BUFALA Migranti fanno posto di blocco per rapinare gente – bufale.net

di Shadow Ranger |

BUFALA Migranti fanno posto di blocco per rapinare gente – bufale.net Bufale.net

bufalacalaisCi segnalano i nostri contatti un filmato tratto dal portale Facebook Più siamo più rumore facciamo

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MIGRANTI FANNO POSTI DI BLOCCO SULLE STRADE PER RAPINARE LA GENTE…IMMAGINATE DI TROVARVI DI FRONTE UNA COSA COSÌ. . DIFFONDIAMO Piu’siamo PIU’ Rumore Facciamo”

Con oltre 40.000 condivisioni, e commenti che vi lasciamo immaginare a ragione del loro tenore sovente inqualificabile, questa immagine è il tipico esempio di video o foto decontestualizzata che, approfittando del language gap diventa una moderna Macchia di Rorschach della viralità.

Dove la didascalia parla di “posti di blocco per rapinare la gente”, in realtà si tratta di una vicenda del tutto diversa, e neppure Italiana.

Si tratta infatti di un filmato di Calais, che lo Spiegel descrive come una serie di proteste inscenate dai migranti “accolti” nel centro di accoglienza denominato La Giungla.

Proteste accese, gravi come abbiamo detto, ma che non constano di atti di rapina.

La situazione in quei mesi viene descritta da L’Internazionale con questi toni

A Calais, quindi, i profughi sono più numerosi oggi che nell’estate del 2015, nella fase più acuta della crisi migratoria, quando la prefettura ne aveva contati seimila. Il risultato delle ultime scelte in materia è surreale: il campo ha assunto le sembianze di un fortino circondato da collinette di sabbia affollate dai profughi nelle tende. Intorno c’è il vuoto. Nel frattempo la vegetazione ha riconquistato il suo spazio. Dove sei mesi fa c’era una città, rimangono solo la chiesa cristiana ortodossa degli eritrei, costruita con teli di plastica e pedane di legno, e la scuola laica sulle dune, con le sue baracche di legno. “Oggi ci sono più persone che un anno fa, ma su un terzo della superficie”, spiega Konforti. E non è possibile costruire nulla: nella zona i poliziotti non fanno passare neanche un pezzo di legno. L’obiettivo è sempre lo stesso: evitare che il campo diventi permanente. Solo le tende sono autorizzate.

In questa giornata di vento e pioggia le tende sono alla mercé del vento, con la sabbia che s’intrufola in ogni interstizio. Due ragazzi raccolgono in tutta fretta dei sassi che useranno per riempire dei sacchi e fissare meglio la tenda. Nel terreno sabbioso i picchetti non tengono bene se non sono piantati in profondità. Visto il tempo siamo contenti di poterci rifugiare in uno dei ristoranti che la prefettura non ha ancora raso al suolo. Il 12 agosto il tribunale amministrativo ha respinto la richiesta di abbatterlo, ma la prefettura ha presentato ricorso al consiglio di stato.

Una surreale città-limbo sospesa nel tempo, sovraffollata, un esempio di tutto quello che c’è di sbagliato nel sistema dei “centri di accoglienza temporanea” che, per un motivo o l’altro, diventano moderne bidonville di disagio e degrado senza scampo.

Disagio sforato in una serie di proteste, che hanno coinvolto non solo i migranti, ma anche volontari, camionisti, agricoltori e locali, in una sorta di guerra civile localizzata per richiedere la chiusura del campo, la cui situazione ed i rapporti locali erano diventati intollerabili.

Una situazione che nessuno voleva, e che, dopo mesi di violenza, è finita con, finalmente, lo sgombero del campo ed il trasferimento dei richiedenti asilo altrove, sicuramente in un luogo migliore che un campo di battaglia permanente.

Immagini decontestualizzate dunque, relative ad una situazione ormai superata dal tempo e, nonostante un watermark enorme con indicazione della data e delle coordinate geografiche stampigliato in alto a sinistra nell’anteprima, spacciate per qualcosa di più facilmente viralizzabile.

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