Donald Trump beffato dagli adolescenti, comizio flop – Il flop c’è, ma il motivo non corrisponde

di Shadow Ranger |

Donald Trump beffato dagli adolescenti, comizio flop – Il flop c’è, ma il motivo non corrisponde Bufale.net

Donald Trump beffato dagli adolescenti è una favola moderna, una riedizione del Mito di Davide e Golia.

Da ieri la stampa e la blogosfera, personalità di oltre ordine e grado ci ammaniscono una narrazione post-biblica ispirata al mito del giovane Re Davide. Da un lato i giovani, con niente altro se non il loro entusiasmo. Dall’altra Trump, invincibile e indistruttibile, abbattuto con un colpo di fionda o di astuzia da un giovinetto.

La storia di Trump beffato dagli Adolescenti, le origini

Nasce tutto da Tik Tok, social assai frequentato dai giovani e impermeabile ad ogni tentativo di influenza esterna del mondo adulto. E da una serie di messaggi virali che incitavano a beffare il sistema.

Sostanzialmente il primo convegno di Trump post-COVID19 prevedeva una fase di prenotazione non vincolante. Enfasi sul non vincolante, ci torneremo.

I posti, sia a sedere al coperto che in esterno, erano comunque assegnati sulla base del chi prima arriva, prima alloggia, escludendo categoricamente i ritardatari.

Come mezzo per valutare preventivamente l’interesse e agevolare l’organizzazione, era possibile segnalare la propria presenza in largo anticipo.

Una catena virale su Tik Tok invitava a prenotare il numero massimo di posti, un paio a persona, per poi disertare l’iniziativa ipoteticamente bloccando l’accesso ad altri.

Iniziativa accolta con favore anche da contestatori meno giovanili.

La verità

Ma vi abbiamo sempre detto: se una storia è troppo bella per essere vera, troppo virale, troppo intrigante, allora non bisogna darla.

Non è censura, non è “essere servi del potere” (accuse che più volte ci rivolgete quando lo diciamo e più volte dovete rimangiarvi…) è semplice logica. La caccia allo scoop genera i mostri, e ancora una volta Il Post trionfa prendendo per sé la palma di vero esempio di giornalismo responsabile in Italia.

Vi abbiamo detto di come si parlava di una prenotazione non vincolante

La prenotazione dei biglietti era un gesto simbolico, utile agli organizzatori per farsi un’idea di cosa aspettarsi e soprattutto per ottenere i dati di cittadini da poter contattare poi durante la campagna elettorale. Tant’è che questi “biglietti” erano infiniti, non numerati ed esplicitamente non davano diritto a entrare nel palazzetto. Per entrare all’evento sarebbe stato comunque necessario mettersi in fila sperando di trovare posto.

Se il convegno di Trump ha fatto fiasco non è dunque perché i giovani hanno beffato il sistema: ma perché il convegno di Tulsa era destinato a fare fiasco.

Parliamo di un sistema a biglietti illimitati, ricordiamo, in cui anche usando trucchetti come quelli riportati dalla stampa locale di registrarsi più e più volte con utenze telefoniche create allo scopo e cancellate il giorno dopo avresti potuto continuare a chiedere un numero illimitato di “biglietti virtuali”.

Nessun organizzatore avrebbe quindi tenuto conto del fattore “prenotazioni”, ma altri fattori rendevano il convegno di Tulsa una Waterloo del Trumpismo.

In primo luogo, COVID19, che nonostante l’ottimismo di Trump continua a spaventare la popolazione locale mietendo un gran numero di vittime.

In secondo luogo, la combinazione di proteste, COVID19 e la gestione di ambo le emergenze ha decisamente intaccato ed ammaccato il solido metallo di cui il Trumpismo militante era composto fino ad oggi.

È notizia di questi giorni che la Casa Bianca non è riuscita a bloccare il libro di John Bolton contro Trump, e anzi lo stesso si è scagliato contro il Presidente dichiarandosi pronto a “cercare un buon Repubblicano conservatore da votare” per liberare l’Old Party dall’influenza perniciosa dello stesso Trump.

Che Trump al suo primo mandato sia stato accolto con mugugni e nasi turati dall’Old Party, il nucleo storico dei Repubblicani spaccato a metà tra l’orgoglio di aver trionfato su un partito Democratico sempre più lontano dal polso dell’America e la rabbia del vedere solide personalità storiche del conservatorismo Americano rimpiazzate da un parvenu è dato noto.

Al secondo mandato le defezioni diventano costanti, e importanti: Bolton pronto ad affidarsi ad un “candidato di minoranza” come evidente senso di dissenso contro un partito Repubblicano svuotato dall’interno e diventato casa per Alt-Right e i MAGA, Clint Eastwood pronto a turarsi il naso e sostenere Bloomberg (Democratico) all’apposito scopo di impartire una lezione di stile a Trump e sperare che il fallimento lo accosti agli ideali dell’Old Party sono solo i nomi più pesanti di un partito Repubblicano che mal tollera farsi corrente minoritaria in casa propria.

Aggiungiamo come il mondo stesso della cultura e dell’intrattenimento, fluido vitale dell’America moderna, stia rigettando Trump, dagli eredi di Tom Petty pronti a citare il Presidente in giudizio per negargli il diritto di usare la sua musica in campagna elettorale fino al gotha della musica moderna  come Neil Young, Rihanna, Elton John, Rem, Adele, Guns N Roses, i Rolling Stones, Pharrell, Queen, Prince, Aerosmith, Earth Wind and Fire e arriviamo alla questione finale.

Il convegno di Tulsa dimostra semplicemente che i nodi vengono al pettine: ovviamente, Trump non parte con le simpatie dell’elettorato di opposizione. È normale, fa parte del gioco.

Ma non basta più promettere successi in economia ed un’America isolazionista e ripiegata su se stessa: Trump sta ripetendo l’errore che è costato la vittoria ad Hillary Clinton, e si sta allontanando dallo stesso Old Party, rinchiuso in una sua bolla social identitaria e incline a lodarlo a prescindere che non gli consente di vedere come gli stessi Repubblicani sono ormai pronti a rischiare la sconfitta pur di non lasciargli il campo libero e illimitato che desidera.

In conclusione

Se avete avuto la pazienza di seguirci fino alla fine, ci tocca precisare che non stiamo negando che i giovani abbiano reso virale una protesta contro Trump basata sul “prenotare” posti che non avrebbero usato.

Ma abbiamo dimostrato, con l’aiuto di Il Post, che tale protesta non giustifica, né può essere causa, del flop di Tulsa, che ha altre e più profonde radici.

Non causa ma sintomo: proprio il fatto che Trump al momento appaia al pubblico come un leone ferito, un cavaliere non più protetto dall’impenetrabile armatura del consenso da ma da una corazza ammaccata e sempre più arrugginita, consente di renderlo oggetto di frizzi e lazzi, e consegnarlo ad una solitudine sempre più opprimente.

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