso, la prolungata presenza presso i locali (ristorante Riva e Bar Gillian) per svariate ore, per bere e mangiare, cozza inevitabilmente con la parte della sua propalazione, ove lo stesso narra di essere stato oggetto di attacchi razzisti da parte di uno dei camerieri.
Tale dato non solo trova clamorosa smentita nell’oggettiva presenza continuata presso il locale (come detto prova principe della sua falsità, in quanto ove fosse stato sdegnato, avrebbe lasciato il locale o avvisato immediatamente le forze dell’ordine) sia nella circostanza che lo stesso, pur avendomi conosciuto quella sera, mai mi ha chiamato per riferirmi un presunto atteggiamento razzista all’atto del servizio.
Anche il riferimento al dato che i miei dipendenti non gli vollero consegnare la carte dei dolci è altro elemento oggettivo che qualifica nei termini di falsità il suo racconto.
Ciò in quanto il ristorante Riva non possiede la carta dei dolci, proprio perché nel menù generale vi sono indicati genericamente i dolci del giorno che poi vengono rappresentati ai clienti al momento della loro richiesta in quanto variano giorno per giorno, mentre gli unici dolci fissi sono i gelati e i tartufi.
Quindi tutti coloro che, a fine cena o indipendentemente dalla cena, intendono gradire un dolce, ricevono le indicazioni solo verbalmente dal cameriere in base alla disponibilità quotidiana della pasticceria che ci rifornisce i dolci, in quanto, è bene ribadirlo, il ristorante è privo della cosiddetta carta dei dolci.
Ciò smentisce ancora una volta il racconto del Mercedes Mieses Carlos Josè quale, non so a quale scopo, sta cavalcando l’onda del presunto odio razziale per screditare me e la mia impresa economica.
Ed intendo sottolineare come io mi consideri anni luce lontano da logiche di odio razziale in quanto la mia azienda non solo gestisce un mercatino multietnico, ma è quotidianamente a contatto con persone di diverse etnie, tant’è che presso le mie attività sono regolarmente assunti da mesi due operai extracomunitari che mai hanno rappresentato di essere stati oggetto di discriminazione, con i quali, anzi quotidianamente, collaboriamo gomito a gomito.
Personalmente, come sopra anticipato, ho ascoltato i miei dipendenti, le cui posizioni sono al vaglio degli inquirenti, i quali hanno escluso categoricamente di aver aggredito il cittadino dominicano, ma solo di essere intervenuti a difesa della compagna del Mercedes Mieses Carlos Josè il quale litigava animatamente con la stessa.
Mi hanno riferito soltanto di aver cercato di calmare l’odierno denunciante e sono stati da lui aggrediti ed ingiuriati e dunque costretti a difendersi.
Tant’è che uno di loro racconterà come il dominicano sia sceso furioso dalla sua autovettura per aggredirlo, togliendosi l’orologio e risvoltandosi le maniche della camicia, a mo’ di preparazione di una aggressione, sventata solo dalla presenza di altri soggetti intervenuti per contenere la veemenza del dominicano; tra gli intervenuti sottolineo la presenza di un cittadino proveniente dal Marocco, a prova del fatto che non vi è stata alcuna aggressione di carattere xenofoba.
Mentre la suocera ha subìto la lesione (una frattura all’omero, in seguito alla quale è stata operata, ndr) anche lei per contenere le furie del compagno della figlia, dopo essere scivolata.
Ciò ovviamente non è solo frutto del racconto dei dipendenti coinvolti nella vicenda penale attivata dalla denuncia del dominicano, ma è confermato da altri testi oculari che narrano un episodio ben diverso da quello riportato.
Ovviamente, nel precisare che non è questa la sede deputata per celebrare i processi, è doveroso, a distanza di qualche giorno, intervenire a tutela non solo del mio nome e dell’azienda che rappresento, ma di Falerna e soprattutto di tutta la Calabria che mai può essere etichettata e ritenuta regione razzista, proprio per la sua grande capacità di accogliere coloro che sono più sfortunati di noi, ma che con il lavoro e con l’impegno hanno dimostrato di non essere secondi a nessuno.
Concludo il mio comunicato stampa, rappresentando che nei prossimi giorni sarà depositata una denuncia querela nei confronti del cittadino dominicano e nei confronti di tutti coloro che, per avere un momento di notorietà, hanno espresso giudizi ingiuriosi e minacce sui social network e in particolare il sig. V. M. il quale ha riportato la notizia, suscitando una marea di offese nei miei confronti e nei confronti di tutti i calabresi, devastando l’immagine della Calabria, ergendosi a illecito giudice di un fatto ritenuto acclarato, ma che così non è e sarà presto dimostrato.
Sono propri gli ipocriti commentatori dei social che creano un regime di odio e violenza, tant’è che oggi, 20 agosto 2018, alle ore 12:45 sono stato vittima di insulti e minacce da parte di soggetto che mi ha contattato alla presenza di testimoni sulla mia utenza cellulare e proveniente dalla sua utenza cellulare rivolgendomi i seguenti epiteti: «Razzista di merda vieni fuori che ti rompo il culo», ripetendo almeno due volte la frase e poi bloccando la sua utenza ed impedendomi di contattarlo.
Ciò al fine di rappresentare le conseguenze delle azioni illecite poste in essere nei miei confronti.
Si invitano anche i vari rappresentanti delle diverse forze politiche che in alcuni casi hanno espresso, senza sentire alcuna controparte, delle sentenze definitive, condannando in partenza i presunti aggressori sulla base di una unilaterale rappresentazione della vicenda, a visitare il locale e la zona in cui esso è calato (come detto nell’ambito un mercatino multietnico) al fine di valutare l’esistenza effettiva di un pregiudizio razziale.
Fiducioso in una pronta risoluzione della vicenda, che tanto sta infangando la bontà di una terra che ha sempre fatto dell’integrazione un suo carattere distintivo, vi offro queste brevi righe con la speranza che, anche grazie alla visione delle telecamere di videosorveglianza, venga stabilità la verità e ridata la dignità a persone oggetto di epiteti che sicuramente non meritavano.

Nell’attesa di nuovi sviluppi e conclusioni delle indagini, vi rimandiamo ad un prossimo articolo. Nel frattempo vi invitiamo a fare attenzione a quanto leggete sui social network.

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