Ha senso parlare di Gender Equality quando si parla di congedo parentale?

di PassaportoFuturo |

Ha senso parlare di Gender Equality quando si parla di congedo parentale? Bufale.net

La nascita di un figlio è uno dei momenti più emozionanti che una coppia possa vivere.

Lo Stato Italiano tutela la figura della donna lavoratrice in gravidanza, garantendole un periodo di congedo maternità, che in Italia dura 5 mesi, in genere 2 prima e 3 dopo il parto. Grazie al congedo, la neo-mamma può prendersi cura del neonato che ha strettamente bisogno della madre, ad esempio per l’allattamento. Durante questo periodo, la partoriente percepisce un’indennità economica pari alla totalità del suo salario.

Come siamo messi invece per i neo-papà?

Con la legge di bilancio 2020, i giorni di congedo paternità obbligatorio, riservato ai lavoratori dipendenti, sono aumentati a 7 (erano 5 nel 2019), più 1 giorno di congedo facoltativo che può essere preso però in sostituzione a quelli della madre. Anche il congedo paternità viene indennizzato con il 100% del salario.

Fonte: EPRS Commissione europea

A questi va aggiunto anche un eventuale congedo parentale facoltativo: un periodo di 10 mesi di cui possono usufruirne o il padre o la madre entro il 12-esimo anno di vita del figlio, durante il quale però il genitore percepisce il 30% del suo stipendio.

Altri Stati invece, specialmente quelli del Nord Europa, mettono al primo piano la parità di genere, garantendo lo stesso numero di giorni di congedo per le neo-mamme e i neo-papà. Ad esempio, in Svezia, oltre a 2 settimane obbligatorie per la mamma, ogni genitore può usufruire di 240 giorni di congedo retribuiti (di cui 90 possono essere trasferiti all’altro genitore). Il Parlamento Europeo, ad aprile 2019, si è espresso in materia di work-life balance, stabilendo che il padre dovrebbe godere di almeno 10 giorni lavorativi di congedo paternità retribuito.

Aumentare i giorni di paternità potrebbe far diminuire il gender gap tra uomo e donna perché, da una parte, incentiverebbe una maggiore condivisione dei lavori domestici nel post parto, e dall’altra annullerebbe la diffidenza che hanno alcuni datori di lavoro nell’assumere le giovani donne par paura che queste decidano poi di avere una gravidanza. Tuttavia, in un Paese come il nostro, una tale soluzione potrebbe non essere economicamente sostenibile.

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