BUFALA Shock economy e disastri… per non escludere niente – bufale.net

di Shadow Ranger |

BUFALA Shock economy e disastri… per non escludere niente – bufale.net Bufale.net

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Ci è stata sottoposta questa breve image gallery, presentata come una serie di ipotesi.

Che in realtà tali non sono, ma la resurrezione di una vecchia bufala presentata dietro una domanda priva di risposta, ma collegata alla vecchia bufala del signoraggio e derivate.

Ma andiamo con ordine e ricominciamo dall’inizio.

1. Il sisma è stato causato dal Fracking

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Risposta semplice: come può un fenomeno verificatosi e verificabile solo negli USA affliggere o influenzare la situazione italiana? Non può.

Risposta elaborata, offerta da Wired

La principale causa dei terremoti indotti negli Usa sarebbe l’iniezione delle acqua nel sottosuolo, un fenomeno legato anche alle attività di estrazione di idrocarburi, in modo particolare a quelle tramite il cosiddetto fracking. Un fenomeno tutto statunitense che, come vedremo, è completamente diverso dalla situazione italiana, dove il legame tra estrazioni di idrocarburi e sismicità indotta è dubbioso, e comunque limitato a pochissimi eventi e di bassa magnitudo. Ma andiamo per ordine.

L’hydraulic fracking, o fratturazione idraulica, è una procedura di estrazione di combustibili fossili non convenzionale, in cui si cerca di fratturare la roccia in cui sono intrappolati gli idrocarburi con l’aiuto di liquidi – mescolati a sabbia, sostanze chimiche o sfere di ceramica – sparati ad alta pressione attraverso il pozzo. “È una tecnica che si utilizza per depositi di idrocarburi in rocce poco permeabili o impermeabili, quelle cioè in cui gli idrocarburi si trovano dispersi in pori non in comunicazione tra loro” spiega Pierluigi Vecchia, geologo consigliere della Società geologica italiana,“per mettere in comunicazione i pori la roccia viene fratturata con ingenti volumi di liquidi ad elevatissima pressione”.

Con l’attività di fracking si creano delle microfratture attraverso cui si recuperano sia gli idrocarburi che il liquido che è stato sparato all’interno. Negli Usa, spiega Vecchia, è possibile re-iniettare questi liquidi nel sottosuolo, profondamente sotto le falde acquifere che forniscono acqua potabile (sebbene si parli di problemi di contaminazione legati al fracking) ed è soprattutto questa attività quella che aumenta lo stato di stress delle rocce, malgrado le attività stesse di fratturazione idraulica, anche se in percentuali minori, siano correlati a sismicità indotte. “Dal punto di vista tecnico le sollecitazioni create dalla re-iniezione di fluidi creano un sforzo meccanico maggiore di quando si estraggono gli idrocarburi o si fratturano le rocce impermeabili”. Una pratica intensiva negli Usa ma vietata in Italia, sia per quanto riguarda il fracking che il destino delle acque usate e coprodotte durante le attività di estrazione. Quando si estraggono infatti insieme a petrolio e gas viene estratta anche dell’acqua.

Nel nostro paese, le attività stesse di fracking propriamente detto – con elevati volumi di fluidi e in grado di produrre fratture lunghe centinaia di metri – sono vietate. Due i provvedimenti al riguardo, uno contenuto nella Strategia energetica nazionale e uno nel cosiddetto Sblocca Italia. “Ma al di là delle normative in Italia è madre natura stessa a impedire la fratturazione idraulica e le attività correlate”, continua Vecchia. Non ci sono infatti sulla penisola depositi di shale oil o shale gas – come vengono solitamente chiamati gli idrocarburi estratti con fracking – in quantità tali da immaginarne uno sfruttamento economico: “In quest’ottica i provvedimenti normativi vietano qualcosa che non faremmo comunque perché non possediamo”.

I più curiosi potranno trovare la raccolta normativa completa sul blog Ottimistierazionali, già dotata di sinossi, assieme alla conferma tecnica di quanto abbiamo affermato: non solo il fracking da noi è vietato, ma la conformazione geologica Italiana e delle zone colpite dal sisma l’avrebbe reso impossibile.

2. In Giappone grazie ai miracoli della sovranità popolare hanno ricostruito tutto e subito tirando fuori milioni di miliardi di dollari!

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Non è così semplice. Non è stato un miracolo, quanto uno sforzo titanico, dato da una coalizione bipartisan ed una serie di provvedimenti extrabudget

Ad un anno dallo Tsunami, riportava Panorama

L’unica vera incognita è quella politica. Il timore diffuso è che, dopo i 18 mila miliardi di yen (quasi 180 miliardi di euro) stanziati per la ricostruzione con quattro provvedimenti extra budget e approvati col sostegno bipartisan, i contrasti politici tornino ad accorciare la vita media dei governi: il ritmo, negli ultimi sei anni, è stato infatti di un premier all’anno. Inoltre, con un debito pubblico di oltre il 200 per cento del pil e l’insoddisfazione sia verso il Partito democratico (Minshuto), oggi al governo ma diviso al proprio interno, sia per quello liberaldemocratico (Jiminto, al potere per quasi 50 anni fino al 2009), il rischio paventato dai politologi è quello di un’esplosione dell’antipolitica. “A quel punto” teme il professor Tsuchiya “in mancanza di una leadership chiara, la società nipponica rischierebbe un’implosione dalle conseguenze imprevedibili”.

Ma ancora tre anni dopo la rapida ricostruzione paventata dalle slide ancora si scontra con la triste realtà

A Minamisanriku, che prima del disastro contava 17.666 abitanti, persero la vita 619 persone e 217 risultano disperse. Il terremoto dell’11 marzo del 2011 fu il più forte mai registrato in Giappone. Lo tsunami seguito alla scossa distrusse numerose comunità situate lungo la costa e scatenò la crisi nucleare nella centrale di Fukushima Daiichi. Oltre 100mila persone furono costrette a lasciare la zona intorno all’impianto a causa dell’alto livello di radiazioni. Complessivamente, circa 300mila persone persero le loro case a causa del disastro e sono ancora quasi 270mila i giapponesi che non possono tornare nelle proprie case a causa della contaminazione da radiazione. I lavori di ricostruzione stanno procedendo a rilento, anche se il governo ha destinato a questo scopo 25mila miliardi di yen (180 miliardi di euro), da usare entro marzo del 2016.

Possiamo quindi sapere ora da dove derivano i soldi realmente stanziati dal Governo Giapponese: da una serie di provvedimenti extra budget succedutisi in un intervallo di tempo durato anni e destinati a consolidare una complessa situazione che vede ancora 270mila giapponesi su 300mila afflitti dall’impossibilità di poter tornare in una zona divenuta No Man’s Land a causa delle radiazioni.

Sarebbe facile e consolatorio inventare soluzioni semplici e mostri contro cui puntare il dito: ma non riteniamo sia giusto verso le vittime del sisma.

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